venerdì, 21 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

La riforma di Renzi e il ritorno dei giacobini
Pubblicato il 02-04-2014


Il 2 aprile è stato presentato, a Milano , un numero speciale della rivista “ParadoXa” dedicato alla “Repubblica di Sartori”. Una iniziativa particolarmente opportuna in questo momento della vita politica nazionale, caratterizzato dalla centralità delle riforme costituzionali. Un tema assai caro a Sartori, al quale ha dedicato numerosi saggi.

In essi si trova una lucida diagnosi-terapia dei mali che affliggono la nostra democrazia. Il primo dei quali è il bicameralismo perfetto: un residuo del passato di cui la più parte delle democrazie consolidate – quella inglese, in primis – si sono liberate. Il secondo difetto che appesantisce gravemente il processo decisionale della Repubblica è il suo specifico assetto costituzionale. Dominato dalla “paura del tiranno”, il Costituente fu più preoccupato di impedire la concentrazione del potere nelle mani di un uomo che di garantire la governabilità del Paese. Conseguentemente, adottò un modello parlamentare a-cefalo. Ma una democrazia funzionante è un sistema di produzione di decisioni imperative permanentemente impegnato a rispondere positivamente alle domande – articolate dai sindacati e aggregate dai partiti — di una cittadinanza sempre più esigente a motivo della rivoluzione delle aspettative crescenti. Il che, poi, significa che il sistema liberal-democratico ha bisogno di una forte leadership. Che è esattamente quello che manca alla Repubblica, il cui capo di governo è solo un primus inter pares , cui spetta – come recita l’articolo 95 della Carta Costituzionale – solo la funzione di promuovere e coordinare l’azione dei ministri.

La conclusione di ordine generale alla quale Sartori – dopo una puntuale analisi comparata dei sistemi politici democratici – è giunto è che “il governo parlamentare funziona (o funziona meglio ) quando la sua denominazione è maledetta, vale a dire quando il Parlamento non governa, quando gli viene messo la mordacchia. Detto altrimenti, il parlamentarismo che funziona non è mai un parlamentarismo puro che incorpori pienamente il principio della sovranità del Parlamento. Piuttosto, il parlamentarismo funziona quando le sue ali vengono tarpate, quando acquista una forma semi-parlamentare. Paradossalmente (ma non troppo), meno un governo è genuinamente parlamentare, e meglio rende”.

Una conclusione, quella di Sartori, che sembra essere alla base della riforma costituzionale che Matteo Renzi ha in animo di realizzare. Obbiettivo dichiarato: elevare le capacità di problems solving della democrazia italiana eliminando il bicameralismo paralizzante e rafforzando il potere del capo di governo. Il tutto tenendo presente l’esperienza delle democrazie funzionanti, nelle quali l’Esecutivo è messo in condizione di governare il cambiamento.

La reazione degli intellettuali che si sono autoeletti ‘Custodi del Tempio Democratico’ non si è fatta attendere. Ed è stata, more solito, violentissima. Sul “Fatto Quotidiano” è apparso un Appello — firmato, fra gli altri, da Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky — , nel quale la riforma costituzionale di Renzi è stata bollata come un subdolo attacco contro i valori che sono alla base della Repubblica. Il suo intento, infatti, sarebbe addirittura quello di creare “un sistema dittatoriale che dà al Presidente del Consiglio poteri padronali”. In aggiunta, il Documento afferma, apertis verbis, che il segretario del Pd avrebbe in mente di realizzare quello che Berlusconi ha sognato: “Una democrazia plebiscitaria … che nessun cittadino che ha rispetto per la sua libertà politica e civile può desiderare”.

Giustamente, sulle colonne del “Corriere della Sera”, Ernesto Galli della Loggia ha stigmatizzato la faziosità degli estensori del Documento, nonché il fatto che essi hanno ignorato, con la più estrema arroganza, decenni di studi, di discussioni e di lavori parlamentari.

Ma c’è di più. C’è che Rodotà e Zagrebelski hanno dato l’ennesima prova che essi si dicono liberali, ma, in realtà, sono dei giacobini, animati — come tutti gli autentici giacobini — dalla pretesa di incarnare la Virtù e, di conseguenza, sempre pronti a demonizzare chi la pensa diversamente.

Luciano Pellicani

Dal blog della Fondazione Nenni

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Commenti all'articolo
  1. CONTROPROPOSTE COSTRUTTIVE
    Ipotizzo che l’Italicum passi ed allora occorrono controproposte costruttive che ne correggano l’impianto lavorando sul balance of powers.
    Posto che il premio di maggioranza serve a dare “stabilità” è logico pensare che quella stabilità serva ad attuare il programma di governo e a non sovvertire l’ordinamento dello Stato quando sono in ballo regole generali.
    L’uso del voto di fiducia voluto da Renzi oltre ad essere un atto di debolezza, è un atto di irrituale prepotenza, un esempio di democratura.
    Si potrebbe allora pensare che i deputati avuti in più, grazie al premio di maggioranza, assumano una natura diversa da quella dei deputati eletti dal popolo. In tal ipotesi potrebbero avere diritti diversi dai deputati veramente tali.
    Quindi quando si parla di cose diverse da quelle ordinarie previste nel programma di governo, quando si tratta di regole del gioco che richiedono l’assenso della stragrande maggioranza del parlamento, quei deputati non eletti dal popolo, quri deputati di serie B, quel manipolo di supporto alla maggioranza, non dovrebbe poter votare:
    • Leggi costituzionali
    • Elezione del Presidente della Repubblica
    • Elezione membri Consulta, Csm etc
    • Leggi elettorali
    • Leggi relative alle libertà personali
    Inviterei a ragionare su questa proposta prendendo la mia casistica come modificabile ed integrabile, insomma un working paper.

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