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Opinioni e commenti
 

Biagi, si indaga su “omicidio per omissione”
Pubblicato il 22-05-2014


Marco-Biagi-ScajolaOmicidio per omissione. Questa l’accusa che potrebbe cadere sulla testa di Claudio Scajola, già ministro degli interni, per l’assassinio di Marco Biagi.  Il giuslavorista socialista venne ucciso dalle Brigate Rosse il 19 marzo 2002 a Bologna, ma poteva essere salvato se avesse avuto ancora la scorta. Questo lo si sapeva. Quello che non si sapeva è che l’allora ministro degli Interni, Claudio Scajola, arrestato nei giorni scorsi per concorso in associazione mafiosa e fino a ieri, lui sì, con la scorta, ha sempre mentito quando affermava di non essere a conoscenza dell’entità delle minacce che pendevano sulla testa del giuslavorista.

In seguito alle indagini che hanno portato all’arresto, la DIA ha effettuato numerose perquisizioni e in una di queste a carico del suo ex segretario ci sono carte che raccontano una verità finora solo sospettata.

Nel fascicolo trasmesso dalla Procura di Roma a quella di Bologna ci sarebbe una lettera di un esponente politico vicino allo stesso Biagi, si pensa a Maurizio Sacconi allora sottosegretario al Ministero del Lavoro, spedita al Viminale pochi giorni prima dell’attentato per sostenere la richiesta dello stesso Biagi di poter continuare a godere della scorta. La lettera risulterebbe ‘vistata’ da Scajola, che invece ha sempre sostenuto di non essere mai stato informato del reale pericolo che correva Biagi. D’altra parte fu lo stesso Sacconi a far sapere che Biagi gli aveva scritto una lettera lamentandosi di non avere una scorta e chiedendogli di intervenire con la massima urgenza con il Prefetto di Roma e il Ministero dell’Interno perché continuava a ricevere minacce.

E sul fatto che le minacce fossero credibili, nessuno nutriva dubbi perché proprio poco prima dell’attentato ‘Panorama’ aveva pubblicato un documento attribuito ai servizi, da cui emergeva un identikit dei possibili obbiettivi, identikit che corrispondeva perfettamente a quello del giuslavorista.

Gli obbiettivi possono essere, scriveva, “personalità impegnate nelle riforme economico-sociali e del mercato del lavoro e, segnatamente, quelle con ruoli chiave in veste di tecnici e consulenti. (…) In cima alla lista dei potenziali obiettivi delle BR ci sono il ministro Maroni e i suoi collaboratori più stretti che lavorano nell’ombra”. Biagi appunto.

Nessuno insomma in Italia in quel momento aveva più bisogno di una scorta di lui eppure la decisione di Scajola di ‘tagliare’ del 30% le scorte a politici e bersagli possibili del terrorismo, andò a colpire proprio Biagi. Una leggerezza imputata alle autorità locali, ma indirettamente avallata, forse involontariamente suggerita da chi lo definiva “un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza (per questa frase pronunciata davanti alle telecamere si dovette dimettere).

E che si poteva salvare se avesse avuto la scorta è una certezza che deriva non solo dalla difesa che quegli uomini potevano assicurargli, ma dai criteri di scelta degli ‘obiettivi’ come spiegò nel 2005 Cinzia Banelli, la compagna ‘So’ delle Brigate Rosse. L’interesse nei confronti di Marco Biagi, raccontò la Banelli, iniziò con la collaborazione con il Comune di Milano e lui divenne poi un vero e proprio obiettivo nell’estate 2001, quando “il ‘Libro Bianco’, di cui lui era il principale autore, diventò un obiettivo politico”. La decisione finale di uccidere Biagi, ha detto Banelli, fu presa nel gennaio 2002 e fu facilitata dal fatto che Biagi era senza protezione. “Per noi già due persone armate – ha raccontato nella fase finale della sua deposizione – costituivano già un problema. Non eravamo abituati ai veri conflitti a fuoco”. In quell’occasione la terrorista fece anche riferimento all’articolo di ‘Panorama’ con la valutazione dei servizi.

“Leggemmo l’articolo e capimmo che poteva costituire un problema. Veniva indicata chiaramente una persona come Biagi come possibile obiettivo. Avremmo dovuto fare più attenzione, osservare possibili cambiamenti nella situazione del professore. Dovevamo controllare che non fosse solo. Invece arrivò alla stazione di Bologna da solo”.
“Quella di Marco è stata la cronaca di una morte annunciata”, ha commentato il segretario del Psi, Riccardo Nencini. “É un fatto gravissimo e agghiacciante. C’è la conferma della consapevolezza dell’ex ministro dell’interno Scajola del rischio che correva l’amico e compagno Marco Biagi. Ancora più grave dell’errore di valutazione sul pericolo di vita di Biagi è il fatto che Scajola abbia, in tutti questi anni, smentito di esserne a conoscenza. Del resto la stessa brigatista Cinzia Banelli ricordò nel 2005, durante il processo, che se Biagi avesse avuto la scorta che Scajola gli aveva tolto, il commando non l’avrebbe scelto come obiettivo. E oggi sarebbe ancora tra noi”.

I magistrati hanno aperto un fascicolo per il reato, ma ancora non avrebbero scritto il nome dell’imputato. L’omicidio per omissione (2/o comma Art.40 cp ) è una ipotesi di reato più grave dell’omissione semplice, che sarebbe prescritta dopo 7 anni e mezzo (nel 2009): “Non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo”. In pratica il procuratore Roberto Alfonso e il sostituto Antonello Gustapane, titolari del fascicolo, ipotizzano che chi sapeva delle minacce a Biagi non fece quello che era in suo potere e dovere per porlo al riparo dai propositi eversivi delle nuove BR.

Carlo Correr

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Commenti all'articolo
  1. Biagi ha elaborato una teoria in materia di lavoro che favoriva gli interessi degli imprenditori a danno dei lavoratori,ma non si può giustificare l’omicidio da parte di un gruppo terroristico che ha contribuito all’imbarbarimento della lotta politica che stiamo vivendo.

    • Non favoriva gli imprenditori, favoriva il ‘lavoro’. Era un pacchetto di misure che proseguiva nell’indirizzo impresso dal precedente ministro del Lavoro Treu, che però è stato portato avanti solo nella parte legislativa che doveva far emergere il lavoro irregolare e in questo senso certamente aiutava di più le imprese. La parte trascurata è stata quella del welfare, degli ‘ammortizzatori sociali’ che avrebbero dovuto modernizzarsi al pari della parte legislativa, ma questa non è stata responsabilità sua, di ‘tecnico’ giuslavorista, ma tutta politica. Quando è stato assassinato, al governo c’era Berlusconi con Maroni ministro del lavoro.
      C. Co.

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