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Opinioni e commenti
 

UNA LEGGE PER IL LAVORO
Pubblicato il 24-04-2014


Decreto-Lavoro

Senza sorprese, con 263 voti a favore, 161 contrari e un astenuto, il Decreto Lavoro su cui il governo aveva posto la fiducia, è stato licenziato dalla Camera e la palla, ma potrebbe rivelarsi anche una patata bollente, passa ora al Senato.

La previsione è infatti quella di una battaglia di emendamenti per modificarne il testo visto quanto avvenuto nei giorni scorsi quando quello iniziale messo a punto dal ministro del Lavoro Poletti aveva subito delle sostanziali modifiche. A chiederle era stata una parte dello stesso PD, quella più sensibile alle posizioni del sindacato e del mondo del lavoro e meno vicina al segretario del partito, nonché Presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Specularmente le richieste avevano però acceso le proteste dei due alleati della maggioranza NCD e Scelta Civica e il ministro aveva tentato, senza riuscirvi, una mediazione. Da qui la forzatura della richiesta di fiducia – la quarta in due mesi di governo – che, anche in questo caso, ha confermato la regola che la vuole indicativa di una debolezza grave della maggioranza che sorregge il governo.

I punti di frizione sono essenzialmente le proroghe dei contratti a termine (scesi a 4), la scelta da parte dell’imprenditore di utilizzare per l’apprendistato la formazione pubblica o privata, il tetto del 20 per cento dei contratti a termine.

Complice anche e soprattutto l’avvicinarsi del voto per le europee, sul DL Lavoro si è sviluppata anche una campagna propagandistica con accuse di accondiscendenza verso il sindacato, la CGIL soprattutto, o al contrario di favorire un’ulteriore liberalizzazione del mercato del lavoro.

“Nessun ostacolo ideologico – ha commentato la senatrice Monica Cirinnà del Pd – può essere messo di traverso sulla strada del DL Lavoro. Abbiamo in mano un testo efficace, che sì può essere oggetto di miglioramenti, ma di certo non di guerriglie pretestuose”. Nello stesso tempo, il ministro alle Infrastrutture Maurizio Lupi, dopo le critiche, costretto alla fiducia, ha difeso il voto favorevole al DL “perché è un buon testo che può essere migliorato

al Senato” ed è “sbagliato, ingiusto e strumentale dire che è il Decreto Camusso”.

A favore hanno votato anche i parlamentari socialisti spiegando che  “in passato si era pensato di approcciare il tema della flessibilità del lavoro rendendo più facili i licenziamenti, mentre con il decreto che approviamo oggi saranno più facili le assunzioni. È il verso giusto. Resta ancora da scrivere una normativa complessiva che introduca tutele allesercito dei precari per evitare, come avviene oggi, che al contratto a termine sia associata una minore retribuzione e lassenza delle garanzie previste per i lavoratori a tempo indeterminato. Al danno dunque – ha detto il capogruppo Marco Di Lello nella sua dichiarazione di voto – non si aggiunga anche la beffa. In questa direzione non mancherà limpegno dei socialisti”.

Netta invece l’opposizione dei 5 Stelle che prima del voto hanno alzato le braccia incatenate mostrando la scritta schiavi moderni e che si sono dichiarati pronti a depositare una denuncia alla Commissione Ue per violazione della direttiva europea che obbliga alla causale per i contratti di lavoro a tempo. Secondo i parlamentari del M5S, il decreto viola la direttiva 1999/70/Ce. “I governi italiani che si inginocchiano di fronte ai trattati europei dell’austerity, dall’altra parte non sono in grado di ottemperare alle regole comunitarie in tema di precari”.

Al Senato la discussione sulle modifiche al DL Lavoro potrebbero gettare benzina sul fuoco delle polemiche sulla riforma di Palazzo Madama che non ha mai smesso di covare sotto la cenere nonostante le rassicurazioni sulla tenuta dell’asse Renzi-Berlusconi. Lo scontro più duro è sull’eleggibilità dei futuri componenti del Senato e sui compiti che gli verrebbero tolti o assegnati modificando il dettato Costituzionale.

Ne è certo, ad esempio, l’ex presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni. “Diventa sempre più chiaro – ha dichiarato che la riforma del Senato si farà, ma non secondo lo schema di Renzi. Sarà il popolo a scegliere i senatori…”. Gli ha fatto eco Maurizio Sacconi del NCD affermando che “per primi, attraverso il nostro disegno di legge, abbiamo ipotizzato che molte tra le competenze disegnate sollecitano la funzione esclusiva del senatore ed un suo

collegamento con il popolo. E a questo scopo sarebbe sufficiente che alcuni degli eletti in occasione delle elezioni regionali siano destinati alla funzione esclusiva di componenti del Senato senza alcun onere aggiuntivo di finanza pubblica né per lo Stato né per la Regione”. “Più rilevanti sono le competenze più diretta deve essere la relazione tra i membri del Senato ed il

popolo elettore. E viceversa”. C’è insomma un’opposizione che è sui contenuti ed è trasversale alle forze di maggioranza e di opposizione.

Forza Italia e NCD sono determinanti per la maggioranza al Senato e se si uniscono questi segnali a quelli che provengono dall’interno della stessa maggioranza – vedi proposta di Vannino Chiti del PD – e le ‘aperture’ del Movimento 5 Stelle, per la riforma voluta da Renzi e Berlusconi, si delinea un percorso che sarebbe riduttivo definire accidentato.
Armando Marchio

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