domenica, 17 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Alberto Benzoni
ricorda Tullio De Felice
Pubblicato il 30-05-2014


“Non è accio”. Non è malaccio. Era una espressione tipica di un nostro vecchio e caro compagno che ci ha lasciato giorni fa. Con discrezione, come era suo costume. E significava che, tutto sommato, una cosa- che fosse analisi politica, proposta di intervento, documento e quant’altro – non era poi così male; in altre parole che era degna di attenzione anzi da approvare senz’altro.

Non era il verdetto di un oracolo. Il nostro amico era lui stesso lontano anni luce dal ritenersi tale. Era piuttosto la reazione, tipicamente, volutamente minimalista di che era abituato da anni a vagliare con attenzione, se non con metodica sospensione critica ogni cosa che sapesse di fretta, di novità, di strumentalità legata a questo o a quel particolare momento.

Per Tullio, come per tutti quelli della sua generazione politica ( si era formato, a cavallo tra gli anni quaranta e cinquanta, alla scuola di Rodolfo Morandi) il socialismo, nel suo divenire, era un percorso lento: in cui, per arrivare lontano, contava prima di tutto curare la sicurezza e la correttezza dei propri passi.

E, comunque, procedere di conserva. Mai un passo dietro agli altri; ma neanche un passo avanti, magari con la pretesa di indicare la strada. In questo può essere considerato la figura tipica del “partito di prima”; insomma di quello che, nato, anzi “forgiato”( come si diceva allora…) negli anni del dopoguerra, era maturato negli anni del centro-sinistra, per completare il suo ciclo negli anni di Petroselli. E, in questo lungo percorso era stato una figura importante sia nella sua azione amministrativa ( aveva seguito, in particolare, i lavori per la realizzazione della metropolitana ) sia nel suo lavoro politico. Se della vecchia civiltà socialista, fatta di rapporti con la gente e di solidarietà orizzontali, sopravvive ancora qualcosa nei quartieri popolari e periferici della nostra città, lo si deve anche a lui.

Nel nostro compagno scomparso vivevano forti convincimenti e forti passioni. Però si guardava bene dal manifestarli. Perché era una persona sobria e riservata oltre ogni limite. E perché, per così dire, si confondeva e si annullava nella vita del partito. Attento a difendere le sue prerogative; ma senza mai sgomitare per superare la coda. Sensibile alle questioni di linea e cioè all’esigenza primaria di conciliare l’ideologia con la realtà; ma nel senso di costruire, sempre, possibili punti di mediazione politica. Lento nel costruire i propri convincimenti; ma deciso poi nel mantenerli; e senza strombazzarli all’esterno.

Nel corso degli anni ottanta la sua figura, mai volutamente marcata, doveva lentamente scomparire dall’orizzonte. Senza dubbio per sua scelta. De Felice, convinto autonomista quale era sempre stato, condivideva la sfida politica e ideologica al comunismo, propria della rivoluzione craxiana; ma, al tempo si sentiva sempre più estraneo al mondo politico, che dico al modo di fare politica che intorno a quel progetto era mostruosamente cresciuto.

Dopo il crollo, il Nostro si fece volutamente da parte. Non cercò altri e più accoglienti lidi. Non partecipò ai vari e affannosi progetti di ricostruzione del partito Offrì ( in particolare sulle questioni urbanistiche romane) la sua disponibilità; ma sapendo in partenza che non sarebbe stata recepita. Come tutti noi, Tullio aveva vissuto il crollo come una vera e propria tragedia; anzi come una sorta di ingiustizia storica. Più lucidamente di molti di noi aveva colto le responsabilità nostre in questo dramma; e, quindi, l’impossibilità di qualsiasi lieto fine.

Passò, allora, i suoi ultimi anni cercando di capire che cosa era successo. In una ricerca assidua ma del tutto personale e solitaria. Così come solitari erano sempre stati i suoi tormenti e le sue passioni politiche. In queste ricerche fece anche ricorso alla mia memoria storica e alle mie interpretazioni del passato. Gliene sarò eternamente grato. Faremo, tutti, il possibile perché il frutto di queste sue lunghe ricerche non scompaia insieme a lui. La memoria condivisa è, dopo tutto, il fondamento di qualsiasi comunità; e di una comunità che per De Felice è stata l’orizzonte di tutta una vita.

Alberto Benzoni

 

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