domenica, 17 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

A CACCIA DI SOLDI
Pubblicato il 16-05-2014


Asta

Luce verde dal Consiglio dei Ministri per i due dpcm (decreti del presidente del Consiglio dei ministri) che aprono la strada alla privatizzazione di quote di Poste ed Enav, l’Ente nazionale di assistenza al volo. Entrambe le partecipate statali rimangono comunque sotto il controllo del Ministero dell’Economia visto che, per Poste, le quote da immettere sul mercato arriveranno fino al 40 per cento e, per l’Enav, fino al 49. Riguardo le Poste, la via per la cessione scelta dal CDM è quella dell’offerta al pubblico, cioè della quotazione in borsa attraverso un’OPV (offerta pubblica di vendita). Diverso potrebbe essere l’iter per Enav rispetto a cui si ipotizza sempre la quotazione come via preferenziale, ma non si esclude la possibilità di affidare il pacchetto a un privato attraverso un’asta competitiva.

«Anche l’uomo della strada si rende conto che siamo di fronte a un tentativo indolore per fare cassa che, comunque, non modifica quello che è il titolo di proprietà» afferma Nicola Scalzini, economista, già capo dell’ufficio economico di Palazzo Chigi, sottosegretario al ministero del Lavoro e fondatore dell’osservatorio economico Centro Europa Ricerche.

Professor Scalzini, si cedono quote di Poste ed Enav. Di che tipo di operazione si tratta?

Rispetto alle Poste si vende una quota, ma il controllo rimane sostanzialmente pubblico. Diverso il discorso per quello che riguarda l’Enav che, a mio avviso, potrebbe anche essere venduta in quote maggiori. Si tratta, infatti, di un’azienda che fa profitti perché si occupa del controllo del volo civile, un servizio che si paga e che non ha nessun valore strategico per il Paese. In ogni caso si tratta di operazioni, diciamo così, per mettere su un po’ di ‘fieno’.

Avranno pure una ricaduta in termini economici per il Paese, no?

Sì, sul debito pubblico. Questa operazione, infatti, non incide per nulla sul disavanzo dello Stato, ma va direttamente a ridurre il debito pubblico. È lì che si sta cercando di rimediare anche alla luce del fatto che noi abbiamo dovuto versare 55 miliardi all’Europa per consentire interventi a favore di Paesi e di banche in difficoltà. Un esborso che è finito nel fondo si stabilizzazione che ha finito per alterare la situazione del nostro debito in maniera un po’eccessiva. Con queste operazioni cerchiamo di controbilanciare, ma questi primi passi non sono di per sé di grande interesse. A meno che non fossimo di fronte ai primi di una serie.

A cosa pensa?

Rimangono delle quote marginali, ma consistenti come incassi, sia di ENI che di Finmeccanica. Sia ben inteso: si tratta di aziende che hanno valori strategici e che quindi non vanno liquidate, per nessuna regione. Non dobbiamo perderne il controllo, ma possiamo fare cassa perché si tratta di realtà consistenti. Un punto di ENI vale molti soldi e si possono cedere delle quote senza pregiudicarne il controllo da parte pubblica che rimane centrale perché sull’energia noi dobbiamo conservare un controllo pubblico visto che si tratta di un asset assolutamente strategico per fare una qualsiasi, pur pallida, politica industriale. Finmeccanica, poi, non ne parliamo perché è una realtà quasi tutta orientata alla tecnologa d’eccellenza, agli armamenti e alla difesa, aree delicatissime. Un gioiello che molti Paesi ci invidiano e su cui, se fosse messa in vendita, si tufferebbero tutti.

Professore, ancora non sembrano dissipati i dubbi circa le coperture per i famosi 80 euro. Lei crede che si troveranno alla fine?

Le coperture non sono, diciamo così, “esplicite “, ma se le vogliono trovare, le trovano. Si spera nella spending review, ma la polemica ha un senso perché le coperture dovrebbero essere simultanee e, in questo caso, non lo sono perché la spending è ancora da tradurre in provvedimenti che, ad oggi, non ci sono. Siamo di fronte ad un’operazione scoperta, ma “copribile” dal punto di vista politico.

Gli ultimi dati parlano di un PIL ancora in difficoltà. Sembrano non esserci buone notizie sul fronte ripresa…

Cominciamo a dire una cosa: c’è un giorno in meno di lavoro che non è stato preso in considerazione, se lo avessero fatto il quadro sarebbe diverso. Del resto la situazione non è affatto allarmante se consideriamo le performance di Paesi come la Finlandia, la Francia e la stessa Olanda. La situazione complessiva non è facile e deve toccare alla BCE la risoluzione decisiva dei problemi di crescita. È necessario innanzitutto tentare di riportare il valore dell’euro di parecchio sotto, anche con politiche non convenzionali. Credo che, se nel prosieguo dell’anno la Germania, con l’eventuale apporto dei socialdemocratici dovessero uscire premiati dalle urne, aumenterebbe la domanda interna e si vedrebbero i benefici anche sul nostro Paese. E, se la BCE, a giugno, comincerà ad avere comportamenti che contrastano la deflazione, la ripresa potrà essere continentale. Le prospettive sono positive.

Roberto Capocelli

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