martedì, 24 ottobre 2017
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Opinioni e commenti
 

Concertazione seppellita. Scintille tra Camusso e Renzi
Pubblicato il 08-05-2014


Renzi-CamussoSuona come una dichiarazione di guerra quella del segretario della CGIL, Susanna Camusso, nei confronti del Presidente del Consiglio, Matteo Renzi tacciato di portare avanti «un’idea di autosufficienza del governo e della politica che sta determinando una torsione democratica verso la governabilità a scapito della partecipazione». Non solo: per Camusso, in fatto di interventi sulla PA, Renzi e il ministro Marianna Madia sono addirittura «un po’ apprendisti stregoni». Quattro le sfide che il maggiore sindacato italiano lancia al governo: riforma delle pensioni per dare attenzione ai giovani e rivedere la posizione degli esodati; riforma degli ammortizzatori sociali; contrasto al lavoro povero; misure fiscali che mirino al contrasto dell’evasione.

Reazioni contrastanti alle parole di Camusso all’interno del PD: se Fassina difende il Segretario definendo «coraggiosa» la relazione, il ministro Orlando parla di «elementi di diffidenza e pregiudizio che scontano una difficoltà nel confronto» aggiungendo, però, che questi «si possono superare».

Il segretario socialista respinge le accuse della Camusso definendo «tutt’altro che autoritario» l’atteggiamento del governo: «Il sindacato dovrebbe preoccuparsi di rappresentare meglio chi è lontano dal mondo sindacale», ha osservato Nencini, riferendosi a «quei quattro milioni di ragazze e ragazzi che hanno un lavoro a tempo determinato, non godono della minima forma di tutela e che non trovano diritto di cittadinanza in nessuna delle grandi sigle sindacali. Deve essere la loro prima preoccupazione. Un tempo – ha proseguito Nencini – la sinistra si preoccupava di difendere il lavoro e oggi deve prima preoccuparsi di creare lavoro. Il provvedimento che in queste ore sta discutendo l’Aula del Senato serve a questo ed è l’inizio di un percorso più lungo».

Avanti! ha intervistato Silvano Miniati, già segretario della CGIL pensionati

Miniati, è legittimo dire che si è consumata una rottura tra la CGIL e il principale partito dell’opposizione?

Io non credo si sia incrinato il rapporto tra la CGIL e il maggiore partito di opposizione per una ragione molto precisa: la concertazione che viene rifiutata, si dice, da Renzi, in realtà, non esiste più da Ciampi. Chi è venuto dopo, Berlusconi, Monti e ora Renzi ritiene utile rivolgersi al sindacato solo quando vuole togliere le castagne dal fuoco, quando c’è da prendere decisioni come licenziamenti e tagli. Di fatto, si rinnega un prassi politica che ha prodotto per Italia, per decenni, enormi risultati e, anche, alcuni insuccessi. Renzi quando dice che dell’opposizione dei sindacati “se ne fa un ragione”, non dice cose nuove. La cosa che fa davvero paura è che attorno a lui sta crescendo un’aria di arroganza che va da Del Rio, alla ministra degli Esteri Mogherini fino alla ministra per la PA Madia che, a più riprese, hanno dimostrato un totale disprezzo del sindacato

Dove si va, percorrendo questa strada?

Si torna allo spirito della Fornero. Sembra ci sia una gara a dimostrare che non ci si fa influenzare dal sindacato. Il centrodestra naturalmente soffia sul fuoco: siamo di fronte a situazioni paradossali. Per quanto riguarda l’occupazione, ad esempio, si fa tutto i contrario di quello che si fa in Germania dove si garantisce il collegamento tra lavoratore e azienda anche in momenti di crisi. Molti sono critici, ma in Germania licenziamenti non si sono fatti. Io penso che si può dire in maniera chiara che siamo in presenza di una grande operazione di trasformismo che riguarda oltre che il mondo politico anche quello industriale. Alla fine, gli industriali che sono e dovrebbero essere considerati responsabili della situazione almeno quanto sindacato, si tirano fuori. Berlusconi, che è una delle cause della crisi, scarica le responsabilità. A livello sociale si addossa la colpa su disoccupati e pensionati e, a livello politico, sui sindacati. Tutti sparano sulla croce rossa.

Come uscire da questa dinamica complessa?

Abbiamo bisogno di fermarci un attimo e riflettere ritornando ai fondamentali: ad esempio dovremmo chiederci perche, nel Paese, 10 persone sono più ricche di 500mila famiglie messe insieme. Nella PA si continua a colpire in basso anziché in alto, e il risultato è l’inefficienza. Bisogna ragionare sul perché siamo in una situazione che per cui si bloccano contratti e la gente si impoverisce. Se Renzi vuol fare propaganda e fare uomo che se la cava bene è evidente che ha strada facile. Se, invece, vuole rimettere l’Italia in pista, deve accettare che la politica non si fa solo con chi non ti pone mai problemi.

Eppure, il sindacato fatica a dialogare con settori importanti del modo del lavoro, i meno tutelati, mentre, come accade per il Comune di Roma, difende posizioni corporative?

Io credo che ci sia un ritardo da parte sindacato: non è pensabile che, quando si parla di servizi pubblici, sia la categoria che decide. Si dovrebbe, in questo senso, tornare all’atto nascita del movimento sindacale inserendo un norma statutaria sullo sciopero dei servizi che deve essere decisone dalle confederazioni e non dalla singola categoria. Tutti sono lavoratori, non si possono difendere posizioni in quanto tali e indipendentemente. Inoltre, ritengo che un sindacalista del Comune o dell’ATAC dovrebbe essere molto più attento anche al problema servizio che si offre oltre che da quello che porta a casa. Da questo punto di vista il sindacato ha commesso tanti errori, ma quello più grosso è stato non capire che il sindacalismo italiano deve tornare soprattutto a pensare agli interessi collettivi e non a quelli di categoria. È la differenza fondamentale che ci ha distinto dalle corporazioni e che ha fatto la storia successiva.

Vede delle similitudini tra quanto accade oggi tra Renzi e Camusso e quanto avvenne nel 1984 sulla “scala mobile”?

Abbiamo due storie diverse. Sulla scala mobile si partiva dal presupposto di uscire da una situazione non più sostenibile per via della combinazione tra inflazione e costo del lavoro. E il sindacato era dentro trattative, e lo fu fino all’ultimo momento quando poi si divise. Ma, il governo Craxi non disse mai “ce ne faremo una ragione”. Poi il sindacato si ruppe decisione rimessa ai lavoratori, ma si trattò fino alla notte prima. Oggi non c’è nemmeno un tavolo di trattativa. Io sono convinto che democrazia significhi che il governo debba fare una trattativa: poi, se non si trova l’accordo, prende anche una decisione unilaterale e si assume le responsabilità. Altrimenti ripercorriamo la storia della Fornero che oggi tutti criticano, ma a cui in pochi si opposero quando era già chiarissimo quali sarebbero stati i risultati.

Quali sono secondo lei i principali punto di debolezza del sindacato oggi?

Io credo che il principale è la divisione all’interno del sindacato stesso. Questo è chiaro. Quella divisione ha prodotto mille inconvenienti, primo su tutti quello che si è smesso di fare sindacato in maniera collettiva e collegiale. A seguire il fatto che subiamo l’agenda, che abbiamo perso la capacità di progettare. Il sindacato non ha più un ufficio studi, si vive alla giornata, si aspetta la dichiarazione per dire se si è d’accordo o no. Non c’è elaborazione, non c’è programmazione di una strategia. Non consapevolezza di un progetto e, di conseguenza, nemmeno capacità di spiegarla.

Un problema della sinistra in generale….

La sinistra ha esaurito da tempo le strade di uscita facili perché, ormai, sono parecchi anni che di fronte a qualsiasi provvedimento impegnativo che viene prospettato si cercano posizioni equilibriste. Il sindacato è debolissimo in questo momento e Renzi anziché dare mano se ne approfitta.

Di fatto, un po’ come accade alla politica, in virtù della mancanza di un progetto, il sindacato agisce, in più di un’occasione, come una forza conservatrice. Non portando avanti un’idea si tende, inevitabilmente, a difendere la propria posizione, si scade nell’interesse personale…

Io sono convinto che il sindacato agisce, a volte, come forza conservatrice e finisce per non essere adeguato a sconfiggere proprio chi ci vuole che eserciti questo ruolo. Questo dipende, però, anche dal fatto che quando si mette in discussione il minimo, ci si arrocca e non si pensa a cosa si possa fare di meglio. Siamo arroccati e facciamo delle trattative a ribasso: cosa crede che stia accadendo a Dubai quando si tratta il futuro dell’Alitalia? Non si discute dell’avvenire del trasporto aereo italiano o mondiale. Si tratta su affermazioni del tipo “se mi togli questi io posso salvare il Paese”. Di fronte a questa realtà, Squinzi, il capo della congrega degli industriali, dà lezioni dimenticando di aver praticato questa politica fino all’ossessione. Credo che in tanti approfittino della situazione di difficoltà. Faccio un altro esempio: c’è una strana indulgenza verso l’evasione fiscale che è un problema serio e, a questo si somma anche il fatto che il grosso dell’opinione pubblica vive immersa in un sistema informazione che non sempre fa al meglio il suo lavoro.

Ha detto che intorno a Renzi sta nascendo un nucleo di arroganza. Il Presidente del Consiglio è cosciente di questo o è vittima della dinamica?

Renzi vuole fare cose importanti e sta tentando di farle, ma progressivamente crescono introno a lui i piccoli corazzieri del “credere, obbedire, combattere”. La mia impressione è che, in grande parte, sia lui a guidare la macchina, la tiene sotto controllo e fa le cose che vuole fare. Quello che sottovaluta è che per combattere nemici potenti bisogna avere alleati potenti; non si vince la lotta contro l’alta burocrazia o i grandi dirigenti delle banche se ti isoli dai lavoratori. Se vuoi rivoluzionare la macchina dello Stato devi avere come alleati quelli per cui dici di fare questa battaglia per farli star meglio. Sarebbe bastato mandare al congresso il Ministro del Lavoro invece di opporre un “io non ci vado”.

Roberto Capocelli

 
Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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