domenica, 21 gennaio 2018
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Opinioni e commenti
 

Orano e Manuzzi raccontano le banche e la bancarotta fraudolenta
Pubblicato il 01-04-2014


Bancarotta FraudolentaLa bancarotta fraudolenta è davvero la fine dell’impresa fallita o l’inizio della costruzione di un meccanismo più complesso e pericoloso? Questo l’interrogativo sollevato in occasione della presentazione del libro di Giorgio Orano: “Il mare con il cucchiaino. Vademecum della repressione penale della bancarotta fraudolenta”. Assistendo all’illustrazione di questo testo è venuta in mente la fiction, andata in onda su Rai Uno per la regia di Luciano Manuzzi, con Elena Sofia Ricci: “Le due leggi”.

Entrambi accolgono la metafora, diffusa comunemente, del mondo economico-finanziario quale un mare di pescecani e di squali, dove il pesce più grande mangia quello più piccolo. Sia il libro che il film invitano a riflettere sul bivio di fronte a cui si viene messi, quello delle due leggi: quella dei protocolli e quella della coscienza; quella morale (e umana, più giusta, come afferma Elena Sofia Ricci nei panni di Adriana, un direttore di banca) e quella giuridico-economica delle procedure da seguire strettamente secondo quanto previsto dai codici civili e penali e dalla normativa interna alle banche. Ma si tratta anche della difficoltà di saper scindere tra l’imprenditore onesto e quello disonesto; di saper trattare i fruitori delle banche non come numeri, meri e semplici clienti con cui fare profitto, ma come persone; di cercare un rapporto più umano con chi si ha di fronte, sapendolo ascoltare. La capacità sia del film che del libro è quella di usare un linguaggio semplice, accessibile a tutti, senza cadere troppo nei tecnicismi, ma dimostrando – con chiarezza e in maniera diretta – una padronanza della materia anche tecnica, usando i vocaboli specifici nei momenti necessari.

Entrambi analizzano, rispettivamente, il mondo delle banche e della bancarotta fraudolenta, da tutti i punti di vista, senza togliere l’angolatura di visuale di nessuna delle parti in causa. Gli autori guidano passo passo, analizzando con minuzia i vari personaggi e il complesso di artifici messi in moto, squarciando il velo dell’apparenza e procedendo a ritroso da quello che si trova e non si trova. In questo quadro del Diritto disegnato (umano, civile e penale), in cui vengono mostrati tutti gli artifici contabili e societari, viene valorizzato l’aspetto umano, senza togliere spazio al rigore della razionalizzazione logica degli schemi. Da qui l’originalità, la valenza sociale di due opere accessibili, in cui tutti i concetti sono ben individuati e spiegati, quale quella di debito: che è al tempo stesso quello economico e quello di mancanza di fiducia quando non si viene rispettata la parola data.

Alla presentazione del libro ci appare maestosa la scritta: “La legge è uguale per tutti”, quasi un invito a riflettere se lo è davvero. Durante la fiction lo spettatore è continuamente invitato a interrogarsi su cosa scegliere tra ragione e sentimento, tra lavoro e famiglia, tra ciò si dovrebbe fare e ciò che appare giusto. Le due leggi sono quelle impersonificate nella fiction da tre donne, in una specie di intreccio basato su tesi-antitesi-sintesi. Si parte dal forte contrasto di Adriana, una sorta di Antigone dei tempi moderni, che è tormentata dagli occhi del cliente cui ha rifiutato un finanziamento, e che si è suicidato dandosi fuoco, quasi che la interrogassero sul “perché” di quel rifiuto. E così inizia a porsi una serie di domande che la portano a cambiare visione, a decidere di autodenunciarsi per pagare il conto per quell’errore commesso: comincia infatti a trasferire somme di denaro da conti con meno movimenti e più sostanziosi a quelli meno floridi.

Poi c’è la visione della figlia Camilla che invece segue la logica della società contemporanea in cui “rubano tutti, allora è meglio mangiare che essere mangiati; fregare piuttosto che essere fregati”, trovarsi un marito con tanti soldi e farsi mantenere. In un momento in cui “tutto si può comprare è solo questione di prezzo”, la filosofia di Adriana è secondo cui “esistono anche altre cose oltre ai soldi; per esempio fare quello in cui credi. La vita e la dignità delle persone vengono prima dei soldi, del potere e di certe regole”: quelle rigide e tropo ferree delle banche. E poi c’è la carcerata che Adriana conosce in prigione, che le racchiude entrambe, finita lì proprio a causa del danno arrecatole dalla sua banca. Ed è così che nasce il “processo Antigone”, di denuncia di tutte le truffe messe in atto dalle banche come quella di Adriana, che lei scopre, in un gioco losco di “tradimenti”. Ci sono anche le proteste dei lavoratori e tutti i retroscena dipinti anche in “Una grande famiglia 2”; qui però molti più aspetti tecnici fanno capire meglio i meccanismi di funzionamento di un universo in cui ci si sente estranei. La parte migliore della sceneggiatura sono proprio i dialoghi concisi e serrati, sintetici, ma essenziali e puntuali nella precisione di terminologia usata, che con poche parole rendono espliciti concetti più ampi, a volte anche in maniera dura e diretta. Da notare gli ambienti omologati ed omologanti, con tinte di grigio prevalenti che tendono ad uniformare e non distinguere il pubblico dal privato, la banca, dalla casa, al carcere.

Barbara Conti

 

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