martedì, 11 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Otto passi avanti
per combattere l’autismo
Pubblicato il 03-04-2014


AutismoNew York – 2 aprile “Mio figlio parla Disney” afferma il giornalista premio Pulitzer Ron Suskind durante la presentazione del suo libro sull’esperienza di crescere un bambino autistico presentato oggi all’Onu in occasione del settimo “World Awareness Autism Day”.

Lo stesso concetto espresso dal bellissimo documentario della regista italiana Selene Colombo, “Ocho pasos adelante”, che ci mostra le 5 storie vere di altrettanti bambini affetti da autismo e dell’innovativo approccio condotto da un centro di Buenos Aires che si basa sul tentativo di comprensione del mondo in cui il bambino autistico abita, necessariamente diverso dal nostro.

Wittengstein diceva che anche se un leone potesse parlare, noi non lo capiremmo; non potremmo capirlo perché non e nelle parole che si cela il senso, ma nel mondo interiore che queste parole cercano di trasmettere.

Così, tanto il documentario “Ocho pasos adelante” (Otto passi avanti), che il libro “Living Animated”, trasmettono lo stesso concetto di base: interagire con un bambino o un adulto affetto da autismo significa entrare nel suo mondo e cercare di creare un linguaggio comune che aiuti le due parti a comprendersi. Può essere un mondo popolato di personaggi Disney, come quello di cui parla Ron Suskind, o qualcosa di completamente diverso, ma l’importante e riuscire ad aprire una porta di comunicazione.

E un approccio nuovo che, grazie al documentario di Selene Colombo, premiato a Roma e a Buenos Aires, e stato recentemente adottato con un progetto pilota dall’ospedale Bambin Gesù di Roma, rendendo l’Italia il primo Paese europeo ad adottare questo metodo.

Gli otto passi avanti del documentario, su cui si basa questa nuova forma di trattamento dell’autismo, sono quelli che si potrebbero fare se una corretta informazione su cosa sia e come si possa riconoscere l’autismo il prima possibile. Se tutti i genitori, gli insegnanti e i “vicini di casa” fossero in grado di riconoscere l’autismo fin dai primi mesi di vita del bambino secondo alcune “bandiere rosse” che si possono apprendere facilmente, dice infatti una delle terapiste del centro di Buenos Aires, saremmo ben otto passi avanti nella costruzione di quel linguaggio comune che porta all’inclusione del bambino autistico nel nucleo familiare e nella società. Se i genitori, infatti, potessero utilizzare le stesse tecniche utilizzate dai professionisti, avrebbero risultati molto più apprezzabili, perché conoscono meglio il proprio figlio.

Si tratta di un metodo inclusivo, che tende a rendere partecipi non soltanto i figli, ma i genitori stessi, e che guarda in generale alla necessità di una maggiore informazione, piuttosto che concentrarsi sul trattamento del singolo individuo.

Il Rappresentante Permanente d’Italia presso le Nazioni Unite, l’Ambasciatore Sebastiano Cardi, nel presentare il documentario, ricorda come in Italia siano presenti almeno 600.000 bambini autistici (mentre nei soli Stati Uniti il numero sale a ben 1,2 milioni) e quanto sia importante aumentare la portata di una corretta informazione sul fenomeno.

L’autismo è infatti una patologia che si manifesta durante i primi tre anni di vita e particolarmente difficile per i genitori, se non adeguatamente informati e supportati, da gestire.

Allo stesso tempo, la rabbia che spesso i bambini stessi manifestano, nasce proprio dalla mancanza che sentono di un modo di comunicare. Non è raro, infatti, che preferiscano gli oggetti alle persone, perché giudicati meno problematici.

“Non posso parlare con le persone della mia età”, dice semplicemente una ragazza adolescente protagonista di questo documentario, senza aggiungere particolari spiegazioni, se non “che il suo cervello non glielo consente”.

Nello stesso tempo, tuttavia, la ragazza mostra la capacità di comunicare effettivamente con la propria famiglia, secondo un linguaggio comune creato nel tempo. Si tratta di agire sui genitori prima che sui figli, cercando di fargli vedere l’autismo come l’opportunità di imparare un nuovo mondo e un nuovo modo di essere umani, piuttosto che come una sentenza inappellabile, è questo lo scopo principale di questo film, insieme alla consapevolezza che il nemico principale rimane l’ignoranza. Una maggiore diffusione delle informazioni porta ad una diagnosi precoce, a maggiori possibilità di comprensione e all’accettazione, arrivando a capire come l’autismo non sia una prigione, ma semplicemente un altro modo di fare esperienza del mondo.

Costanza Sciubba Caniglia

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