martedì, 24 ottobre 2017
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Opinioni e commenti
 

C’è un europeismo di sinistra
e uno conservatore
Pubblicato il 12-05-2014


Dove va l’Europa? E chi decide il suo futuro percorso?
Per una prima risposta a questa domanda, basti considerare le grandi partite in corso in questi giorni. L’una politico-militare; l’altra economica e sociale.
Da una parte abbiamo la questione ucraina. Dove l’Europa politica troverebbe tutte le ragioni e, insieme, le possibilità per imporre la strada di ragionevoli mediazioni. Ma l’Europa politica non c’è. E, allora, a dettare la nostra posizione è la tecnostruttura militare, leggi la Nato, e sotto la leadership americana. Personalmente riteniamo le sue ricette sbagliate e pericolose. Altri possono valutarle in modo diverso; rimane comunque il fatto che scelte che influenzano il nostro destino collettivo vengono effettuate in sedi e seguendo logiche su cui non abbiamo nessuna voce in capitolo.

Per altro verso, un’altra tecnostruttura è all’opera, in un silenzio assordante, nella predisposizione di un’area economica unificata sulle due rive dell’Atlantico, dietro la spinta degli Stati Uniti e nella logica iperliberista del “Washington consensus”. Un progetto che potrebbe mettere in discussione, a torto o a ragione, molti capisaldi del modello sociale europeo e su cui un’Europa politica avrebbe molto da dire. Ma l’Europa politica non c’è; e allora corriamo il rischio di vederlo sparire sotto i nostri occhi senza che nessuno si sia posto la briga di consultarci.

Naturalmente non è detto che le cose si concludano in questo modo. Più probabile che non si concludano affatto né in un senso né nell’altro. Ma ciò che interessa qui è la natura dei processi di decisione: insomma il fatto che in essi sostanzialmente l’Europa come protagonista politico e la democrazia come regola dell’agire collettivo, siamo praticamente assenti.

Richiamare questo scenario di fondo può, ora, aiutarci a capire perché il dibattito in corso, in vista delle elezioni europee sia insieme, così appassionato e stridulo o così oggettivamente inconcludente.

In realtà, tutto il confronto poggia sulla contraddizione irrisolta tra un detto (e da quasi tutti) e un “non detto”. In chiaro, tra il proposito espresso formalmente dalla generalità delle sensibilità politiche di cambiare un’Europa oggi poco politica e poco democratica e la convinzione profonda, anche se quasi mai compiutamente espressa, secondo la quale questo salto di qualità non può essere raggiunto e, quindi, non va nemmeno perseguito.

Di fatto, l’unica area politica che affronta esplicitamente questa contraddizione è quella di Tsipras: fortissima contestazione dell’Europa che c’è e, al tempo stesso, esplicito impegno nel senso dell’attribuzione a questa stessa Europa di nuovi obbiettivi e, insieme, di maggiori poteri. Come si vede, un approccio fortemente illuminista, che avrebbe bisogno, per realizzarsi di un lavoro di lunga lena e, soprattutto, di uno schieramento ampio su cui appoggiarsi; insomma, della nascita di un europeismo di sinistra contrapposto a quello moderato, anzi conservatore.

E però tutto lascia pensare ad un’evoluzione tutta diversa. Nel segno del mantenimento dello “status quo” conferma dell’alleanza tra socialisti e popolari all’insegna della difesa dell’Europa così com’è contro gli attacchi “populisti” e, per altro verso, prevalenza, all’interno dei singoli schieramenti, delle varie istanze nazionali. Insomma, nessun salto di qualità suscettibile di superare la stagnazione attuale.

Dal canto loro, questi stessi populisti, complessivamente intesi, si trovano in una situazione esattamente inversa a quella di Tsipras. Quest’ultimo esprime una linea sostanzialmente corretta; ma non dispone delle forze per realizzarla. I contestatori dell’Europa, in linea di principio oltre che di fatto, dispongono delle forze, ma non delle strategie atte a farle valere. Contestare l’Europa così com’è e, nel contempo, negare la stessa possibilità del suo cambiamento, porta infatti automaticamente i nostri vari contestatori a considerare protagonisti della vertenza i singoli Stati, il recupero della loro sovranità o la salvaguardia dei loro interessi particolari. Una via senza sbocco, sia nel contesto europeo che, ancor più al di fuori di esso. Perché “spezzare le reni” o battere, singolarmente, i pugni sul tavolo non ci porta da nessuna parte e perché la minaccia di uscita è una pistola scarica.

E però le formazioni populiste condizioneranno, comunque e non poco, il futuro della costruzione europea. Anche se non nel senso da loro desiderato. Per un verso, infatti, spingeranno i partiti storici dell’europeismo – socialisti, popolari, liberali – a consolidare le loro larghe intese all’insegna della difesa del processo di integrazione; per altro verso però, impediranno, anzi bloccheranno sul nascere, qualsiasi passaggio verso un’Europa politica.

Uno stallo, insoddisfacente da qualsiasi punto di vista. O, detto in altro modo, il governo attraverso il pilota automatico. Quanto basta per tenere l’aereo in volo senza particolari problemi, ma non per portarlo verso questa o quella specifica destinazione.

Alberto Benzoni

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Commenti all'articolo
  1. Caro Alberto, ti leggo sempre con molto interesse, ma questa volta, permettimi, non condivido affatto la prospettiva, anche se è condivisibile l’analisi politica.
    Lo strillìo continuo e martellante contro l’euro e l’Europa di Salvini e Grillo sembra abbia costretto in un canto molti cervelli italiani.
    Ma dov’è andata a finire la voglia di combattere per costruire una Europa più giusta, egualitaria e socialista?
    Non credo che accucciarci dove fa comodo ai vari Bersani o Renzi possa essere utile ai socialisti, agli italiani e agli europei..
    Credo che dobbiamo ritrovare l’orgoglio delle nostre idee, le l’intelligenze e le energie per prospettare un futuro di speranza alle nuove generazioni così vergognosamente bistrattate.
    Lo spazio politico socialista in Italia e non solo, è intatto, occorre una classe dirigente veramente all’altezza e meno opportunista che abbia voglia di sacrificarsi come hanno fatto tanti compagni seguendo l’insegnamento dei nostri padri fondatori.
    Un forte abbraccio.

  2. Il PSI, infatti, avrebbe dovuto prendere una posizione netta nei confronti della lista Tsipras anche tenendo conto dei particolari contatti del partito con il PSE. Il partito, invece, ha permesso che il pd si appropriasse della politica europea fatta in questi anni solo dal PSI. Comunque molti socialisti voteranno lista Tsipras e speriamo di presentarci alle politiche con il nostro simbolo altrimenti saremo costretti ad andare al mare.

  3. questa volta condivido Benzoni. Sono un vecchio riformista ex PCI e mesi fa avevo deciso di votare PSI alle europee. Questo prima dell’accordo col PD renziano: ora non più. E nonostante abbia poco in comune con certa sinistra ‘extraparlamentare’ voterò Tsipras per una politica europea keynesiana e per andare oltre il renzismo in Italia.

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