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Opinioni e commenti
 

L’Italicum sopravviverà alle elezioni europee?
Pubblicato il 20-04-2014


Manca appena un mese all’appuntamento elettorale europee. E le tendenze in atto ci consentono di formulare alcune ipotesi di massima sul suo esito.

Il primo dato sarà quello del successo di Renzi. Di Renzi. Non del Pd. E tanto meno, se ci è ancora lecito usare questo termine, della sinistra. Il partito era sceso, auspici Bersani e il vecchio gruppo dirigente, dal 34% di Veltroni giù giù sino al 25%. L’ex sindaco di Firenze gli farà risalire la china, grazie a tre fattori strettamente legati alla sua persona: lo stile e i contenuti del suo messaggio; le sue promesse; e, infine, il suo piglio decisionista.

É possibile che questi tre fattori di spinta mantengano il loro effetto positivo sino al 25 maggio. É più probabile che questo effetto si attenui; per la difficoltà di mantenere le promesse (soprattutto per quanto riguarda l’effettivo trasferimento di risorse verso i più deboli) e, per altro verso, per effetto della constatazione che il decisionismo funziona a meraviglia per quanto riguarda l’establishment politico-amministrativo e molto meno, invece, nei confronti dei cosiddetti poteri forti italiani e, soprattutto, europei.

Conseguentemente è lecito attendersi un risultato più che buono, ma in qualche modo inferiore a quello di Walter. Ed è bene aggiungere, per chiudere il discorso sul nostro fronte, che nel 2008 la sinistra subì il disastro elettorale più grande della sua storia, ma riuscì pur sempre (con il concorso della sinistra giustizialista, di quella sociale e degli stessi socialisti) a superare il 40% dei voti. Mentre qui e oggi siamo al disotto di quella percentuale anche scontando, e sperando, che la lista Tsipras superi lo sbarramento del 4% così da accedere al Parlamento europeo.

La forza della sinistra, pardon del nostro Matteo, sta dunque nella debolezza dello schieramento, anzi degli schieramenti avversi. Che è, insieme, elettorale e politica. Da questo punto di vista il 25 maggio dovrebbe formulare alcuni verdetti definitivi e lasciarne in sospeso altri.

Definitiva la scomparsa del centro. Area immaginaria e tormentone vero da quasi vent’anni a questa parte. Oggi ai minimi termini in quanto a peso elettorale; mentre i suoi leader, sino a ieri oggetto di desiderio, sono o malamente inaciditi o propriamente scomparsi. Un effetto, politicamente parlando, di un grande mutamento climatico: nell’era della dissipazione e del berlusconismo/antiberlusconismo la moderazione, l’ortodossia economico-finanziaria e l’Europa erano dei valori; oggi, proprio no.

Probabile, poi, una riclassificazione del centro-destra che rimetta in discussione la stessa centralità berlusconiana. Già oggi, i sondaggi segnalano due fenomeni significativi: il recupero congiunto del Nuovo centro-destra, della Lega e di Fratelli d’Italia, sino a portare le tre liste a superare lo sbarramento e, per altro verso, la tendenza di Forza Italia a scendere progressivamente al di sotto del 20%.

Retrospettivamente è il ritorno di componenti storiche, momentaneamente soffocate dall’abbraccio del padre-padrone: quella moderata e meridional-clientelare, quella più o meno radicalmente populista a “nemico variabile” (prima “Roma ladrona”, poi lo stato nazionale, oggi l’“Europa delle banche”), quella “nazionale e sociale”. In prospettiva è la fine del ruolo stesso di padre-padrone: quando la consistenza elettorale di Forza Italia sarà più o meno uguale, se non inferiore a quella dei suoi potenziali alleati, lo stesso Berlusconi non sarà più l’interlocutore privilegiato di Renzi in un sistema che non sarà mai più bipartitico e, per dirla tutta, nemmeno bipolare.

Ce n’è quanto basta per rimettere in discussione il patto del Nazareno e soprattutto il suo figlio prediletto, l’“Italicum”.

Per Renzi, non era certamente il migliore dei sistemi elettorali possibili, ma era il prezzo da pagare per l’accordo con Berlusconi mentre per il Cavaliere era l’unica ipotesi praticabile, ma a condizione di potere dare le carte per tutto il centro-destra, condizione che con Alfano, Meloni e Salvini al di sopra del 4% e con Berlusconi sotto il 20% verrebbe sostanzialmente meno. Se questo fosse l’esito del voto, si aprirebbero allora scenari totalmente nuovi.

Per chiudere, i Cinque stelle. Probabile che, per effetto della dinamica di contrapposizione, questi raggiungano un risultato uguale o magari anche superiore, a quello del 2013, ma non sino al punto di avvicinarsi alla percentuale del Pd e del centro-destra nel suo insieme.

A quel punto, il movimento verrà confermato anzi confinato nel suo ruolo di alternativa di sistema e per di più chiuso, politicamente e organizzativamente, ad ogni mescolanza con il mondo esterno. Difficile, sostenere questo ruolo a lungo a meno di cogliere l’occasione delle elezioni europee per trasferire il centro di gravità del Movimento a livello internazionale. Ma anche qui siamo nel campo delle possibilità, non delle probabilità.

Alberto Benzoni

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Commenti all'articolo
  1. l’articolo è intressante benzoni e ovviamente da vecchio riformista auspico che la sinistra intera abbia un buon risultato in tutta europa. In questo contesto auspicavo un successo anche del PSI, che si candidasse superando il 4% e che avrei votato.Sarebbe stata la base giusta per rilanciare i valori dell’umanesimo socialista, del riformismo moderno e della sinistra laica. Invece per realpolitik il PSI avrà solo uno strapuntino nel PD renziano. E il 25 maggio trarrò le conseguenze. Carlo51 .
    P.S. nella mia lunga storia anche di uomo di azienda ho resistito alla DC, al craxismo imperante, al berlusconismo e ovvviamente rifiuto il grillismo. Resisterò anche al renzismo. Peccato per il PSI…

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