martedì, 23 gennaio 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

LA GUERRA DEI PROFESSORI
Pubblicato il 04-04-2014


Renzi-professori

Continua a far discutere la proposta di riforma del Senato di Matteo Renzi. Salito al Quirinale per un incontro con il Capo dello Stato, il Presidente del Consiglio ha riferito sul progetto di riforme che aveva suscitato i dubbi di molti, dal presidente del Senato Grasso ad una schiera di intellettuali capeggiati da Zagrebelsky e Rodotà. E proprio verso i giuristi si sono scatenate le ire dei fedelissimi di Renzi: sposando la parola d’ordine del capo che aveva definito i costituzionalisti “professoroni o presunti tali”, il ministro Boschi ha bollato le critiche come espressioni del conservatorismo della “kasta”. «Bloccano le riforme da 30 anni», ha detto il ministro, «io temo che in questi trent’anni le continue prese di posizione dei professori abbiano bloccato un processo di riforma oggi non più rinviabile per il Paese. I dubbi di Rodotà sono legittimi ma ci sono anche costituzionalisti a favore del progetto del governo».

Critiche che trovano la sponda di un contro-manifesto firmato da esponenti del mondo della cultura, e che vuole esprimere una voce di dissenso contro chi accusa Renzi di velleità autoritaristiche. «Il nostro contro manifesto non vuole assolutamente essere un sostegno alle riforme di Renzi, ma sottolineare l’importanza della riapertura di quella stagione delle riforme che Berlusconi aveva tentato di avviare vanamente, in malo modo e senza avere le risorse necessarie per portarla avanti», ci ha detto il professor Dino Cofrancesco, primo firmatario del documento.

Posizioni legittime dall’una e dall’altra parte. Il rischio è che si instauri una spirale di appelli e contro appelli che alimentano le polemiche sui giornali senza entrare nel merito delle problematiche e dei nodi centrali della riforma. Sono i rischi della mediatizzazione delle proposte e della ricerca del consenso su parole d’ordine.

Professor , come nasce il bisogno di un contro-manifesto?

Il problema che abbiamo voluto sollevare è che, di fronte alla possibilità di riformare le Istituzioni e di rivedere la Costituzione, c’è una canea di sacerdoti del tempio democratico che insorge. È ora di farla finita. Gli intellettuali in Italia non si chiamano solo Rodotà, Zaghrebelsky e Barbara Spinelli. Un gruppo che sembra voler egemonizzare il potere intellettuale e che si auto attribuisce un peso sproporzionato alla sua autorità morale e al suo prestigio intellettuale.

Lei sottolinea, comunque, che non si tratta di un sostegno incondizionato al progetto di Renzi.

Anche tra i firmatari del manifesto ci sono delle divergenze, però siamo tutti accomunati dal fatto che le forze migliori e più responsabili del centrodestra e del centrosinistra debbano impegnarsi per rivedere la Costituzione e rifondare le Istituzioni italiane. Ogni volta che si vuole mettere mano alla Costituzione, che non è affatto la più bella del mondo, c’è questa levata scudi che agita lo spettro del fascismo e della democrazia in pericolo. È intollerabile! Era già avvenuto con Berlusconi. Berlusconi non è mai stato uno statista, è sceso in campo per ragioni personali anche se ha svolto, almeno all’inizio, una funzione positiva perché senza di lui la gioiosa macchina da guerra di Occhetto avrebbe invaso tutta la società civile e le istituzioni come, in parte, poi ha fatto. Berlusconi non ha mai avuto la statura di un politico né una cultura politica liberale: basti vedere che voleva fare un grande partito liberale e poi si è iscritto al partito dei popolari europei.

Perchè, Renzi è uno statista?

Io non sono sicuro che Renzi riesca nel progetto, che riesca a mandare in porto le riforme annunciate, ma sono sicuro di una cosa: che ha rimesso in moto la locomotiva che si era fermata. Il punto centrale è che il bicameralismo perfetto così come è oggi non funziona: Renzi è colui che con più coraggio e con più esprit decisionista ha fatto rilevare questo e si sta impuntando per favorire il cambiamento. Si deve decretare una volta per tutte la fine bicameralismo: non deve più succedere che una legge che si fa alla Camera venga palleggiata tra le due Aule e alla fine venga del tutto stravolto rispetto al testo originario. Il manifesto vuole essere una testimonianza del fatto che in Italia c’è una cultura liberale che guarda con interesse ai progetti riformatori che vengano da centrosinistra e centrodestra.

Eppure la volontà di superare il bicameralismo perfetto sembra condivisa un po’ da tutti. Il punto è come organizzarla.

Non è vero che sono tutti d’accordo con l’abolizione del bicameralismo perché se il problema fosse solo della forma non ci sarebbe un contenzioso. Su come superare il bicameralismo si può discutere, l’essenziale è che si faccia. Affidare de facto il controllo di costituzionalità a un Senato elettivo significa far rientrare dalla finestra il bicameralismo perfetto, in un Paese su ogni legge ordinaria che piace poco cade il sospetto della violazione del dettato costituzionale (si pensi al lodo Alfano o al lodo Violante…) Per quanto mi riguarda, abolirei il Senato tout court e alla stessa maniera le Regioni che, come stanno dimostrando una serie di studi e analisi, sono un pozzo senza fondo di spreco di denaro pubblico.(v. i due volumi di Pierfrancesco De Robertis La casta invisibile delle Regioni e La casta a statuto speciale pubblicati da Rubbettino). E, poi, credo che dobbiamo dimenticare Cattaneo, basta con la retorica delle autonomie locali. Voglio uno Stato magro, ma forte con poche competenze però efficace ed efficiente, in grado di far rispettare la legge. Qui siamo, invece, di fronte ad uno Stato obeso che si muove come un pachiderma, con moltissime competenze e immobilità cadaverica.

Cosa mi dice della modalità di presentare una riforma così delicata in CDM accompagnata dal “o con me o contro di me”?

È giusto che sia il presidente del consiglio a stabilire quali riforme vadano fatte, che “ci metta la faccia”, come ama dire Renzi: poi democraticamente, si può dissentire o essere d’accordo. In caso di dissenso della maggioranza il presidente può dire “ me ne vado”. È un modus operandi che corrisponde bene alla prassi di una democrazia reale, altra cosa dalla democrazia dell’Italia di Aldo Moro, con i suoi bizantinismi, i suoi messaggi di fumo, i suoi negoziati sotterranei e defatiganti. Tutto alla luce del sole: o si realizza il programma proposto dal premier o si va tutti a casa e si sceglie un altro premier. Siete d’accordo su questa riforma? Bene. “Non lo siete? Me ne vado”. Quale leader aveva, fino ad ora adottato questo stile?

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

More Posts

Follow Me:
DiggStumbleUpon

Angela Merkel bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Inps ISTAT italia italicum lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato Silvio Berlusconi UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo
  1. delusione profonda rispetto a questo contributo che ha un odore stantio di prima repubblica tipo ‘Milano da bere’.. Sono un vecchio riformista ex PCI, antirenziano (e perciò contro l’Italicum ) e ricordo all’intervistato di cui sopra che il vecchio PCI proponeva 30 anni fa il dimezzamento dei parlamentari.Chi si oppose? IL CAF non mi pare di ricordare fosse a favore.. Il 25 maggio pensavo di votare PSI alle europee. Ora..non lo so.Carlo51

Lascia un commento