martedì, 11 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Un DEF sul filo del rasoio tra debito, tasse e spese
Pubblicato il 08-04-2014


Sostegno-redditi-RenziState sereni, gli 80 euro arriveranno come promesso. Non saranno 80 per tutti, ma rappresenteranno il massimo dello sforzo che il governo fa per sostenere i redditi più bassi. Una cifra che si assottiglia a mano a mano che ci si avvicina alla busta paga da 1500 euro. Il DEF (Documento Economico Finanziario), la vecchia legge ‘finanziaria’ che il governo spedisce al Senato a partire da giovedì 17 e che dovrà passare anche l’esame, ben più severo, degli organi di controllo comunitari a Bruxelles, almeno ad una prima lettura non riserva grandi sorprese. Come anticipato poche ore prima dal viceministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, “è assolutamente in linea con quello che il presidente del Consiglio ha promesso. É un segnale importante. Non ci sono problemi di copertura, per la prima volta non avremo difficoltà nel fare le cose”.

D’altra parte ai miracoli non ci crede più nessuno così si conferma che l’equilibrio dei conti è vissuto pericolosamente, che i debiti dell’Italia sono destinati ad aumentare ancora un po’ mentre la crescita italiana resterà in coda a quella europea come ci ricorda anche il FMI.

Secondo le previsioni del DEF, incentivi e riforme, come la riduzione dell’IRAP o il Job Act (questo però ancora da scrivere), daranno un ‘aiutino’ dello 0,3% del PIL quest’anno che salirà allo 0,9 il prossimo. Neutro l’apporto degli sgravi IRPEF. Meglio andrà nel 2016 con 1,3 punti, 1,7 nel 2017 e 2,1 nel 2018.

Comunque, facendo gli scongiuri e prendendo per buono tutto ciò che c’è nel DEF e quello che ancora deve essere scritto, salta anche per quest’anno il promesso pareggio di bilancio. Continuiamo insomma a spendere di più di quello che incassiamo, ma chiediamo a Bruxelles di chiudere un occhio perché le riforme in cantiere sono ‘strutturali’ e consentiranno all’Italia di veder crescere il PIL, l’unica strada percorribile per arrivare alla fine a ridurre l’iperbolico debito pubblico che grava sulle spalle degli italiani. “Le riforme strutturali in procinto di essere varate – spiegano al Tesoro – concorrerebbero positivamente sia alla crescita economica effettiva e potenziale sia alla sostenibilità di medio-lungo periodo delle finanze pubbliche” e perciò “si ritiene che sussistano in pieno le condizioni affinché l’Italia possa invocare presso le Istituzioni comunitarie l’applicazione della cosiddetta clausola delle riforme strutturali”.

Nel Piano nazionale delle riforme (PNF) che accompagna il DEF, dopo aver ribadito che l’Italia non viene meno all’impegno di risanamento e non vuole ricascare nella procedura di deficit eccessivo, spiega anche però che questo è possibile solo se può usufruire di “una flessibilità di breve periodo pienamente prevista dalle attuali clausole fiscali”. Insomma chiediamo di spendere un po’ di più, di fare ancora qualche debito, ma in cambio assicuriamo che la crescita sarà più consistente e che dunque la situazione migliorerà.

Per quest’anno il deficit strutturale era previsto allo 0,3% del Pil, (per Bruxelles insufficiente perché inferiore a quanto richiesto, 0,1-0,2 punti) e così il rapporto deficit/Pil sale dal 2,5 al 2,6% per il 2014 mentre dovrebbe scendere all’1,8% nel 2015. Il peggioramento viene imputato al pagamento dei debiti della Pubblica amministrazione e la misura con l’erogazione di altri 20 miliardi entro fine anno dovrà essere discussa in Parlamento.

Quanto ai fondi per sostenere lo sgravio di 80 euro (circa 6,6 miliardi e 10 a regime), arriveranno da un mix di Spending review e di minori spese per interessi, cioè dalla rivalutazione delle quote di Bankitalia, dalla tassazione dal 20 al 26% delle rendite finanziarie esclusi i titoli di Stato e dai tagli (3-400 milioni) agli stipendi dei dirigenti pubblici che si sommano al risparmio che deriva dalla discesa dello spread. Stessa origine per i fondi destinati al taglio del 10% dell’IRAP.

Un piccolo contributo all’alleggerimento del fardello del debito pubblico dovrebbe arrivare dalle privatizzazioni per circa 12 miliardi per il 2014. Le stime indicano ricavi analoghi di circa 10-12 miliardi annui, pari a circa 0,7 del Pil per il prossimo triennio.

In tutto ciò però la pressione fiscale crescerà dal 43,8% del 2013 al 44% nel 2014 e 2015, per poi scendere al 43,7% nel 2016 e al 43,5% nel 2017.

Armando Marchio

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