mercoledì, 20 giugno 2018
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Opinioni e commenti
 

L’ultima trovata:
l’elezione indiretta del Senato …
Pubblicato il 28-04-2014


Renzi sarebbe disponibile a modificare, dopo lo strappo annunciato da Berlusconi, qualche parte della legge sul nuovo Senato. Anche toccando quel suo poker di principi inattaccabili, e cioè il fato che il Senato non voti la fiducia, non voti le leggi di bilancio, sia senza oneri economici e non sia sottoposto a elezione. Su quest’ultimo punto starebbe lavorando il gruppo di riformatori che si trova vicino al giovane presidente del gruppo Pd della Camera Speranza. Un nome, un proposito. Speranza era ed è tuttora di orientamento bersaniano, ma vicino a Renzi, del quale è collaboratore leale.

Così sarebbe nata, per convincere Chiti e i suoi a ritirare la proposta di legge che muterebbe alcuni caratteri fondamentali della proposta di Renzi, un strana, e anche assai stravagante, idea. E cioè quella di eleggere i consiglieri regionali, alcuni dei quali candidandoli anche a senatori probabili. Poi tra quelli eletti come probabili, si dovrebbero scegliere quelli da designare. L’hanno definita “elezione indiretta” ed in effetti si tratterebbe di una elezione che però individua un gruppo di eleggibili dai quali estrarre quelli effettivi. Una sorta di ossimoro istituzionale. Da che mondo è mondo una elezione è tale o non è.

E invece in questo caso sarebbe una mezza elezione, simile all’idea di quel tale che non riuscendo a trovare le risorse per costruire una casa ne ha costruita metà. Solo per sé e la moglie. Lasciando i figli sul tetto. Soluzione realistica, ma alquanto scomoda. Se una parte del Pd è per l’elezione diretta del Senato e un’altra parte è per la designazione indiretta ecco l’uovo di Colombo. O la soluzione della sintesi degli opposti con Speranza di soluzione unitaria. È nata così l’elezione indiretta. Cioè gli elettori vengano chiamati a votare per finta. Votino una serie di nomi, che non verranno eletti, o meglio verranno eletti come candidati poi da designare. Una meraviglia. Non piu gli eletti tra i designati, ma i designati tra gli eletti. La soluzione all’incontrario della logica democratica. Ma scusate, è così che si riforma lo Stato?

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Commenti all'articolo
  1. Sai che cosa ti dico? Il Senato andrebbe abolito. Ma siccome abolirlo subito non è possibile, qualsiasi compromesso o alchimia per la sua composizione va bene. L’importante che non faccia nomine, dismetta l’attuale struttura elefantiaca che sarebbe inutile per un senato senza poteri e soprattutto non voti le leggi. Poi ci vuole la caparbietà di Matteo Renzi per impedire che, sotto banco, certe funzioni e poteri, come per magia rinascano. Allora occorre che le convocazioni siano rare e che vengano tolti gli uffici romai ai senatori, compreso il gettone di presenza.

  2. mah Del Bue, da vecchio uomo di sinistra posso solo dire che le proposte di riforma lanciate dal governo del papa boy non mi piacciono: nè l’Italicum nè questo pastrocchio sul Senato.
    Io la vedo così: dimezzamento dei parlamentari (come proponeva 30 anni fa il PCI- questo sì che è un risparmio di soldi e di tempi), entrambe le camere elettive ma il Senato non vota la fiducia (mantiene una caratteristica regionale come avevano previsto i costituenti).Legge elettorale alla francese.
    Se la sinistra (PD,PSI,SEL ,laici ecc) avesse coraggio, l’inciucio renzusconiano sarebbe già sepolto.

  3. Il pastrocchio iniziale diventa ancora più complesso e incomprensibile.
    In questo modo non si rottama nulla, anzi, si complica il sistema istituzionale e si aprono praterie per le scorribande degli insabbiatori.

  4. Carlo, io continua a pensare che riforme costituzionali così importanti promosse unicamente in base al miserabile ragionamento (mi-se-ra-bi-le) sia un assist all’antipolitica fenomenale. Che vogliamo affermare il principio della democrazia a soffietto? Poca in tempi di recessione e tanta nel ciclo espansivo.
    Detto questo, la proposta Chiti, per quanto più sensata dei boy scout, si iscrive pienamente nel tentativo di inseguire l’ostilità popolare per qualunque cosa abbia anche il lontano sentore di “elettivo”. O meglio, ostilità unanime del mondo mediatico. Il che dovrebbe anche far riflettere.
    Ed è comunque una proposta balorda: avremmo un numero di deputati di poco superiori (circa 20) a quelli che aveva il Regno di Sardegna nel 1859, subito dopo l’annessione delle “province lombarde”. Chiunque abbia un minimo di cervello in testa, sa benissimo che il rapporto equilibrato tra numero di parlamentari e popolazione è importante per un’ordinamento democratico. Da questo punto di vista noi siamo in linea con i paesi europei a noi omologhi. Dunque non vi è alcuna necessità di ridurre il numero dei parlamentari italiani. Semmai vi è la necessità di ridurre le loro indennità, ma solo per una questione di decenza, perché comunque l’impatto sulle finanze pubbliche sarebbe risibile. E lo sappiamo tutti.
    Diverso è il discorso sul bicameralismo perfetto, che ha eguali solo negli USA come contrappeso ai poteri presidenziali.
    E’ su questo punto che si può intervenire per rendere più efficiente la funzione legislativa.
    Termino osservando che interventi della portata di quelli proposti dal Governo pongono il serio dubbio che si possano adottare con le procedure previste dall’art. 138.
    Infatti, accettato il principio che con quelle procedure si può rendere una camera (il Senato in questo caso) “non elettiva”, nulla vieta poi che successivamente possa essere resa “non elettiva” anche l’altra. In nome della velocità, del risparmio, delll’efficienza o dell’improntitudine di chi si “gioca la faccia”.
    E non ci sarebbe alcun rimedio giurisdizionale, rimarrebbe soltanto, a chi abbia a cuore la democrazia, la ribellione armata.
    Si tratta solo di una possibilità teorica, è vero. Ma, in combinazione con una legge elettorale (per la Camera) che può dare una ampia maggioranza anche ad un partito che ottiene il 25% dei voti, qualche campanello d’allarme nelle teste di chi ancora possiede un briciolo di raziocinio dovrebbe squillare.
    Peraltro il tutto dovrebbe essere approvato da un Parlamento generato da una legge elettorale dichiarata contraria alla Costituzione perché distorsiva della volontà popolare (premio di maggioranza irragionevole) e limitante della facoltà del sovrano (il popolo, a norma di Costituzione) di scegliere i propri rappresentanti. Un Parlamento formalmente legittimo soltanto perché il costituente non ha previsto un rimedio costitituzionale ad un caso (legge elettorale incostituzionale) inimmaginabile all’epoca dell’Assemblea Costituente. Formalmente legittimo dunque, ma sostanzialmente frutto di un imbroglio, reiterato perdipiù. Un Parlamento che il presidente della Repubblica avrebbe dovuto sciogliere un minuto dopo la pubblicazione della sentenza della Corte Costituzionale, per decenza istituzionale.
    Infine una notazione per i dirigenti e i compagni del Psi (benché non iscritto rimango perdutamente innamorato dell’idea socialista): la politica è fatta di manovra, di tattica, di strategia e anche di soddisfazione delle ambizioni personali. Non trovo scandalo in questo. Ma quando si rinuncia ad assumere posizioni di principio su questioni che investono l’essenza stessa della democrazia repubblicana, ebbene allora si perde qualunque ragione della propria esistenza politica, sia personale che collettiva. Spero vivamente che non lo dimentichiate.

  5. E’ proprio vero,che la rinuncia alle posizioni di principio è rinuncia all’identità ed alle ragioni del fare politica!!! Libero da responsabilità di primo piano,e quindi dalla tattica,il Psi avrebbe ben potuto costituirsi come testimone e difensore dei principi che contribuì a fissare nella Carta e di un coerente aggiornamento. Si sarebbe posto come riferimento in un panorama disastrato dall’ antipolitica e dall’opportunismo! Invece vi si è “acquattato” in funzione di piccole ambizioni personali. Per dedizione di alcuni,resistono testimonianze “on line”. Ma il Psi in quanto tale,al quale aderisco per lealtà al mio passato di parlamentare,a cosa serve?

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