domenica, 21 gennaio 2018
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Opinioni e commenti
 

Ucraina. L’Europa
avrebbe dovuto fare qualcosa?
Pubblicato il 13-04-2014


Scoppia una crisi ai confini dell’Europa- avantieri nella zona Sud del Mediterraneo, ieri in Turchia, oggi in Ucraina e, puntuali come la pioggia o l’esattore delle tasse, arrivano le geremiadi dei vari “direttori delle coscienze”. “L’Europa avrebbe dovuto fare qualcosa” (ma nello specifico guarda caso non entra nessuno …) “e non l’ha fatto perché non c’è”. E non c’è perché non parla con una voce sola e, almeno così si suggerisce, perché non dispone comunque degli strumenti per far valere i suoi proponimenti.

Vero. Verissimo. Ma solo per chi si collochi nella prospettiva dell’“Europa potenza” dotata di una sola politica estera e delle risorse militari per farla valere. E questo tipo di Europa è del tutto immaginario per la semplice ragione che è stato implicitamente rifiutato da quanti hanno costruito nel tempo l’Europa che conosciamo.

L’Europa che conosciamo (e che rappresenta pur sempre il migliore dei mondi possibili) non può avere una politica estera comune perché si basa sulla mediazione costante tra Paesi con interessi e visioni diverse e tende, nel tempo, a ridurre le sue spese militari perché fonda la propria sicurezza sulle alleanze e sulla prevenzione o, quanto meno, sulla gestione razionale dei conflitti. L’Europa che conosciamo non è un’Europa potenza perché concepisce se stessa come uno spazio comune di cittadinanza, di regole e di diritti; spazio, in linea di principio, aperto a chiunque intenda esserne compartecipe.

Si aggiunga, a completare il quadro, che, nella logica del “modello” non c’è alcuna contraddizione tra “approfondimento” (cioè l’arricchimento del modello stesso in tutte le possibili direzioni) e “allargamento” (ovvero l’inserimento di sempre nuovi soci) nel senso che un’Europa come spazio di opportunità e di diritti accresce di per sé il suo valore attrattivo.

In quest’ottica, tutti possono entrare. Purchè facciano propri i principi e le regole dell’Ue. Un meccanismo politicamente ed eticamente ineccepibile. Ma forse proprio per questo destinato ad incepparsi. E per varie ragioni. Ne indichiamo tre in ordine d’importanza crescente.

La prima ha a che fare con il ritorno in forza del “sovranismo”. Facile, per gli Stati, rinunciare ai propri poteri, quando la globalizzazione alimenta sviluppo e benessere. Assai più difficile, per non dire impossibile, quando la stessa Europa appare come parte del problema e non come la sua soluzione.

La seconda investe la  crescente incertezza sulla nostra identità. Un’Europa coerentemente interessata a propagare il suo modello avrebbe dovuto puntare tutte le sue carte sull’ingresso della Turchia; quella intenta a preservare la sua specificità porrà veti preventivi alla “contaminazione islamica” con il risultato di perdere ogni influenza sulla politica e sui comportamenti di Ankara.

L’ultima tocca i limiti del nostro modello nei suoi rapporti con il resto del mondo. Per quanto ci riguarda, siamo felicemente approdati nel ventunesimo secolo. Quello in cui pace interna ed esterna sembrano definitivamente acquisite così come la complementarietà naturale di libertà, democrazia e stato di diritto. E dove ci appassionano oramai solo le correzioni al sistema: i diritti delle minoranze, l’ambiente e così via.

Ora, al di fuori dei nostri confini, siamo ancora in pieno ventesimo secolo, quello dei conflitti a somma zero, dei poteri e delle convivenze che non conoscono mediazioni, della prevalenza delle ragioni degli Stati su quelle degli individui, della realpolitik e della geopolitica. Avevamo pensato, dopo il 1989, che questo così diverso universo potesse convergere con il nostro ma, almeno per ora, non è stato così. Al contrario.

E a questo punto pesa, ed è destinata a pesare sempre di più, la nostra incapacità di misurarci con l’Altro da noi, di capirlo o anche solo di vederlo per come è. Perché, in assenza di una corretta percezione della realtà, sembriamo condannati a passare da un estremo all’altro. Prima l’entusiasmo acritico sulla consistenza di movimenti (primavere arabe, Geza park, Maidan) visti come portatori di cause giuste perché proiezione di noi stessi poi, a crisi aperta, l’impulso a mollare tutto, a ripiegare su noi stessi abbandonando al loro destino situazioni che sfuggono al nostro controllo.

Così è avvenuto nel caso della Libia e della Siria e, ancora, della Turchia. Così sta avvenendo nel caso dell’Ucraina dove siamo passati, nel giro di poche settimane, da Bernard Henri Lèvy a Berlusconi: prima l’entrata trionfale in Europa in rotta di collisione con Mosca e con l’est del Paese in nome dei nostri ideali; poi l’abbandono della Crimea e della stessa Ucraina all’aggressione destabilizzatrice di Putin in nome dei nostri interessi.

Alberto Benzoni

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