domenica, 17 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

I congedi previsti per i lavoratori impegnati nelle prossime elezioni
Pubblicato il 12-05-2014


Le assenze per elezioni

E’ un vero e proprio esercito abbastanza numeroso formato da presidenti, da scrutatori e da rappresentanti di lista dei partiti quello che sarà formalmente impegnato nei seggi elettorali per le elezioni europee e amministrative che si svolgeranno il 25 maggio prossimo. Tra questi ci saranno anche tanti lavoratori dipendenti, che, volentieri o meno, dovranno lasciare aziende e uffici per espletare di tutte le operazioni legate a questo delicatissimo e irrinunciabile compito. L’occasione è quanto mai opportuna per ricapitolare che cosa deve fare chi, ritornato alla consueta attività, si appresta alla solita querelle con il reparto personale della propria ditta per stabilire i diritti nel caso di mancata presenza al lavoro motivata dall’importante incarico svolto presso l’urna di assegnazione. Circa il titolo ad assentarsi dal lavoro e il trattamento spettante in tema di riposi compensativi, è fuor di dubbio che i giorni dedicati agli adempimenti previsti di cui si tratta, siano considerati a tutti gli effetti periodi di attività lavorativa secondo quanto dispone l’articolo 119 del Testo Unico n. 361/57, modificato dalla legge n. 53/90. Ciò comporta il conseguente obbligo per il datore di lavoro, non solo di permettere l’assenza, ma di retribuirla. Per di più, la stessa legge n. 53 del 1990 ha precisato che il diritto ai riposi compensativi e alle assenze retribuite compete anche ai rappresentanti di lista.

Poiché le funzioni di presidente e scrutatore dei seggi sono del tutto equiparate all’espletamento dell’attività lavorativa, non è consentito alle aziende di richiedere prestazioni professionali nei giorni coincidenti con le operazioni elettorali, pure se l’eventuale turno di lavoro fosse collocato in orario diverso da quello di presenza disposto per la nomina ricevuta. Per quanto attiene i riposi compensativi la Corte Costituzionale ha riaffermato il principio secondo cui il lavoratore ha titolo al recupero delle giornate festive (la domenica) o non lavorative (il sabato, nel caso di settimana corta) destinate alle operazioni elettorali, nel periodo immediatamente successivo ad esse. In altre parole, i soggetti interessati hanno diritto a restare a casa, ovviamente pagati, nei due giorni successivi all’effettuazione del mandato ricevuto (se il sabato è lavorativo), o nel giorno successivo (se non viene osservata la settimana corta) in forza della parificazione legislativa tra attività al seggio elettorale e prestazione professionale, rispetto alla quale la garanzia del congedo è precetto costituzionale. Ove gli adempimenti connessi all’ufficio ricoperto per designazione abbiano termine di lunedì, come è stato durante le ultime consultazioni politiche, le giornate di diritto al riposo dovrebbero essere il martedì (ed eventualmente il mercoledì, se il sabato non è lavorativo).

Per avere titolo ai riposi o, in sostituzione, alla retribuzione e ai benefici di cui si è accennato, il lavoratore dovrà produrre all’azienda l’attestazione del presidente del seggio elettorale, regolarmente timbrata con il bollo della sezione e dalla quale risulti la data e l’ora di inizio e di conclusione delle funzioni. Per la cronaca ricordiamo che alla imminente tornata di consultazione popolare sono complessivamente più di venti milioni i cittadini chiamati alle urne. Sulla materia in questione, anche la Fondazione Studi dei consulenti del lavoro ha recentemente approntato un utile vademecum per gestire al meglio le assenze dei lavoratori impegnati nella ‘macchina’ elettorale: presidenti di seggio, segretari e scrutatori, nonché rappresentanti di lista o gruppo e rappresentanti dei partiti o gruppi politici (o promotori dei referendum). I giorni di assenza sono considerati dalla legge, a tutti gli effetti, giorni di attività lavorativa. “Ciò significa – spiega la Fondazione Studi – che i lavoratori hanno diritto al pagamento di specifiche quote retributive, in aggiunta all’ordinaria retribuzione mensile, ovvero a riposi compensativi, per i giorni festivi o non lavorativi eventualmente compresi nel periodo di svolgimento delle operazioni elettorali. Per i giorni in cui non era prevista prestazione lavorativa, invece, l’interessato avrà diritto a tante ulteriori quote giornaliere di retribuzione che si andranno ad aggiungere a quelle normalmente spettanti”. “Per tali giornate di mancato riposo, tuttavia, il lavoratore potrà optare per il godimento di giornate di riposo compensativo – si precisa – al posto della retribuzione aggiuntiva”.

Il titolo alla retribuzione compete per le singole giornate di partecipazione al seggio, a prescindere dal numero di ore di impegno. “I giorni festivi e quelli non lavorativi (ad esempio il sabato nella settimana corta) – proseguono i consulenti del lavoro – sono compensati con quote giornaliere di retribuzione in aggiunta alla retribuzione normalmente percepita o, in alternativa, recuperati con una giornata di riposo compensativo”. La legge in proposito non chiarisce le modalità di scelta tra riposo compensativo e retribuzione. “Per quanto riguarda invece i riposi compensativi, secondo l’orientamento della Corte Costituzionale, il lavoratore ha diritto al recupero delle giornate festive (la domenica), o non lavorative (il sabato, nel caso di settimana corta), destinate alle operazioni elettorali – puntualizza la Fondazione Studi – nel periodo immediatamente successivo ad esse”. In altri termini, gli interessati avranno diritto a restare a casa e ad essere retribuiti nei due giorni successivi alle operazioni elettorali (se il sabato è non lavorativo), o nel giorno successivo (se il sabato è lavorativo). “In base ai principi in tema di riposo settimanale – si ricorda – il riposo compensativo deve essere goduto con immediatezza, cioè subito dopo la fine delle operazioni al seggio. La rinuncia al congedo in questione deve comunque essere validamente accettata dal lavoratore”.

Cassazione, sicurezza: più controlli sui giovani

Il datore di lavoro è responsabile dell’infortunio, sia quando omette di adottare idonee misure protettive, sia quando non vigila affinché il dipendente le utilizzi. Il suo dovere di sicurezza e la sua responsabilità divengono ancora più intensi se il lavoratore è giovanissimo o inesperto e, ancor di più, se è apprendista, a favore del quale vigono precisi obblighi di formazione e addestramento. Sono questi i principi espressi dalla Corte di Cassazione con la sentenza 536 depositata il 10 gennaio scorso. Il caso riguarda un apprendista, al lavoro da 20 giorni, che, nel piegare un tondino, viene colpito a un occhio da una scheggia.

Dagli accertamenti risulta che il datore di lavoro avesse messo a disposizione occhiali protettivi e che il lavoratore non li avesse indossati. In sede giudiziale, la Corte di appello riconosce la responsabilità del datore di lavoro e lo condanna al pagamento, a favore dell’Inail, della somma equivalente dell’indennizzo pagato dall’Istituto. La società ricorre in Cassazione, contestando la sentenza di merito perché i giudici – sostiene la società – non hanno considerato che il datore aveva dimostrato di aver fatto tutto il possibile per evitare l’evento. Ha provato infatti che gli occhiali erano nel luogo di lavoro, che la loro obbligatorietà era imposta dall’azienda, che il capo officina aveva addestrato il lavoratore per la mansione specifica e che il lavoro era di facile esecuzione. La difesa critica la Corte d’Appello anche per non avere giudicato anomalo e imprevedibile il comportamento dell’apprendista, poiché egli, piegando il ferro con l’incudine e non (come avrebbe dovuto) con la morsa, aveva svolto un lavoro cui non era stato adibito.

La Cassazione, nel decidere, conferma in primo luogo che le norme per la prevenzione degli infortuni sono dirette a tutelare il lavoratore anche dagli incidenti derivanti da sua imperizia, negligenza e imprudenza. Il datore, pertanto, è responsabile dell’infortunio al lavoratore sia se omette di adottare le idonee misure protettive sia se non accerta e non vigila che il dipendente ne faccia uso. Inoltre, i giudici esprimono un principio più stringente: il dovere di sicurezza, a carico del datore, diviene particolarmente intenso se i lavoratori sono di giovane età o professionalmente inesperti e si accresce se sono apprendisti, soggetti verso i quali, in specifico, sorgono precisi obblighi di formazione e di addestramento. Un’eventuale imprudente iniziativa di collaborazione da parte di uno di questi lavoratori, dunque, non esonera e non attenua la responsabilità del datore, su cui grava un obbligo di particolare vigilanza, diretta o attraverso collaboratori. I giudici di merito, secondo la Cassazione, hanno applicato questi principi e il ricorso va, quindi, rigettato. L’implicito messaggio è chiaro: i lavoratori giovani e inesperti vanno adeguatamente formati e vigilati, direttamente o attraverso i preposti. Solo così il datore può efficacemente prevenire incidenti ed evitare il sorgere, a proprio carico, di responsabilità.

Il beneficio è stato introdotto dalla finanziaria 2002: l’indennità 2014 per i talassemici 

Con la circolare n.54/02 l’Istituto di previdenza ha reso di fatto operativa la liquidazione dell’indennizzo previsto a suo tempo dalla finanziaria 2002 per i lavoratori colpiti da talassemia major (morbo di Cooley) e drepanocitosi. L’articolo 39, comma uno della predetta legge n.448/01 ha infatti disposto la corresponsione di una prestazione annuale di importo pari a quello del trattamento minimo di pensione, a favore degli assicurati talassemici mayor (morbo di Cooley) e drepanocitosi, che hanno perfezionato un’anzianità contributiva pari o superiore a dieci anni e abbiano raggiunto almeno 35 anni di età. Il beneficio previdenziale è da attribuirsi alla generalità dei lavoratori (dipendenti, autonomi, liberi professionisti ecc.) portatori delle patologie in questione, sanitariamente diagnosticate dalle competenti Asl. L’indennità economica è attualmente fissata in 500,88 euro mensili e non è inoltre assoggettabile a ritenute erariali, e, come opportunamente precisato dal ministero del Welfare (circolare Dpsp/11/1447/h del 05/07/2002), è cumulabile con la retribuzione da lavoro dipendente, con il reddito derivante da attività autonoma e con qualsiasi trattamento di quiescenza. L’assegno viene concesso ed erogato dall’Inps, anche qualora la posizione assicurativa dell’interessato sia accredita presso altri enti previdenziali, comprese le casse dei lavoratori individuali. La domanda deve essere trasmessa alla struttura periferica dell’Istituto dove risiede il soggetto, utilizzando l’apposita procedura online all’uopo prefigurata.

Alla richiesta deve essere acclusa, sempre in modalità telematica: la documentazione medica che certifica la talassemia mayor (morbo di Cooley) o drepanocitosi (anemia falciforme), rilasciata direttamente dalle strutture delle aziende sanitarie che operano espressamente per la diagnosi e la cura della talassemia, drepanocitosi ed emoglobinopatie; e la documentazione attestante l’anzianità assicurativa posseduta e versata presso altri Istituti previdenziali. Nel caso in cui il lavoratore possa far valere solo periodi di iscrizione Inps, il controllo del requisito contributivo viene disposto d’ufficio. In tale ipotesi per la verifica vengono presi in considerazione tutti gli oneri previdenziali corrisposti a favore del richiedente (contribuzione da lavoro dipendente, autonomo, parasubordinato, versamenti volontari e contribuzione figurativa). L’indennità è gestita dall’area pensioni assistenziali, alle quali è assimilabile sia per le modalità di accertamento del soddisfo delle condizioni amministrative prescritte, sia per quelle di erogazione. Inoltre, viene pagata con periodicità mensile, come per i normali trattamenti pensionistici in carico all’Ente.

Carlo Pareto

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