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Opinioni e commenti
 

L’utopia irrisolta
Pubblicato il 19-04-2014


Bene comune. Non esiste termine più usato in politica. Tutto ciò che rappresenta la sintesi del del dibattito politico che per millenni ha infiammato gli animi del mondo, ruota attorno a queste due parole. Parole alle quali ancor oggi facciamo fatica a dare un significato preciso e definitivo. Parole così semplici, eppur così complesse.

I saggi che trattano di questo argomento sono molteplici, e non pochi di questi risalgono a molti anni fa. Un esempio può essere ciò che scrisse Tommaso D’Aquino – Santo per i credenti – il quale, dal lontano 1200, ci da una definizione molto efficace del concetto di “legge”. Essa è giusta se non dà troppi  poteri a chi le emana, se impone ai cittadini compiti secondo una distribuzione equa, e se ha il fine unico del “bene comune”. Ecco allora che vediamo apparire le nostre due parole, che acquisiscono in questo caso un’importanza fondamentale: non per il bene di uno solo devono essere fatte le leggi, ma per il bene di tutti! Un concetto che sarebbe di certo definitivo e condiviso se solo non presentasse dei problemi non semplici.

Che cosa rappresenta infatti la volontà generale? Nella storia abbiamo visto, e tuttora vediamo, uomini soli al comando, che si dicono portatori della volontà popolare; e a fianco di questi, spesso, intere associazioni religiose e politiche che dicono di interpretare giustamente il volere di tutti. E’ questa la risposta?

Nel dibattito interviene il filosofo Jacques Rousseau, che nel 1762, nel suo “Del contratto sociale o principi del diritto politico”, definisce “volontà generale” la volontà che parecchi uomini riuniti esprimono pensando con la propria testa ed agendo come un sol corpo, senza passare per associazioni e fazioni. In sintesi, egli teorizza quella “democrazia diretta” tanto voluta da Grillo e dal MoVimento 5 Stelle, la quale – secondo quest’ultimi – si può avere oggi solo tramite l’uso del web per votare i tanti “referendum propositivi” su tutte le questioni più importanti e principali del nostro Paese. Di certo siamo davanti ad un’utopia difficile da raggiungere in quanto su come dare la possibilità di votare a tutti, su come impedire brogli che sul web si possono commettere con troppa facilità, e da chi e come debbano venire proposti questi “referendum”, il dibattito è infinito. Possiamo però non escludere che una profonda riflessione sul nostro sistema elettorale e di rappresentanza, oggi, vada affrontata.

Non solo. E’ necessario infatti rivedere ancora una volta la nostra concezione di “bene comune” che oggi, evolvendosi nel tempo, viene troppo erroneamente scambiato con l’avere una forte economia: niente di più sbagliato e di più liberista. Quel liberismo spietato che oggi ha mandato in crisi l’intero mondo occidentale e dal quale dobbiamo uscire una volta per tutte.

Cos’è infatti la ricchezza? La quantità di denaro posseduto o la possibilità effettiva di spenderlo? Il profitto volto a se stesso o il benessere che proviene da questo? Una famiglia può essere anche benestante, ma se vive in un posto dove c’è assenza di un adeguato servizio pubblico, dove non può acquistare prodotti di qualità e dove la vita è sostanzialmente un inferno, si può legittimamente dubitare che questa sia felice. Ecco allora che appare la parola che invece dovrebbe essere un valido sinonimo di “bene comune”: felicità, felicità di tutti.

A questo punto non possiamo non ricordare la teoria del “diritto al benessere” del socialista Riccardo Lombardi, il quale negli anni ’70 teorizzò una “società diversamente ricca”, nella quale lo Stato deve far sì che il singolo cittadino possa raggiungere la felicità, dandogli la possibilità e la libertà di poter pienamente realizzare se stesso. Fortunatamente proprio questa teoria è stata recentemente ripresa da intellettuali ed economisti come Giuseppe De Rita, che hanno iniziato a pensare ad un modello diverso di società. Non solo, ma le teorie di Lombardi sono oggi alla base del manifesto progressista per l’Europa del PSE, nel quale è chiara la volontà di avere un’economia non fine a se stessa, ma al servizio dell’uomo.

Sembra che tutto un popolo europeo si sia risvegliato da un profondo sonno e che abbia iniziato a cercare la via giusta da percorrere, andando a riprendere le teorie di quel socialista che al tempo fecero diverso scalpore, ma che oggi, dopo una crisi che ci ha sfiancato, vengono riconsiderate insieme a quella figura quasi dimenticata.

Ancora una volta i socialisti avevano ragione, e chissà se un giorno, dopo la visione di Lombardi, verrà il momento nel quale gli “stati uniti d’Europa” teorizzati dal vecchio Turati, non si realizzeranno.

Enrico Pedrelli

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Commenti all'articolo
  1. Sono contento per il recupero del pensiero di Lombardi e deve essere nel psi un vero e proprio coro. Sapeva leggere la realtà: prima delle riforme di struttura, sosteneva alla nascita del centro sinistra, occorre razionalizzare il nostro sistema produttivo. Leggo polemiche, sulla alleanza col pd come se non avesse aderito alla internazionale socialista, che avrebbero un senso se noi, con questa alleanza, cercassimo una nostra essenza politica. Questa sta scritta nella attualità delle nostre idee che hanno trovato in: NENNI, SARAGAT,PERTINI, LOMBARDI, BRODOLINI, FORTUNA, CRAXI ECCC….che è il terreno, che oggi, noi dobbiamo tradurre nella prassi politica.

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