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Opinioni e commenti
 

Shale gas tra risorse energetiche e interessi nazionali
Pubblicato il 07-04-2014


Shale-gas-estrazione“La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi. La guerra non è dunque, solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento politico”. Questo è ciò che scriveva il filosofo- generale, Karl von Clausewitz, nel 1832. Ed è ancora tempo di guerre. E come per tutte le guerre, la matrice comune è solo ed esclusivamente una: quella economica. Numerosi sono stati i conflitti che celavano una ragione tutt’altro che umanitaria, dal Sudan all’Iraq e molte altre prima di loro. E ora, a quasi trent’anni dalla fine della guerra fredda, le carte in tavola non cambiano. I protagonisti sono sempre Russia e Stati Uniti ma la preda, questa volta, è l’Ucraina.

Gli Stati Uniti sono diventati, negli ultimi anni, tra i maggiori produttori di gas al mondo, anche di petrolio, grazie alle nuova tipologie d’estrazione, come il fracking, minacciando così la supremazia araba e intimidendo il “monopolio” russo in Europa. Nel 2012 Barack Obama dichiarava: “Abbiamo riserve di gas naturale che possono fornire all’America 100 anni di sufficienza energetica e la mia amministrazione attuerà tutte le azioni necessarie perché questa fonte di energia venga sfruttata al massimo, con attenzione alla sicurezza dei cittadini. Gli esperti dicono che così si potranno creare 600.000 nuovi posti di lavoro per il 2020”. Ma non è tutto oro quello che riluce; infatti gran parte degli esperti ritiene che la tecnica del fracking causi un impatto ambientale notevole.

Oltre ai rischi di contaminazione chimica delle falde acquifere e dell’aria, in molti sostengono che possa inoltre provocare fenomeni sismici in aree geografiche che normalmente non sarebbero a rischio terremoto. In più si stima che le riserve dei gas di scisto negli Stati Uniti basterebbero al massimo per altri 10 o 20 anni e qualora si decidesse di esportarle, chiaramente, durerebbero anche meno. Ma perché dunque il paese a stelle e strisce vuole così tanto esportare questo gas, se, a prima vista, non è per nulla conveniente? Ebbene da circa due anni questo boom di produzione americana si è fermato. Infatti oggi, si registra un picco degli investimenti nell’estrazione di idrocarburi. Conseguentemente l’industria non riesce più a reggere i costi molto elevati legati allo sfruttamento dei giacimenti “estremi”, i più difficili da raggiungere e sempre più spesso gli unici rimasti. E allora come si fa a convincere gli investitori a puntare sullo shale gas? Sicuramente offrendo loro un nuovo e più ampio mercato, meglio ancora se costretto a pagare prezzi molto alti. E questo mercato è proprio l’ UE che,  se seguirà le direttive americane, costringerà la Russia a chiudere i rubinetti di gasdotti che portano gas all’Europa.

La Russia però non rimane con le mani in mano, tenendo anche conto che la Cina, sua “vicina di casa”, è sempre stato un paese affamato di energia. Proprio in questa prospettiva parliamo dell’Ucraina, un paese che ha un sottosuolo ricco di gas, boccone prelibato sia per Russia quanto per Stati Uniti. Dopo l’astuta mossa di Putin,- che è riuscito ad annettere la regione della Crimea, ufficialmente come aiuto umanitario per i suoi connazionali, in realtà per lo sbocco al mare con il porto strategico di Sebastopoli che ospita il quartier generale della Flotta Russa del Mar Nero – la questione è calda più che mai.

Di certo Stati Uniti e Unione europea non si sarebbero mai aspettati una mossa del genere; quando hanno iniziato a destabilizzare l’Ucraina alla fine di novembre, le cose sembravano seguire il piano. Le capitali occidentali, mediante una campagna politica preparata, imposero una pressione insostenibile sul governo del presidente Viktor Janukovich. Con scontri tra manifestanti e forze armate, che causarono centinaia di morti e feriti, e l’anarchia che travolgeva gli edifici governativi, le autorità elette capitolarono il 22 febbraio. Di lì, salì al potere un governo non eletto, guidato dal primo ministro Arsenij Jatsenjuk, che attuò velocemente il cambio di regime di Washington e dei suoi alleati europei. Fin qui tutto bene, sembrava, dal punto di vista occidentale. Ma è evidente che non fu così.

La contromossa, come in una partita a scacchi, della Russia non tardò ad arrivare e le sanzioni per questo “tradimento” furono di non poca rilevanza. Dalla Russia infatti, l’ad di Gazprom, Alexiei Miller, ha annunciato un aumento immediato del prezzo del metano per l’Ucraina. La nuova tariffa è di 385,5 dollari per mille metri cubi, facendo terminare dunque, lo sconto concesso dal deposto presidente Viktor Ianukovich, che aveva portato il prezzo da 400 a 268,5 dollari. Inoltre il parlamento russo ha approvato la legge per l’annullamento degli accordi presi a Kharkiv, che prevedevano per l’Ucraina uno sconto di 100 dollari per mille metri cubi di gas.

Nonostante le trattative avviate il 4 marzo tra Russia e Ucraina proprio a tal proposito, la situazione rimane invariata ed è più tesa che mai. Un comunicato pubblicato da Gazprom dopo l’incontro tra Aleksey Miller e il capo di Naftogaz Ukrainy a Mosca evidenzia come “la questione centrale dell’incontro sia stata la necessità di assumere immediate iniziative per l’estinzione del debito accumulato” che ha superato, secondo Gazprom, i 2,2 miliardi di dollari. Un quadro che si fa già critico in vista della prossima stagione fredda, per l’Ucraina e l’Europa e che diventa ancora più inquietante se si contano anche le consistenti diminuzioni delle riserve di gas nei siti di stoccaggio ucraini.

Tutto ciò potrebbe comportare un’escalation del conflitto con la Russia con conseguenti polarizzazioni delle popolazioni filo-russe in Ucraina orientale, che probabilmente potrebbero accrescere la richiesta di secessione da Kiev, seguendo la Crimea e evocando il pericolo di una guerra civile in Ucraina. Lo scenario peggiore sarebbe che tale conflitto arrivi a diventare una guerra totale tra Stati Uniti e alleati della NATO, e la Russia, con le truppe d’assalto di Kiev che operano sul terreno come in Libia e Siria. Ma la realtà è fondamentale nell’impedire un esito catastrofico: oltre un terzo del petrolio e del gas dell’Unione europea è fornito dalla Russia e la dipendenza della Germania dal combustibile russo arriva al 40%.

La situazione è complessa e gli stati dell’Ue sono costretti a privilegiare l’importanza delle relazioni politiche internazionali agli interessi economici, perché l’America è pur sempre l’America e, di certo, non se ne può fare a meno. Ma se si consolidasse l’ipotesi di un taglio delle forniture energetiche russe, cosa accadrebbe all’economia europea?

Gioia Cherubini

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Commenti all'articolo
  1. “Di certo Stati Uniti e Unione europea non si sarebbero mai aspettati una mossa del genere”
    Beh certo, l’Ucraina ha fatto parte dell’impero russo (compresa l’URSS che dello zarismo è stata la continuatrice) soltanto per poche centinaia di anni. Era impensabile prevedere che la Russia reagisse soltanto per dei dilettanti pasticcioni e sconsiderati.
    In Italia ancora ha credito lo slogan “basta coi politici di professione”. Una cretinata sesquipedale. Basta coi politici dilettanti invece, specie ministri degli esteri. Il dilettante è colui che svolge un’attività “per diletto”. Ebbene l’attività politica non è un diletto.

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