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Opinioni e commenti
 

Sinistra sconfitta? No, è diventata superflua
Pubblicato il 19-04-2014


Quarto StatoMarco Revelli, autorevole professore di scienza della politica, in un suo recente saggio apparso in una collana edita congiuntamente da Laterza e “la Repubblica”, si occupa della crisi della Sinistra, limitando l’analisi ad una identificazione delle cause, senza la previsione di un suo possibile superamento. Egli, infatti, si limita a cogliere gli ultimi “spasmi” del “male incurabile” che sembra avere colpito da tempo la Sinistra.

Nel saggio, che si intitola “Post-Sinistra. Cosa resta della politica in un mondo globalizzato”, dopo aver constatato che il secolo scorso “si è chiuso con una fuga disordinata dalle appartenenze politiche che ne avevano strutturato, nel bene e nel male, l’esperienza storica”, Revelli sottolinea come la “fuga” abbia determinato la perdita di significatività dell’antitesi Destra/Sinistra, “proprio nel momento in cui le distanze sociali tra i primi e gli ultimi sul piano planetario” sono cresciute, “rivelandosi in una dimensione fino a ieri ritenuta intollerabile”.

Tuttavia, il problema della Sinistra non è solo riconducibile alla crisi di quell’antitesi; ciò che è venuto a mancare alla Sinistra tradizionale, secondo Revelli, sono le soluzioni e i soggetti politici capaci di farsene carico; è difficile infatti pensare che l’impotenza, di fronte ai gravi problemi sociali del presente, non derivi da una incapacità ad elaborare le soluzioni richieste dalla gravità dei problemi della società attuale. Ciò solleva l’interrogativo se la perdita di significato dell’antitesi non sia la conseguenza di una più rilevante perdita di contatto tra la politica e quella particolare forma del reale su cui la Sinistra si era plasmata nel passato, sino ad aprirsi alla comprensione delle situazioni problematiche che originavano dalla evoluzione del mondo. La risposta a questo interrogativo solleva, per Revelli, una doppia domanda che già Norberto Bobbio, nel suo celebre saggio “Destra e Sinistra”, si era posto, chiedendosi se la perdita di valore della classica contrapposizione fosse solo imputabile alla transizione ad una sua più puntuale riformulazione, oppure al cambiamento qualitativo intervenuto nei due termini che la compongono.

Revelli propende per la seconda alternativa, mostrando con ciò di condividere la tesi di fondo formulata da Giddens nel libro “La terza via”, in cui il sociologo inglese ha formulato una previsione infausta sul futuro del capitalismo: a causa del deteriorarsi dell’idea di progresso e del moltiplicarsi dei problemi della società capitalistica, per i quali l’antitesi Destra/Sinistra è divenuta sempre più inidonea a suggerire valide soluzioni.

Dal punto di vista della Sinistra, devastante è risultata, infatti, l’analisi di Giddens relativamente “al carattere distruttivo dei prodotti del progresso, per la sua intrinseca carica di ‘rischio’ e di ‘minaccia’”. Da tale carattere è derivato che tutto quello che la Sinistra aveva considerato come fattore di emancipazione e di liberazione dal bisogno si è rivelato, alla lunga, fonte di costi sociali. Di conseguenza, mentre le istituzioni che avevano reso possibile una ridistribuzione tendenzialmente ugualitaria del prodotto sociale sono state sottoposte a un continuo processo di degrado, il soggetto politico che più aveva concorso a realizzarla ha subito una reazione distruttiva. Ciò ha implicato che, nel momento stesso in cui il capitalismo ha sviluppato al massimo le proprie capacità di produzione, ha concorso anche a creare le condizioni che sono valse a neutralizzare “la soggettività politica” che aveva individuato la propria ragione d’essere nella realizzazione di un’equa distribuzione del prodotto sociale attraverso il conflitto.

Questo processo di neutralizzazione della Sinistra, per Revelli, sarebbe stato il frutto avvelenato del fenomeno più pervasivo ed egemonico che ha governato il processo di integrazione delle economie nazionali nel mercato internazionale, ovvero il neoliberismo; nel senso che quest’ultimo avrebbe originato un doppio movimento: da una parte, avrebbe forzato in senso distruttivo tutti i fattori del progresso, smantellando le “reti di sicurezza pubblica legate al welfare”, con cui gli effetti perversi dell’allargarsi e dell’approfondirsi del capitalismo erano stati contenuti; dall’altra parte, avrebbe supportato la ricomposizione “dall’alto” di ciò che aveva infranto, in modo da assicurare risposte provvisorie, ma efficaci sul piano del consenso, al diffuso senso di insicurezza originata dalla distruttività del progresso capitalista. Come sarebbe avvenuto tutto ciò?

Senza scostarsi dalla tesi di Giddens, Revelli osserva che la ricomposizione del sistema relazionale infranto sarebbe stata realizzata sulla base di una nuova ideologia, volta a legittimare sulla base non più dei valori della scarsità dei beni materiali necessari all’esistenzialità, ma su quelli post-materialisti, propri della società contemporanea. Quindi, la ricomposizione sociale sarebbe stata realizzata attraverso una crescente “smaterializzazione” del sistema dei bisogni, con “uno spostamento progressivo dalla domanda di beni materiali, legati alla produzione e alla riproduzione delle condizioni economiche di vita, a quella di beni ‘immateriali’ (domande di senso, di sicurezza esistenziale, di fiducia e di relazioni). Beni, questi ultimi, che possono essere prodotti solo attraverso operazioni simboliche e comunicative – ‘intellettuali’ -, in ‘luoghi’ e ambiti fisicamente non delimitabili e comunque diversi da quelli in cui si condensava il confronto e lo scontro sociale…(la fabbrica, la piazza, le istituzioni dello Stato-nazione”. Questo processo avrebbe colpito la Sinistra, che aveva costruito la propria identità sull’organizzazione del conflitto orientato alla soddisfazione socialmente equa dei bisogni materiali.

Nel luogo astratto nel quale sarebbe stata realizzata la ricomposizione sociale tipica della società moderna, la Sinistra avrebbe visto compiersi il progressivo affievolimento della sua proposta politica e della sua azione; ugualmente, in questo luogo si sarebbe verificato il venir meno della dinamica egualitaria da sempre proposta e sorretta tradizionalmente dalla Sinistra; infine, in questo luogo, la politica della Sinistra avrebbe perduto il proprio spazio di azione, lasciando che avesse inizio una “deriva oligarchica” della democrazia, un crescente distacco tra governanti e governati e l’aumento dell’autonomia delle élite dominanti e dell’autoreferenzialità di queste ultime nello svolgimento delle procedure dei processi decisionali.

É senz’altro vera la descrizione del processo evolutivo della vecchia società industriale, che sembra aver provocato il coinvolgimento della Sinistra nella condivisione dell’ideologia indicata da Giddens; ma la Sinistra ha profuso del “suo” nella propria autodistruzione, in quanto, anziché prendere atto delle trasformazioni della società industriale tradizionale, elaborando una strategia adeguata a fare fronte alle nuove emergenze sociali, si è ridotta a svolgere una funzione ancillare rispetto alle modificazioni che le forze neoliberiste apportavano alla gestione del sistema sociale. Infatti, la Sinistra, anziché aggiornare in termini innovativi la propria strategia, ha scelto di ripiegarsi su sé stessa, limitandosi ad agire all’interno del sistema di sicurezza tradizionale, per legittimare proposte tampone che ad altro non sono servite, se non a garantire soluzioni provvisorie; queste, sebbene utili al processo di trasformazione dell’organizzazione del sistema sociale egemonizzato dalle forze neoliberiste, lentamente hanno reso la Sinistra del tutto superflua rispetto al nuovo modo di funzionare del sistema sociale.

Gianfranco Sabattini

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Commenti all'articolo
  1. La sinistra, direi comunista, non usciva dallo schema rivendicativo, e chi si poneva il tema delle razionalizzazioni come premessa alle riforma di struttura, del sistema produttivo era, da destra, considerato estremista e da sinistra un moderato. La soluzione dei problemi del paese, se non si diffonderà la conoscenza dei problemi, ovvero dei vuoti infrastrutturali, vuoti rimarcati da Lombardi anni 60, sarà, si fa per dire, il solo traguardo che taglieremo.

  2. Il più grande errore della sinistra è quello di aver lasciato la suola e tutta la formazione in gestione ai cattolici. Il libro tanto decantato “Lettera ad una professoressa” di Lorenzo Milani è stata la distruzione della scuola pubblica. Giorgio Israel nel suo “Chi sono i nemici della scienza” spiega molto bene la distruzione del sistema formativo. La sinistra deve ripensare e discutere su cosa insegnare ai nostri giovani per evitare nei prossimi cinquant’anni l’apocalisse.

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