mercoledì, 19 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

LO SLALOM
Pubblicato il 07-04-2014


Renzi-Berlusconi-riforme

Dopo l’affondo, solo parzialmente ammorbidito di Berlusconi di sabato, la temperatura dei rapporti con Renzi sembra «Noi facciamo le riforme. Le questioni interne a Fi se le risolvano loro. Abbiamo rispetto, ma non accettiamo ultimatum da nessuno men che meno da Brunetta». Questa la risposta che il presidente del Consiglio ha dato al capogruppo di Forza Italia, Renato Brunetta, che poco prima gli aveva lanciato una sorta di ultimatum. «Noi chiediamo a Renzi – aveva detto a Skytg 24 Brunetta – se vuole mantenere la parola, se vuole mantenere i patti, di approvare la riforma elettorale prima di Pasqua, altrimenti casca l’accordo con Berlusconi, con Forza Italia». «La riforma della legge elettorale è ferma da tre settimane al Senato e non è stata ancora consegnata alla commissione Affari costituzionali competente. Se è in grado Renzi approvi la riforma elettorale, così com’è stata approvata dalla Camera, prima di Pasqua, se non è in grado, non ha i numeri per farlo, ne tragga le conseguenze, magari anche con le sue dimissioni». Quanto alla riforma del Senato, il capogruppo di Fi aveva aggiunto: «La riforma del Senato è stata approvata lunedì scorso dal Consiglio dei ministri, ma quella riforma non è stata consegnata agli uffici competenti di Palazzo Madama, il che vuol dire che non esiste ancora, che ci stanno ancora lavorando».

È vero che Brunetta non rappresenta tutta Forza Italia, ma anche il capogruppo al Senato, Romani, dice da giorni le stesse cose e dunque qualche problemino ci deve essere anche perché nessuno conosce la sostanza dell’accordo che Renzi ha concluso con Berlusconi e che sembra impegnare non solo il PD, ma anche gli alleati minori.

Sulla stessa lunghezza d’onda naturalmente c’è anche la ministra per le riforme, Maria Elena Boschi. Approvare la riforma elettorale entro Pasqua «è un’idea di Brunetta. Ancora il testo deve essere esaminato in Commissione al Senato e a Pasqua mancano dieci giorni».

Comunque che l’aria non sia proprio delle migliori lo testimonia anche lo stesso Renzi nel momento stesso in cui ci tiene a precisare di non aver nessun appuntamento con Berlusconi per un nuovo vis-a-vis che da più parti si dava come imminente. Non si possono rivedere perché non ci sono i termini per rinegoziare l’accordo? Oppure perché l’incontro potrebbe essere il modo per Berlusconi per mandare all’aria il piano di Renzi?
E domani alle 18 l’appuntamento decisivo del Consiglio dei ministri per varare il DEF, la legge finanziaria  da cui dovranno uscire anche i  6 o 7 miliardi di euro che servono a Renzi per manter fede a qualcuna delle sue promesse, a cominciare da quella sugli 80 euro in più in busta paga a partire dallo stipendio di maggio.
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Le mani aggrappate sul volante del governo, il piede sull’acceleratore delle riforme, gli occhi fissi ai sondaggi elettorali. Una guida spericolata a tutto gas. Matteo Renzi “si gioca tutto” nelle elezioni europee del 25 maggio. Il presidente del Consiglio ci vuole arrivare vantando un bilancio fitto di risultati positivi per il governo. Punta a pescare voti a sinistra, al centro a destra. Spera di far diventare il Pd il primo partito italiano.

Il presidente del Consiglio e segretario del Pd si pone come l’unico vero leader della sinistra italiana. Vuole difendere i ceti più deboli: a maggio metterà in busta paga 80 euro netti per le retribuzioni più basse, aumenterà le tasse sulle rendite finanziarie, propone l’indennità di disoccupazione universale e il salario minimo garantito per legge. Cerca di dare una identità politica liberalsocialista al Pd, rimasto finora in un confuso limbo post comunista e post democristiano, aderendo al Pse (Partito socialista europeo), impresa non voluta o non riuscita ai quattro precedenti segretari del partito (Veltroni, Franceschini, Bersani, Epifani). Va in questa direzione il patto federativo siglato col Psi in vista delle europee.

Renzi, a destra, indossa anche i panni dell’innovatore liberale per combattere la disoccupazione e superare la grave recessione economica degli ultimi cinque anni. Vuole tagliare la spesa pubblica di 32 miliardi di euro, intende realizzare la riforma della giustizia e rimettere in riga la burocrazia. Punta a restituire competitività al sistema produttivo italiano elevando la flessibilità del lavoro e privilegiando la contrattazione aziendale rispetto a quella nazionale (il modello è quello della Fiat-Chryler di Sergio Marchionne).

Il giovane “rottamatore” della vecchio gruppo dirigente del Pd a sinistra non ha più competitori dopo l’eliminazione politica di Walter Veltroni e Massimo D’Alema, i due “cavalli di razza” del Pci-Pds-Ds-Pd.

Ma anche nel centro-destra per lui si apre “una prateria elettorale”. Il flop di Mario Monti, inventore di Scelta Civica, e la crisi politico-giudiziaria di Silvio Berlusconi, con Forza Italia caduta nel caos, provocano un fiume di voti in libera uscita che Renzi vuole, almeno in parte, intercettare.

Il terzo polo di Beppe Grillo, invece, è un temibile concorrente. Il M5S, su una linea di totale opposizione anti sistema, raccoglie il forte consenso determinato dal malessere sociale provocato dalla crisi economica innescata dalla globalizzazione. Renzi, anche su questo fronte, cerca di pescare consensi. Argomenta: “Grillo solleva i problemi, noi li risolviamo”. Il presidente del Consiglio va sul terreno minato dell’Europa. Critica “la burocrazia” e “la tecnocrazia” dell’Unione europea, lancia una battaglia per cambiare la politica europea dal rigore finanziario alla crescita economica. Tuttavia non mette in discussione l’euro, come fanno Grillo, Berlusconi e la Lega nord di Salvini.

La fortuna aiuta gli audaci, si dice. I sondaggi elettorali per le europee danno il Pd in testa con il 33% dei voti, al M5S ssegnano il 20-21% e a Forza Italia danno il terzo posto, poco sotto questa soglia. Il “rottamatore” vuole andare di corsa: sulle riforme “dobbiamo andare avanti come un rullo compressore”.

Usa il populismo come Grillo e Berlusconi. Cavalca il vento anti-casta: “Abbiamo detto basta a tremila politici nelle Province”.

Tuttavia le incognite, da qui al voto del 25 maggio, sono molte. La credibilità dei partiti italiani continua ad essere bassissima: circa il 50% degli elettori è tentato dal disertare le urne o votare scheda bianca. L’Italicum, il progetto di riforma elettorale frutto dell’intesa Renzi-Berlusconi, è fortemente contestato dai partiti minori della maggioranza e dalla minoranza del Pd per l’iper carattere maggioritario. Il progetto di riforma del Senato, basato sul suo ridimensionamento politico e dimezzamento numerico, è duramente criticato da Berlusconi, componente importante della maggioranza istituzionale, dalla minoranza del Pd e da altre forze della maggioranza come il Psi. Le contestazioni si appuntano non sulla riduzione del numero dei seggi di Palazzo Madama, ma sulla proposta di non far più eleggere i senatori dai cittadini, ma di chiamare governatori, consiglieri regionali e sindaci a lavorare in Senato a titolo gratuito.

Nuova legge elettorale per le politiche, revisione del Senato e dei rapporti Stato-Regioni, abolizione delle Province, sono i tre cardini del progetto di riforme istituzionali del governo. Le parole chiave sono efficienza e velocità. La fine del macchinoso bicameralismo perfetto, con la navetta delle leggi tra Camera e Senato.

Sono traguardi ambiziosi e difficili che cambiano gli stessi assetti costituzionali e tagliano anche molti interessi personali. Sono passaggi a rischio soprattutto quando il Senato dovrà votare il ridimensionamento dei suoi stessi poteri (non potrà più pronunciarsi sulla fiducia al governo e su leggi importanti come quella sul bilancio pubblico) e il dimezzamento dei suoi seggi. Forza Italia alza i toni. Renato Brunetta, capogruppo alla Camera, avverte: Renzi vuole “fregarci il consenso”, ma “non ci frega”. Lancia un ultimatum al presidente del Consiglio: la riforma elettorale sarà approvata “prima di Pasqua, altrimenti casca l’accordo con Berlusconi” .

Renzi rischia, va avanti con decisione e si gioca “la faccia” contro “la palude”. ‘La Stampa’ con Fabio Martini (“Riforme, Renzi non teme il Referendum”.) scrive che ha “un piano B”: se non riuscirà a ricucire i contrasti con Berlusconi, niente elezioni politiche anticipate, punterebbe ad approvare le riforme costituzionali in Parlamento con i voti della maggioranza ai quali si potrebbero aggiungere quelli di Sel e dei dissidenti cinquestelle. Quindi lancerebbe la sfida del referendum costituzionale confermativo per far passare il rinnovamento, contro il fronte conservatore dei “parrucconi”. Strana coincidenza. Pino Pisicchio, vice presidente del Centro democratico, non vuole restare “prigioniero dell’intesa Tra Pd e Fi” e ricorda: sulle riforme va fatto “un referendum per verificarne la compatibilità con il sentimento del popolo italiano”.

Per il presidente del Consiglio si prepara uno slalom ardito. Vasco Rossi canta: “Amo una vita spericolata”.

Leo Sansone

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