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Opinioni e commenti
 

Lavoro, si rischia di peggiorare norme già brutte
Pubblicato il 22-04-2014


Renzi-Job-actRenzi ha avuto un grande merito in questi mesi, riportare al centro del dibattito politico la questione lavoro, ed ha avuto la capacità con la sua proposta su Job Act, di porla anche come prioritaria nell’agenda del Paese.

In un Paese che ha la disoccupazione al 13%, il 40% dei suoi giovani che cercano lavoro, e che vede aumentare del 17% la disoccupazione degli oltre 50 anni, era immorale che il tema della politica fosse solo occupato a discutere di legge elettorale, ma i meriti qui cessano, perché  é assolutamente sbagliato e illusorio pensare che i problemi del lavoro si risolvano intervenendo solo sul sistema legislativo, come che se da solo questo intervento fosse capace di far diminuire di colpo la disoccupazione.

É almeno dal 1990 che si persegue questa strada,  ma come spesso succede in Italia, quando i buoi sono scappati, gli interventi vengono fatti sempre con lustri di ritardo ed invece che produrre effetti positivi, sono controproducenti.

Nel 1991, si sarebbe già dovuto inserire allora in sede di elaborazione della legge 223 sulla mobilità,  alcune formulazioni che avrebbero già allora reso possibile l’uso della flessibilità, il lavoro interinale, ma per l’opposizione pregiudiziale e ideologica di una parte del sindacato si sono aspettati,  sei anni per arrivare alla definizione della legge Treu, che nel 1997 ha introdotto il lavoro interinale e allo stesso modo è intervenuta su una serie di forme contrattuali e sul sistema della formazione.

La grande idea che stava alla base dell’opposizione all’introduzione del lavoro interinale, era quella che le agenzie private  avrebbero  lavorato sullo stesso identico terreno degli uffici del lavoro che fino ad allora erano esclusivamente preposti a far incontrare la domanda e l’offerta nel mercato del lavoro. Piccola obiezione, perché oggi come allora solo l’l1% delle nuove assunzioni transitava dagli uffici pubblici; spesso molte altre erano le vie  che venivano percorse per trovare lavoro e molto spesso quelle vie passavano, attraverso le raccomandazioni dei partiti, dei politici locali e dei potentati di ogni territorio.

Nel 1997, dopo che l’Europa ci aveva condannato più volte e invitato ad aprire il monopolio del pubblico alle agenzie private, venne introdotto il lavoro interinale, che consentiva alle aziende un minimo di flessibilità,  ma che non toglieva nulla in termini di diritti ai lavoratori, anzi come il mio vecchio capo Enzo  Mattina può confermare,  garantiva proprio per contratto ai lavoratori interinali  gli stessi identici diritti e gli stessi valori retributivi dei lavoratori che aveva il contratto di lavoro a tempo indeterminato nei luoghi di lavoro.

Tre erano gli assi su cui si basava il ricorso al lavoro interinale: il primo,  e fondamentale divieto assoluto nei confronti delle categorie a esiguo contenuto professionale, ad esempio era vietato assumere camerieri e inservienti, operai edili, o nelle aziende gli operai a basso profilo;  il secondo era che i diritti e i salari dovessero essere uguali anche per i lavoratori interinali; il terzo era che una parte, il 4% del fatturato, doveva essere destinato ad un fondo di formazione nazionale del settore, chiamato Formatemp e gestito da Confindustria e sindacati confederali.

Il lavoro interinale e la flessibilità erano quindi un completamento del mercato del lavoro, che permetteva al sistema di poter utilizzare forme contrattuali meno rigide,  ma rappresentava percentuali molto piccole, e riguardava poco più di 300.000 lavoratori.

Molte cose sono intervenute nel frattempo,  ma tutte caratterizzate da un vero e proprio scambio con al centro la pelle dei lavoratori, la scientifica sparizione nel tempo di quei paletti che erano stati messi dalla legge Treu e, attenzione,  non perché vi furono interventi legislativi, ma perché i sindacati,  sulla spinta degli imprenditori ed in cambio di potere e di risorse economiche negli enti bilaterali hanno ceduto sul terreno della derogabilità nei contratti di categoria,  arrivando in poco tempo a consentire il lavoro interinale nelle basse categorie, in settori quali edilizia, agricoltura assolutamente vietati  nel 1997, e riducendo nel tempo diritti e salari dei lavoratori interinali nei confronti degli altri lavoratori.

Nonostante tutto questo, e nonostante l’aumento del ricorso al lavoro interinale,  su una cosa non vi era alcuna incertezza, sul fatto che nei contratti fosse ben specificato i motivi del ricorso alla flessibilità,  che potevano essere di natura organizzativa,  tecnica,  ma dovevano essere dettagliati.

Altra questione fondamentale nell’arco di un biennio non potevano essere concesse  che 4 proroghe e,  dopo  4 proroghe si doveva automaticamente procedere all’assunzione a lavoro indeterminato dei lavoratori.

Come si può ben vedere  da questi numeri,  il lavoro interinale, oggi ‘somministrazione’,  minimamente cambiato dalla legge  Biagi, é stato solo usato come capro espiatorio,  come lavatoio ideologico,  nei confronti di quelle che sono le vere forme contrattuali responsabili oggi dell’uso indiscriminato della flessibilità, che è diventata vera e propria precarietà.

Le finte partite Iva, i contratti a progetto nel privato, l’uso indiscriminato dei ‘co. co. co.’, nella pubblica amministrazione,  sono i veri responsabili di questa situazione,  e non é certo introducendo nuove forme contrattuali,  come il contratto unico o aumentando il ricorso alle proroghe che si può affrontare il problema drammatico dell’occupazione.

É un approccio sbagliato e semplicistico che non mi stupisce provenga da chi ha sempre solo  gestito il mondo delle cooperative, che  ha sempre utilizzato ai propri fini quelle forme di agevolazione,  come la 602, che la legislazione gli consentiva e che ha sottopagato da sempre i propri lavoratori, molto spesso,  considerandoli soci lavoratori, senza permettergli di avere alcuna  voce nelle strutture dirigenti e senza minimamente avere contratti neanche paragonabili con quelli di identici settori produttivi. Altro dunque che gli stessi diritti e gli stessi salari come previsto nella legislazione relativa al lavoro interinale e basti solo pensare a quanto prende un lavoratore della logistica in una azienda privata,  e quando riceve di salario un lavoratore di una cooperativa che esercita lo stesso identico lavoro …

Non è di questo che ha bisogno il Paese,  per affrontare la disoccupazione, ma di una vera e propria legislazione di emergenza come in origine sembrava essere il Job Act. Questo decreto sembra più essere la montagna che partorisce il topolino, e il Psi,  anche attraverso l’intervento del segretario nazionale in sede di votazione del governo Letta, aveva proposto ben più seri e importanti  interventi sul piano dei diritti dei lavoratori a progetto, delle donne e delle finte partite Iva.

Auspico che i compagni in Parlamento sappiano apportare le giuste modifiche a un decreto che così articolato rischia di non servire assolutamente a nulla.

Marco Andreini (resp. naz Welfare PSI)

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