domenica, 17 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Lavoratrici: oltre 50% di chi si dimette lo fa dopo il 1° figlio
Pubblicato il 01-05-2014


Ben il 58% di chi si dimette dal lavoro lo fa dopo il primo figlio e il 35,81% lo fa per incompatibilità tra occupazione ed esigenze di cura della prole. Tra le motivazioni dell’abbandono dell’impiego, seguono l’assenza di parenti di supporto, il mancato accoglimento al nido, ma anche (con un aumento del 78% rispetto al 2012) il passaggio ad altra azienda. Emerge dal ‘Rapporto annuale 2013 sulle convalide delle dimissioni delle lavoratrici madri e lavoratori padri’.  Il Rapporto è stato recentemente presentato presso la Sala Danilo Longhi di Unioncamere, in piazza Sallustio 21, a Roma. Nel corso dell’incontro – che ha visto la partecipazione del ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Giuliano Poletti – il segretario generale del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Paolo Pennesi, e la consigliera nazionale di parità, Alessandra Servidori, hanno presentato e approfondito il tema della tutela delle lavoratrici madri e del procedimento della convalida delle dimissioni dei lavoratori genitori, con il contributo di rappresentanti istituzionali e associativi, affrontando anche le novità intervenute in materia di lavoro. “Da segnalare – hanno in proposito dichiarato Pennesi e Servidori – che sono diminuite rispetto al 2012 le dimissioni dovute a mancanza di orario flessibile. Mentre è importante rilevare che le dimissioni, comunque lievitate del 23% rispetto al 2012, sono collegate anche alla modifica della normativa poiché per le madri vi è un aumento del 15% (21.282 nel 2013 in confronto alle 18.454 del 2012), a differenza di quelle dei padri che risultano ora 2.384 a fronte delle 733 del 2012: dunque sono più che triplicate per i lavoratori”. “La considerazione ovvia è che sicuramente la crisi influisce ma sono persuasa – ha detto Servidori – che il sostegno alla genitorialità promuove una cultura di maggior condivisione della cura dei figli. Problematico il dato che le maggiori dimissioni siano registrate nei servizi, nel commercio e nell’industria: tre settori ad alta occupazione femminile”. “Auspichiamo – hanno continuato Servidori e Pennesi – che con l’intervento recente sia della delega in materia di occupazione femminile, sia con i provvedimenti adottati nella legge di stabilità per il 2014 (legge 147/2013), puntando a una collaborazione così efficace tra consigliere, ispettori e consulenti del lavoro, già attivissima, si possano sostenere ancora di più le donne nel mercato del lavoro, contrastando eventuali discriminazioni, soprattutto con politiche attive”. “Per noi comunque – hanno concluso Servidori e Pennesi – prima di tutto c’è il lavoro, nella convinzione che le esigenze delle aziende e il valore aggiunto della manodopera femminile rappresentano un interesse e una opportunità straordinaria per lo sviluppo del nostro paese”.
Ue: lavoratori potranno trasferire pensione integrativa

I lavoratori comunitari che si trasferiscono in un altro paese dell’Ue potranno usufruire a pieno dei diritti pensionistici grazie a un progetto legislativo approvato dal Parlamento europeo, che deve ancora essere approvato formalmente dal Consiglio dei ministri. “Il testo rappresenta un miglioramento effettivo per molti lavoratori. Si tratta di un grande passo avanti per la libera circolazione dei lavoratori e una spinta verso un’Europa sociale”, ha dichiarato la relatrice Ria Oomen-Ruijten (Ppe, Nl), che ha aggiunto: “Una buona pensione è una necessità, ora che gli europei possono aspettarsi di vivere molto più a lungo”. Le attuali norme Ue garantiscono che i lavoratori che si spostano in un altro paese membro non perdano i loro diritti pensionistici obbligatori, cioè quelli forniti dallo Stato. Tuttavia, non esistono norme comunitarie equiparabili per i regimi pensionistici integrativi, finanziati o co-finanziati dai datori di lavoro. Per tale motivo, i lavoratori che si spostano tra gli Stati membri rischiano oggi di perdere i loro diritti acquisiti, se il periodo temporale di residenza non è ritenuto sufficientemente lungo dallo Stato in cui si trasferiscono. Secondo le nuove regole invece, tale ‘periodo di maturazione’, il periodo d’iscrizione attiva a un regime pensionistico necessario a una persona per mantenere i diritti pensionistici integrativi, non può superare i tre anni. Gli eurodeputati hanno inserito una clausola che prevede che i lavoratori frontalieri debbano beneficiare dello stesso livello di tutela. Gli Stati membri avranno quattro anni di tempo per trasporla nel diritto nazionale.Novità tecnologica: rivoluzione bancomat per i clienti disabili

Bancomat e biglietterie automatiche più accessibili ai disabili. E’ questo l’obiettivo del progetto europeo APSIS4all, lanciato nel 2011 dalla Commissione europea e giunto alla seconda fase della sua implementazione. Sono due le azioni pilota: una è capitanata dalla Germania che ha già installato 24 biglietterie automatiche “dedicate”; l’altra è spagnola e prevede la creazione di oltre 1.300 bancomat, tutti dotati di avatar con interazioni nella lingua dei segni per i non udenti.

Impossibile svolgere le operazioni per chi si muove in carrozzella. Nato dalla necessità di agevolare la clientela tagliando inutili attese, file allo sportello e tempi morti, il bancomat – come tante realtà della vita quotidiana – non è tuttavia alla portata di tutti. Infatti, chi è costretto a muoversi in carrozzella nove volte su dieci non arriva è in grado di compiere tutte le operazioni alla tastiera, non arriva alla fessura in cui inserire la tessera e non riesce a leggere i numeri da comporre.

Terminali digitali senza barriere. Adattare i terminali digitali pubblici alle esigenze degli utenti con minore autonomia è, pertanto, uno dei tanti passi che l’Europa vuole fare per eliminare le disuguaglianze. Tra le novità di APSIS4all per rendere accessibili questi strumenti quotidiani ci sono schermate di testo ad alto contrasto e pulsanti più grandi e ben visibili. Pronte ad adeguarsi anche Grecia, Francia, Regno Unito e Austria.

Adoc: 75% lavoratori in ufficio con la propria auto

Trasporto pubblico deficitario, una cultura dei sistemi alternativi ancora poco diffusa o semplice pigrizia. Fatto sta che il 75% dei lavoratori italiani raggiunge il posto di lavoro utilizzando la propria auto. Lo rende noto l’Adoc, Associazione per la Difesa e Orientamento Consumatori. ”Una vita di qualità, più ecosostenibile e a misura d’uomo, si raggiunge attraverso un miglioramento netto della mobilità urbana e extraurbana – ha dichiarato Lamberto Santini, presidente dell’Adoc – oggi il 75% dei lavoratori, complice un trasporto pubblico deficitario, raggiunge il posto di lavoro utilizzando il proprio veicolo. A Curitiba, in Brasile, che ha la stessa popolazione di Roma ma una densità di abitanti per km tre volte maggiore, il dato è opposto: il 75% della popolazione si muove con il trasporto pubblico”. Ed è proprio questo “l’obiettivo che deve porsi l’Italia e in particolare Roma, dove la mobilità urbana è ridotta ai minimi termini”, ha continuato Santini. Per realizzare gli obiettivi di mobilità sostenibile nelle città, però, servono “un nuovo trasporto pubblico, basato sul ferro, sull’incremento delle linee metropolitane e sulla creazione di hub regionali e nazionali di scambio, sullo sviluppo del car sharing e delle piste ciclabili, sulla pedonalizzazione di grandi aree, in particolare i centri storici, anche per restituire ai cittadini le zone ad alta densità culturale e artistica” ha rimarcato il presidente dell’Adoc. Non solo persone, anche il trasporto merci influisce pesantemente sull’inquinamento e sulla qualità della vita: basti pensare – fa sapere l’associazione – che ogni km percorso da un vagone merci immette nell’aria 29 grammi di Co2, contro gli 81 grammi di un camion. “E’ evidente quindi – ha concluso Santini – che il trasporto su gomma non è più sostenibile, non solo dal punto di vista ambientale ma anche economico, e va sostituito con il trasporto su ferro”.

Carlo Pareto

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