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Opinioni e commenti
 

Giovanni XXIII: un santo diverso, attuale
Pubblicato il 05-05-2014


La canonizzazione di Papa Giovanni XXII, il Papa buono bergamasco, è una canonizzazione diversa: non che la procedura- ovvero il lunghissimo iter- sia stato diverso e favorito rispetto alla miriade di altri santi; diversa perché, inaspettatamente attuale, capace di legare situazioni storiche inedite, fra cui, il fertile dopoguerra e l’apertura al mondo moderno con il presente attuale periodo storico contrassegnato da scoraggiamento e disorientamento generale.

Negli anni in cui visse Papa Roncalli, caratterizzati certamente dal fermento, dal lento ma inesorabile flutto verso l’innovazione tecnologica, la calma ma efficace cura al confronto tra storia antica  e modernità portarono al risultato di un dialogo che produsse una Chiesa rinnovata al passo dei tempi, capace di contemplare il volto di Cristo.

Ma aldilà delle più o meno attendibili analisi sociologiche penso che questa canonizzazione rappresenti in assoluto l’elezione a paradigma della vulnerabilità umana, rispetto a qualsiasi pretesa di elevare la perfezione solamente umana a modello.

Nasciamo nella vulnerabilità, moriamo nella debolezza, e la storia di ciascuno di noi scorre tra due fragilità, da una transitorietà all’altra. Giovanni XXIII, uomo senz’altro semplice ma tutt’altro che sprovveduto e sognatore ha indicato chiaramente che il cristiano, l’uomo è difronte al fatto di scegliere se scoprire coscientemente questa vulnerabilità rispetto a quella di Gesù o se continuare a misurarsi tra angosce e paure.

Divenendo uomo, il nazzareno diventa fragile e vulnerabile! Nel suo famoso discorso alla luna, Giovanni XXIII trasmette e ci consegna questa vulnerabilità, attraverso l’occhio e la pratica della tenerezza. Una tenerezza che dice la capacità di trasmettere sicurezza attraverso il nostro modo di toccare e parlare. Tenero è tutto ciò che non fa paura, che rassicura. Ma la tenerezza del Papa santo è anche rivelazione.

Amare non è solo un’emozione: amare il bambino, “dandogli una carezza”, non è solo un moto intenso dell’animo; amare una persona fragile, e il bambino lo è, significa rivelargli che è bello, che è amato da Dio! Amare un essere vuol dire nello stesso tempo rivelare e rilevare, cioè rialzare!

Infatti, solo amandolo gli permettiamo di essere se stesso, lo aiutiamo a crescere, amare significa anche liberare l’altro, poiché in un certo senso, amandolo gli si dice: hai il diritto di essere te stesso! Scrive Angelo Roncalli: “Tutti gli uomini che sono sulla terra portano in sé l’immagine di Dio (…) e tutti gli uomini rappresentano Dio, perché non li amerò tutti, perché li disprezzerò, perché non sarò con essi rispettoso””

Il Concilio, voluto da Papa Roncalli, consiste, a mio parere, proprio in questo: esplicitare l’amore per le persone, per l’umanità; rivelare ad una umanità complessa che sono “belli” nonostante le contraddizioni, rivelare a tutti che siamo figli di Dio, bisognosi di aiuto nel rialzarci, a stare in piedi.

Sì, amare come ci dice Roncalli nel suo discorso di apertura del Concilio vuol dire esultare, aiutare ognuno ad essere più libero. Forse, la sfida ancora tutta da realizzare del Concilio è proprio questa: essere davvero liberi nei confronti della nostra vulnerabilità, delle nostre fragilità.

L’appello agli uomini di buona volontà, lanciato in apertura e nella genesi dell’assise conciliare, ci presenta una Chiesa non con mire invasive, ci dice invece  discrezione: non intervenire con sentenze, ma offrire una casa sicura, attendere un gesto, una risposta di chi in quella casa non c’era o non c’è!

Un Santo, un uomo, Giovanni XXIII che si rende anche oggi ancor paradigma della vulnerabilità nella relazione, che ti dice che lui si è lasciato plasmare da Dio; che lui è un successo di Dio. Spesso, siamo testimoni di reazioni di ribellione davanti ad un mondo come il nostro, con tutta la sua sofferenza. Di fronte ai conflitti, alle persone in situazione di fragilità, al dolore dei genitori… si possono avere reazione del tipo: Dio non sa nulla di ciò che sta succedendo, oppure lo sa ma non fa niente e allora….

Sono critiche, queste, che soggiacevano allora e che sono oggi ancor più attuali, critiche che Giovanni XXIII ascolta, medita perché nate da esperienze e da domande profonde. Ieri, come oggi, davanti ai nostri occhi, sfilano sofferenze immense. La televisione, la rete mette sotto gli occhi di tutti, anche e soprattutto dei più giovani, un sacco di cattive notizie: guerre e scene di violenze inaudite. Questo è il nostro mondo, in tutta la sua brutalità.

Dopo il grido che saliva da Auschwitz: dov’è Dio? Oggi assistiamo alla domanda: Dov’è andato a finire Dio dopo Auschwitz? Il pericolo oggi di scappare, ritagliandosi uno spazio sicuro al di fuori della realtà del nostro mondo è un pericolo concreto. Molti giovani rischiano di vivere nel virtuale, nell’immaginario, non si sa più bene che cosa sia reale e cosa non lo sia. C’è un grosso rischio di fuga dalla sofferenza.

Giovanni XXIII indica in Gesù, nella sua vulnerabilità la via “perenne, consolidata” per riuscire nell’impresa dell’essere uomini e donne di buona volontà. Lui è venuto, è colui che viene sempre, che nella storia dona, se lo vogliamo. Il porsi del Cristo non è impositivo…”devi”, ma è un “se vuoi”, ed è proprio in questo “se vuoi”, che sta tutta la complessità del mistero di Dio, che poi diventa il mistero della nostra Chiesa, dell’essere testimoni.

Ma il Santo bergamasco ci indica chiaramente che per essere testimoni, bisogna lavorare su noi stessi, ciascuno deve lasciare passare la grazia, il dono. Testimone significa “martire”; un testimone è cioè capace di attraversare le contraddizioni e le avversità. Oggi ancora, la Chiesa, quella di Papa Francesco può fondarsi solo sui martiri. Sono loro, (magari qualcuno di noi), che dicono a tutti che Gesù rimane il vivente. La testimonianza si fonda su un incontro, su spiccioli di profonda intimità, con la nostra vulnerabilità, una vulnerabilità messa da qualche giorno sugli altri.

Non è forse compito della Chiesa riflettere la luce di Cristo in ogni epoca della storia, farne risplendere il volto anche davanti alle generazioni del nuovo millennio? Angelo Roncalli per tutta la vita ha ammirato il volto di Cristo…

Ermanno Caccia

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