lunedì, 11 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Europa politica, via d’uscita
alla ‘società della paura’
Pubblicato il 12-05-2014


Europa-politicaLa globalizzazione e la crisi economica hanno provocato a livello materiale lo smantellamento di gran parte delle difese tradizionali dei singoli sistemi sociali, rendendoli completamente “aperti” ai rischi di ogni forma di insidia. É accaduto così che l’“apertura” delle moderne società abbia perso l’originario significato che Karl Raimund Popper gli aveva assegnato; non si tratta più di società propense ad “aprirsi” al mondo per rimediare alla propria incompletezza e alla tendenza a curare in modo esclusivo le proprie chance, ma di società impotenti “a decidere il proprio cammino con un minimo grado di certezza, e a tutelare l’itinerario scelto una volta presa una decisione”. É questa la tesi che il filosofo polacco Zigmunt Bauman sostiene nel suo ultimo libro “Il demone della paura”.

Ad alimentare la paura sono l’insicurezza del presente e l’incertezza sul futuro; la politica, finora ha preferito “investire” sul “capitale della paura”: per un verso, smantellando le istituzioni capaci di alleviare l’instabilità dell’esistenzialità; per un altro verso, provocando un atteggiamento difensivo nei confronti di fenomeni, come l’immigrazione, quasi sempre privi di un legame con la fonte autentica dell’ansia. La politica ha scelto così di rinunciare a salvaguardare gli strumenti necessari per fronteggiare le forze che originano la paura; tali forze, sono divenute totalmente dominanti da determinare una generalizzata condizione di precarietà della condizione comune e finché non verranno riproposte strategie di protezione adeguare, il demone della paura non potrà essere esorcizzato.

L’“apertura”, un tempo condizione con cui le società si confrontavano col mondo è oggi associata agli effetti non previsti di un’integrazione materiale a livello mondiale delle economie nazionali e ad una crisi economica e sociale che hanno comportato quasi l’elisione del principio della sovranità territoriale e la “liquidazione” di ogni parvenza di confine statale, un tempo antemurale rispetto a qualsiasi forma di pericolo. Le società in crisi, private delle loro difese, sono divenute in tal modo, secondo Bauman, delle società esposte costantemente all’imprevedibile; se in origine l’idea di “società aperta” stava a indicare l’autodeterminazione di una società libera che aveva a cuore la propensione ad “aprirsi” e ad integrarsi nel mondo, oggi “fa venire in mente le terrificante esperienza di una popolazione eteronoma, sventurata e vulnerabile, messa di fronte a … forze che non controlla né comprende a fondo”.

Ciò accade, secondo Bauman, perché in un mondo “globalizzato negativamente” è divenuto impossibile garantire la sicurezza all’interno di una soltanto delle società globalizzate, a prescindere da quanto può accadere nel resto del mondo, in quanto le società private della loro autonomia istituzionale hanno perso la capacità di esercitare una qualsiasi forma di controllo dell’evoluzione materiale; e poiché le stesse società sono state private dei loro tradizionali mezzi di difesa (i confini) hanno anche cessato di disporre dei mezzi dei quali avrebbero bisogno per resistere alle paure che la loro condizione suscita e conserva.

Qual è la matrice della paura? Lo Stato moderno, osserva Bauman, si è trovato da subito di fronte alla necessità di “gestire la paura”. Ciò è stato reso possibile, non tanto con la ridistribuzione della ricchezza, quanto con la costruzione dello “Stato sociale”, con cui è stata assicurata la protezione collettiva contro gli stati di bisogno individuali; ciò inoltre ha comportato una regolamentazione protettiva della vita sociale e per lungo tempo la liberazione dei cittadini dall’angoscia della paura. Ma la globalizzazione negativa ha progressivamente liquidato la rete protettiva dello Stato sociale; prima, come è stato osservato, con l’affievolimento al limite della cancellazione di confini dei singoli sistemi sociali e con l’istituzionalizzazione di regole di funzionamento dei sistemi produttivi che hanno originato l’affievolimento della solidarietà sulla quale era stato costruito lo stesso Stato sociale; successivamente, l’affievolimento della solidarietà, non essendo stato sostituito da alcuna altra forma di protezione sociale, ha lasciato che i mercati svolgessero un ruolo sostitutivo, risultati sempre “ostili ed efficacemente impegnati a opporsi a tutte le forme di interferenza” da parte dell’azione politica.

Le società capitaliste, dunque, “trasudano paura”; paura di non riuscire più a prevedere cosa accadrà nell’immediato futuro, ma anche impossibilità di prevedere ragionevolmente gli effetti dell’azione umana sulla natura. É in questo contesto che, secondo Bauman, l’incertezza e la precarietà dei singoli individui è avvertita come conseguenza della “decomposizione dello Stato sociale, in quanto ragnatela di istituzioni consolidate”; ed è sempre in questo contesto che è avvertita la necessità di un nuovo ordine istituzionale da realizzare a livello europeo, mentre i Paesi che ne fanno parte, tutti traumatizzati dalla paura evocata della crisi in atto, mostrano di soccombere alla pressione di forze globali che non possono controllare o sperare di poterle prima o poi controllare. É in questo contesto, infine, che la paura risulta essere, per usare le parole di Zygmunt Bauman, l’effetto diretto della possibilità di perdere ogni forma di protezione sociale, fino a poco tempo fa una eventualità remota rispetto alla condizione esistenziale dei cittadini.

L’intera umanità vittima della globalizzazione negativa non può sperare di potere ricuperare le antiche difese contro la paura, ritornando ai vecchi confini nazionali, perché osserva Bauman la cause della paura sono ora globali, per cui la loro rimozione non ammette soluzioni locali. Allo stato dei fatti, il ricupero delle vecchie difese è possibile solo a livello sopranazionale; se non proprio a livello planetario, almeno a livello regionale e, nel caso dei Paesi europei, a livello di intera Europa comunitaria. D’altra parte, non era l’estensione della sicurezza intesa in tutti i sensi uno degli obiettivi dei Padri Fondatori dell’Europa unita? Sennonché, attualmente i Paesi che ne fanno parte sembrano essere privi di ogni iniziativa politica di fronte al prevalere degli effetti della crisi economica; al contrario, un maggiore impegno sulla via dell’unificazione politica varrebbe a ricostituire quei “limes” che l’integrazione mondiale delle singole economie nazionali ha affievolito se non definitivamente rimosso. É questa l’unica via di fuga dalla paura che hanno a disposizione i Paesi dell’area europea, che molti di essi, più interessati a salvaguardare in modo esclusivo le loro opportunità economiche, preferiscono di correre il rischio di esporsi agli esiti di processi destinati a prevaricarli e ad infliggere danni ben maggiori dei vantaggi di breve periodo che con il loro esclusivismo ed egoismo tentano di salvaguardare.

Gianfranco Sabattini

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