sabato, 23 giugno 2018
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Opinioni e commenti
 

L’Italia senza lavoro.
Microelettronica,
una crisi (in) comprensibile
Pubblicato il 08-04-2014


Microelettronica-crisiAncora con il fiato sospeso i lavoratori della Micron, la multinazionale americana che ha annunciato di volerli lasciare a casa. Da più parti si è alzata la protesta contro la decisione (più o meno) improvvisa della società di delocalizzare in Giappone e di lasciare a casa 419 ingegneri, specie dopo che qualche giorno fa è arrivata l’ennesima lettera di “congratulations” ai dipendenti italiani per i risultati raggiunti nel primo trimestre 2014: un utile record di 713 milioni di dollari.

Dunque come si spiega che un’azienda che gode di ottima salute e che ha chiuso il 2013 in bellezza con un +60% decide di togliere le tende e andare altrove?

Bastano poche e semplici deduzioni, innanzitutto la Micron non è la sola dell’industria elettronica ad annunciare esuberi, a farle compagnia ci sono Alcatel-Lucent e Ibm, ciò svela come nonostante il settore sia in crescita accusa i colpi della crisi all’interno del nostro Paese. Il tutto secondo le stime è da addebitarsi alla mancanza di una politica industriale seria negli ultimi decenni, inutilmente Confindustria-Anie aveva denunciato negli anni scorsi la mancanza di investimenti, ricerca e ammodernamento verso il settore. (In tutti i settori ormai la ricerca è passata dall’essere ancella a … sguattera).

Inoltre sempre da Anie era stato invocato un aiuto a livello “comunitario” chiedendo un tavolo di confronto a livello europeo e sottolineando come il problema fosse comune e “comunitario”:

“Negli ultimi dieci anni – ha affermato qualche mese fa Gabriella Meroni, presidente dell’Associazione Componenti Elettronici di Anie – a causa di regole continentali fortemente penalizzanti e della concorrenza sleale dal Far-East i produttori europei sono più che dimezzati e in Italia in particolare sono stati ormai decimati con conseguente ricaduta su tutta la catena di fornitura e sub-fornitura”.

Seconda spiegazione: Se negli anni passati la nazionalizzazione dell’industria elettronica è stata un’eresia, concedere aiuti statali senza riscontri e politiche ragionate rappresenta un vero e proprio peccato capitale. Risulta assurdo che la Micron abbia giovato del finanziamento di 48 milioni di euro per lo stabilimento in Abruzzo, vincolati a finanziare l’operazione di joint venture e i contratti di solidarietà, per poi annunciare gli esuberi. Mentre il governo giapponese, dove la società trasferirà gran parte di tecnologia, brevetti e fabbriche, ha vincolato la multinazionale alla salvaguardia dei livelli occupazionali, nel resto d’Italia Micron ha agito “con le mani libere”.

Anche l’azienda francese Alcatel non è stata da meno, dopo essersi accaparrata fondi statali ed europei, ha lasciato per strada i suoi dipendenti (ogni anno una parte) spiegando che “è necessario ridurre i costi per poter ripartire”.

Indubbiamente da qualcosa bisogna pur ripartire e speriamo che questa volta non siano gli ingegneri italiani a dover alimentare la consistente fetta di quelli che “ripartono da zero e … fuori dall’Italia”.

Maria Teresa Olivieri

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