lunedì, 24 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Le “Orchidee” di Pippo Delbono fioriscono nei deserti esistenziali
Pubblicato il 23-04-2014


Orchidee“Un autore scrive perché ha bisogno di creare un mondo in cui poter vivere. Io non potrei mai vivere in nessuno dei mondi che mi sono stati offerti: il mondo dei miei genitori, il modo della guerra, il mondo della politica. Dovevo crearne uno tutto mio, come un luogo, una regione, un’atmosfera in cui poter respirare, regnare e ricrearmi quando ero spossata dalla vita” (Anais Nin).

Questa è una delle tante citazioni accennate da Pippo Delbono nel poliedrico “Orchidee”, uno spettacolo che nasce dalle tensioni intime dovute alla perdita della madre, evento drammatico che ha posto fine al felice periodo di riavvicinamento segnato da confidenze, confessioni e nuove comprensioni. Una stagione che percepiamo in tutta la sua particolarità, straordinariamente nutrita da un amore finalmente rivelatosi risanatore di antichi conflitti e dolorose separazioni.  E’ proprio dal senso di vuoto successivo che ne è conseguito, dal sentirsi figlio di nessuno che Delbono costruisce un mondo personale che ricalca in toto la riflessione di Anais Nin; un mondo che ci viene “donato” attraverso uno spettacolo che esalta il tipico fermento creativo di Delbono, quell’”Hellzapoppin” destabilizzante che genera continui cambi di registro, di situazioni, di argomenti: il comune denominatore è un denso fluire di suggestioni che vanno a perturbare le acque melmose del nostro esistenzialismo, che ci pone interrogativi e nello stesso tempo ci offre soluzioni di salvezza, grazie alle quali possiamo capire il motivo per il quale “in Africa la gente balla in strada senza possedere niente, mentre nelle nostre città, dove c’è tutto, serpeggia un senso assoluto di vuoto”.

Orchidee-DelBonoLa danza dunque come forma di espressione primitiva, libera da qualsiasi schema per poter liberare energie istintive di rabbia o di felicità, senza che restino latenti e represse: è questa una delle singolari caratteristiche del teatro “fisico” di Pippo Delbono, quella di  fare in modo che i suoi attori si lascino trasportare da correnti di emotività che fluiscono su sfondi musicali già conosciuti (Deep Purple, Joan Baez, Nino Rota, Pietro Mascagni, Miles Davis) ma che appaiono trasfigurati come immensi  oceani da abbracciare. Suggestioni dunque che sono le prime risposte fisiche alle profonde riflessioni sul tema della morte, concepita come un’avida mantide che succhia il miele della vita, alla quale può opporsi solo la forza incondizionata dell’amore, una figura titanica che può essere tranciata dalla Signora con la falce ma che non può essere definitivamente soppressa. Alla fine della disputa, tra i fuochi del campo di battaglia, resta la consapevolezza che attraverso la sconfitta dell’amore la morte non possa celebrare la sua vittoria.

E ancora pulsioni che si innervano sulla sessualità, vissuta come forza liberatrice e di affermazione della propria individualità: “ognuno dovrebbe essere se stesso, proprio come le orchidee, che in primavera si aprono ognuna diversa dalle altre”. Un teatro “fisico” danzato, dicevamo, sognato dallo stesso autore, che a inizio spettacolo ci rivela il suo grande desiderio di realizzare un teatro dove gli spettatori possano salire sul palcoscenico ed esprimersi ballando. E lo spettacolo, sul finire, concederà un piccolo abbozzo di questa utopia, con la platea che in base al grado di empatia suscitata sarà libera di replicare con l’utilizzo delle braccia alcuni movimenti coreografici che sembrano fuoriusciti da una ritualità sciamanica. Numerose sono le citazioni poetiche che intercorrono tra le varie situazioni teatrali, quasi sempre recitate e meditate dal tono riflessivo di Pippo Delbono, dietro le quinte, lasciando che la sua assenza sul palco completamente sgombro riesca ad avvicinare quei versi al nostro sentire; poesia a volte strillata alla maniera  futurista dal corpo degli attori, colti in situazioni teatrali sempre sorprendenti per densità e potere evocatore, corredate da video scenografici che ne amplificano la dimensione surreale o che, su di un binario diametralmente opposto, ne esasperano la drammatica realtà neorealista. Immagini queste ultime che posseggono quel raro pregio documentaristico di riprodurre in modo oggettivo il mondo che ci circonda, quel mondo confuso dove in tanti possono sentirsi smarriti.

Del-Bono-OrchideeSublime e straziante la riproposizione degli ultimi istanti di vita della madre, la percezione di un esile stelo che sta per spezzarsi con la didascalica lettura dei versi che Shakespeare dedica ad Ofelia. “C’è un salice che cresce di traverso/a un ruscello e specchia le sue foglie/nella vitrea corrente; qui ella venne,/il capo adorno di strane ghirlande/di ranuncoli, ortiche, margherite/e di quei lunghi fiori color porpora/che i licenziosi poeti bucolici/designano con più corrivo nome/ma che le nostre ritrose fanciulle/chiaman “dita di morto”; ella lassù,/mentre si arrampicava per appendere/l’erboree sue ghirlande/ ai rami penduli,/un ramo, invidioso, s’è spezzato/e gli erbosi trofei ed ella stessa/sono caduti nel piangente fiume./Le sue vesti, gonfiandosi sull’acqua,/l’han sostenuta per un poco a galla,/nel mentre ch’ella, come una sirena,/cantava spunti d’antiche canzoni,/come incosciente della sua sciagura/ o come una creatura d’altro regno/e familiare con quell’elemento./Ma non per molto, perché le sue vesti appesantite dall’acqua assorbita,/trascinaron la misera dal letto/del suo canto a una fangosa morte”. (Shakespeare; Amleto, Atto IV scena VII,)

Carlo Da Prato

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