sabato, 21 ottobre 2017
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Opinioni e commenti
 

Contratto a termine
e liberalizzazione
A chi giova?
Pubblicato il 15-05-2014


da Corriere.it

Nel 2001 è stata emanata la prima incisiva riforma del contratto a termine. Abrogate le leggi precedenti, molto rigide nello stabilire l’eccezionalità di questo tipo di contratto, la legge del 2001 voleva facilitarne la stipulazione tanto è vero che si parlò di una vera e propria riforma liberale del mercato del lavoro.
L’entusiasmo dei “liberali” si spense subito: si liberalizzava, è vero, ma fino a un certo punto.
Il datore di lavoro doveva comunque spiegare (e bene) nella lettera di assunzione i motivi della temporaneità del lavoro. Se i motivi non erano specificatamente spiegati, il contratto doveva essere immediatamente convertito in contratto a tempo indeterminato.
Quella che sembrava quindi una grande conquista si è tradotta in una grossa iattura per i datori di lavoro: i Giudici, ritenendo insufficienti e generici i motivi dell’assunzione, hanno ordinato ai datori di lavoro di convertire i contratti a termine in contratti a tempo indeterminato.
A quel punto, il datore di lavoro è diventato prudente nell’assumere a tempo determinato.
A mio avviso, è comprensibile che un datore di lavoro preferisca assumere con contratto a termine un lavoratore che non ha ancora testato, che non conosce ancora.
Non sa se ha davvero voglia di lavorare, se può fidarsi di lui, se la sua prestazione sarà davvero utile, se è onesto oppure no se, molto banalmente, si instaurerà un buon feeling. I patti di prova dei contratti collettivi sono troppo brevi per capire se un lavoratore è bravo e onesto.
La Riforma Fornero aveva quindi introdotto una sacrosanta modifica alla legge del contratto a termine: il primo contratto a termine è libero, non devono essere scritti i motivi dell’assunzione ma non deve superare 1 anno e non può essere prorogato.
12 mesi sono più che sufficienti per capire se un lavoratore merita di rimanere in organico oppure no. Se dopo 1 anno il datore di lavoro voleva assumerlo nuovamente con contratto a termine, doveva spiegare i motivi così come prevedeva la legge del 2001 perché semplicemente il contratto a termine è una eccezione, il contratto a tempo indeterminato è la forma comune di contratto di lavoro, la regola.
La recente riforma del Governo Renzi rade al suolo la regola del contratto a tempo indeterminato.
Ora il contratto a termine è libero da vincoli: il datore di lavoro può assumere a termine senza spiegare i motivi, anche per periodi più lunghi di 1 anno e prorogare il primo contratto liberamente anche fino a 5 volte senza mettere per iscritto le ragioni delle proroghe e questo fino a 3 anni (termine oltre il quale non si può andare per un tetto stabilito dall’ex ministro Damiano).
Il datore di lavoro può quindi assumere il lavoratore per 1 anno e dopo averlo ampiamente provato prorogare il contratto a singhiozzi: 5 proroghe la cui durata il datore di lavoro se la sceglie arbitrariamente come vuole. (una di 3 mesi, una di 4, poi magari solo una di 2, poi di 3… un lavoro a gocce da stillicidio).
Nel frattempo, il lavoratore, trattato come un condannato a morte che aspetta il rinvio dell’esecuzione (ovvero la proroga del contratto che gli scade) dovrà essere molto attento nel risparmiare il danaro e contenere i consumi e non fare progetti di vita a lungo periodo.
Oggi forse ottiene una proroga di 3 mesi ma domani? Intanto va in banca e non gli concedono il mutuo e le volte in cui il datore di lavoro gli chiede di svolgere lavoro straordinario e festivo deve dire di sì anche a discapito della vita privata e sentimentale perché è alta la paura che un rifiuto possa poi arrestare l’escalation delle proroghe.
Era questo il Job Act che si aspettava l’Europa da noi? Non credo. La Direttiva Comunitaria (e anche la Corte di Giustizia) afferma che il beneficio della stabilità dell’impiego sia elemento fondamentale per tutelare i lavoratori. E che va bene la flessibilizzazione ma che non si traduca in precarizzazione.
Un rapporto di lavoro a singhiozzi di proroghe non solo non è stabile ma mina psicologicamente il lavoratore che rischia di rimanere con il respiro sospeso alla scadenza del contratto e per ogni singola proroga. Questo per un periodo di tre lunghi anni.
É la rivoluzione che spingerà i datori di lavoro ad assumere? Non credo. Il costo alto del lavoro, quello di cui la classe imprenditoriale si lamenta e sostiene sia la causa delle mancate assunzioni, rimane identico, sia se si assume a termine che a tempo indeterminato.
Si aggira così la normativa del licenziamento? Con la Riforma Fornero, se il datore di lavoro è in difficoltà economica può benissimo licenziare senza grossi problemi. Lo sanno i datori di lavoro, lo sanno i lavoratori.
Tutt’al più, il datore di lavoro può trovarsi davanti all’organo amministrativo competente a dover aggiungere una buonuscita da concordare oltre al trattamento di fine rapporto.
Cosa che i datori di lavoro di cuore fanno pur di dare una mano a un lavoratore che non si possono più permettere di mantenere in organico.
Quindi che vantaggio avranno i datori di lavoro con queste nuove norme del contratto a termine? Solo quello di tenere sulle spine i lavoratori facendoli sentire fortemente e sempre di più precari. Giova davvero questa liberalizzazione?

Maria Vinciguerra
Avvocato giuslavorista

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