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Opinioni e commenti
 

RIFORME, SI TRATTA
Pubblicato il 28-04-2014


Renzi-riforme

«C’è una questione di bon ton costituzionale. Che il Parlamento sia chiamato a discutere su una riforma costituzionale del governo è già un problema. Un’iniziativa di modifica costituzionale non può essere indotta in maniera forzata su un testo varato dal governo». Così il senatore socialista Enrico Buemi mentre a Palazzo Chigi Matteo Renzi ha ricevuto il capogruppo Pd al senato Luigi Zanda e la presidente della commissione Affari Costituzionali di Palazzo Madama, Anna Finocchiaro, per fare il punto sulla riforma del Senato. Insomma, dopo la frattura in casa democratica sulla controproposta di Vanino Chiti si rimettono insieme i pezzi, almeno così pare.

Il punto su cui si cerca la ‘quadra’ prevederebbe un meccanismo di elezione dei senatori nell’ambito dei consigli regionali e più peso nel nuovo Senato alle Regioni rispetto ai Comuni. Secondo le indiscrezioni rimarrebbero in piedi i principi del ddl presentato dal Governo, in particolare il nodo sulla non elezione diretta dei senatori: verrebbero introdotte però delle modifiche come, ad esempio, la proporzionalità nella rappresentanza delle Regioni.

Questa volta Renzi, a quanto pare, preferisce non indicare scadenze precise, forse complice il prossimo appuntamento elettorale.

Senatore Buemi, il governo torna a spingere sulla riforma del Senato dopo la parentesi dell’alt di Berlusconi. Siamo davvero in dirittura d’arrivo?

Io credo che l’iniziativa di modifica costituzionale non possa e non debba essere indotta in maniera forzata su un testo varato dal governo. Questo tipo di materia non riguarda l’esecutivo, ma il legislativo perché si tratta di riforma della Costituzione: trattandosi di modifiche costituzionali c’è bisogno di un convergenza trasversale e dibattito ampio e non compresso che la tabella di marcia che l’esecutivo impone in questo momento. La Costituzione rappresenta il patto fondativo della Nazione e la sua modifica non può essere decisa unilateralmente. L’esecutivo deve tenere bene a mente che non si può condizionare la discussione di riforma costituzionale sui tempi dettati dagli appuntamenti elettorali. Le modifiche costituzionali hanno una durata lunga, non possono essere apportate alla luce di contingenze soprattutto perché tracciano un’impostazione di lungo periodo e si ripercuotono sugli assetti democratici. Sostanzialmente, Napolitano ha già dato indicazioni su una riforma da portare avanti con tempi giusti e con convergenza ampia: io credo che entro l’estate si può licenziare una buona riforma del Senato, ma non bisogna forzare la situazione sennò si innesca un meccanismo che sembra avallare l’attuazione delle riforme, ma che, nella realtà, le frena.

Renzi sembra fermo nel voler escludere l’elettività dei senatori, che ne pensa?

È evidente che un sistema di senatori eletti sarebbe più limpido. Su questo tema credo si sia vittima di un’impostazione demagogica, quella dei risparmi.

Entrando nel merito, in che direzione deve andare, secondo lei, il superamento del bicameralismo?

Nel merito sono d’accordo sul superamento del bicameralismo perfetto, pur sapendo che i ritardi non dipendono dal bicameralismo, ma dai regolamenti parlamentari che sono barocchi e che c’è stata una volontà precisa di non cambiare i regolamenti da parte delle maggioranze di questi ultimi anni. Ma, superare il bicameralismo perfetto significa affermare, allo stesso tempo, la necessità di cambiare le funzioni di una delle due Camere. Una incentrata sulla funzione legislativa di sostegno delle politiche di governo, l’altra di garanzia rispetto ai principi di libertà e di etica. Penso al Senato come a una Camera più riflessiva che possa operare senza l’impellenza della quotidianità e degli impegni di governo. Un punto di sintesi tra gli interessi del territorio e gli interessi generali.

Si parla di necessità di efficienza, che senza dubbio esiste. Ma, quest’idea di ridurre rappresentanza dove porta?

Si vuole andare nella direzione di un controllo più stringente sui comportamenti delle assemblee parlamentari. Già attraverso il meccanismo maggioritario si ha una rappresentanza molto legata agli esecutivi che sono, di fatto, un derivato della concentrazione dei consensi attraverso premi di maggioranza significativi. Quindi, con un Senato non elettivo si andrebbe a trasferire sull’Assemblea dei diritti e delle garanzie quel meccanismo che permette a maggioranze esigue di determinare le maggioranze parlamentari a livello della Camera.

Come mai si punta verso questa direzione?

Una volta, la coerenza politica passava attraverso la capacità dei partiti di orientare le scelte. Oggi, i partiti hanno perso questa capacità e sono divenuti soggetti frantumati al loro interno e si cerca di stringere le assemblee che rappresentano questa frammentazione attraverso percorsi elettivi di secondo grado. Si passa, dunque, dalla sintesi maggioritaria dell’elezione del Sindaco e del Presidente ad un rafforzamento delle proporzioni che non sono ‘naturali’, ma il prodotto del maggioritario.

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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