domenica, 21 gennaio 2018
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Opinioni e commenti
 

La strada delle riforme
per Matteo Renzi è piena
di trabocchetti
Pubblicato il 02-04-2014


Renzi-riformeSorprese e intoppi. Arrivano brutti segnali per Matteo Renzi. Fibrilla sia la maggioranza politica per realizzare le riforme economiche e sia quella istituzionale con Silvio Berlusconi per varare le revisioni costituzionali. Renato Brunetta pronostica una crisi, appena un mese dopo la nascita del governo, con addirittura il traguardo di un Renzi bis. Il capogruppo di Forza Italia alla Camera ipotizza:“Dopo Renzi ci può essere un altro Renzi, visto che il presidente della Repubblica non vuole utilizzare l’arma democratica per eccellenza: le elezioni”.

È senz’altro una previsione azzardata, ma dà il segno del clima infuocato nel quale si muove il presidente del Consiglio e segretario del Pd. Renzi vuole “cambiamenti radicali”: riforma elettorale, del Senato, del mercato del lavoro, del fisco, della burocrazia … Intende andare avanti rapidamente per battere la crisi economica, combattere la disoccupazione e rinnovare l’impolverata macchina istituzionale italiana. Gli obiettivi immediati sono soprattutto quattro: 1) infilare in busta paga 80 euro in più al mese per i lavoratori dipendenti a basso reddito, 2) riportare sotto il 10% la disoccupazione schizzata al dato record del 13% (oltre il 40% quella giovanile), 3) rendere più flessibile il mercato del lavoro, 4) cambiare il volto del Senato riducendone il ruolo e il costo.

Forza Italia, componente della maggioranza istituzionale, ha delle riserve su come modificare i poteri del Senato. I partiti minori della maggioranza politica contestano l’Italicum, il progetto di riforma elettorale iper maggioritario in chiave bipartitica, frutto dell’accordo Renzi-Berlusconi. Le minoranze del Pd criticano e chiedono “correzioni” al decreto legge sulla riforma del mercato del lavoro. Stefano Fassina, uno dei leader della sinistra del Pd, è arrivato dire del decreto del governo che “è la proposta della destra”.

Pino Civati e Vannino Chiti aprono il “fronte” del Senato. Annunciano due distinte proposte di legge costituzionali per dimezzare, praticamente, sia la Camera e sia Palazzo Madama e per continuare a far eleggere i senatori dai cittadini (il progetto del governo stabilisce solo il drastico taglio dei seggi del Senato e la nomina a senatori, senza compenso, di consiglieri regionali e sindaci).

Il presidente del Consiglio vuole dei risultati prima delle elezioni europee del 25 maggio. E per questo è anche pronto ad affrontare la battaglia su tre fronti: contro “l’opposizione responsabile” di Silvio Berlusconi, contro l’opposizione antagonista di Beppe Grillo e contro “il fuoco amico” delle minoranze del Pd, cioè il suo stesso partito. Non gli piace, almeno per ora, un bis avvelenato.

Il giovane “rottamatore” del vecchio gruppo dirigente democratico deve evitare la pericolosa morsa Italia-minoranze Pd contro il governo. È fiducioso e ritiene che Forza Italia, la maggioranza e il Pd “saranno affidabili” nelle votazioni in Parlamento. La situazione è però particolarmente difficile al Senato.

Il primo sì alla cancellazione delle Province è passato a Palazzo Madama con un voto di fiducia risicato: appena 160 sì, una maggioranza molto ristretta che ha perso 9 voti per strada rispetto al voto che ha sancito la nascita del suo governo. E proprio il Senato ora dovrà votare sulla riforma costituzionale che ridimensiona il suo ruolo e sulla nuova legge elettorale per le politiche. Il giovane presidente del Consiglio va avanti dritto, non molla: “Ci giocheremo la faccia e tutto il resto”. È un avvertimento sulla sua determinazione a non perdere la partita delle “riforme rivoluzionarie”.

Leo Sansone

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