martedì, 24 ottobre 2017
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Opinioni e commenti
 

Un libro sul fascismo e
i gendarmi della memoria
Pubblicato il 15-05-2014


MussoliniÈ tornata alla ribalta la vexata quaestio del consenso al fascismo. Emilio Gentile, massimo esperto italiano sull’argomento, scende in campo stroncando l’ultima opera dello storico britannico Christopher Duggan, “Il popolo del Duce. Storia emotiva dell’Italia fascista” (“Il Duce, che emozione!”, Il Sole 24 ore, 4-5-maggio 2014). Duggan sarebbe colpevole di aver riproposto le tesi revisionistiche di De Felice, “il cui subdolo scopo era riabilitare il fascismo, sostenendo che il regime ebbe un consenso popolare”. La polemica anti-defeliciana m’é sempre parsa insensata: riconoscere che Mussolini – in certi periodi – fu popolare non significa riabilitarlo. Nessuno storico onesto può assolverlo dai suoi crimini, che furono ancor più gravi fuori d’Italia (sulle atrocità del colonialismo fascista si legga l’ottimo “Genocidio in Libia” di Eric Salerno).

Se il rilievo metodologico di Gentile è azzeccato (troppo scarse le fonti di Duggan, che rievoca i sentimenti di milioni di italiani basandosi su una settantina di diari e una trentina di lettere), l’accanimento storiografico è incomprensibile. Lascia perplessi la perentorietà di questo giudizio storico-politico: “Qualunque fosse l’atteggiamento dei capi dei regimi totalitari rispetto al consenso della popolazione su cui dominavano è un fatto storico indubitabile che nessuno di loro ha mai fondato il suo potere sul consenso della gente comune, comunque motivato, sollecitato, fabbricato e organizzato, ma solo e sempre sul monopolio del partito unico, sulla forza armata, sulla prevenzione ed espressione poliziesca, e sulla irregimentazione della popolazione, fosse o no consenziente. È onesto intellettualmente presentare come “un fatto storico indubitabile” la tesi, discutibilissima, secondo cui il regime fascista si reggeva “solo e sempre” sulla forza bruta?

Se non esistono i documenti che provano la popolarità del Duce, quali sono le fonti a cui si appella il nostro severo recensore per sostenere la tesi opposta, e cioè che il fascismo era inviso a gran parte degli italiani? Forse Gentile reagisce allo stigma che gli intellettuali azionisti ci hanno appiccato addosso: il fascismo, per costoro, è lo specchio di difetti atavici nel carattere italiano. Se si argomenta che una moltitudine di italiani, dopo aver subito angherie e soprusi per vent’anni, alla prima occasione insorsero armi in pugno contro il Duce, ecco che l’onore della Patria è salvo! Siccome il gene culturale dell’apatia o del servilismo non esiste, sarebbe più utile gettare alle ortiche il moralismo e la storiografia giudiziaria.

Gentile è uno studioso serissimo: sostiene – giustamente – che il fascismo era totalitario (in disaccordo con Hannah Arendt, la quale attribuiva questa qualifica solo al nazismo e al comunismo). Ma sul consenso al Duce prende un bel granchio. Che il fascismo usasse il manganello, l’olio di ricino, il carcere duro e l’omicidio politico, lo sappiamo bene – vergognose le parole di Berlusconi sugli antifascisti inviati al confino “in villeggiatura”.

Mussolini, però, non rimase in sella per vent’anni solo con la politica del pugno duro. Il consenso di cui godeva sarà stato effimero e altalenante, ma c’era. Non occorrono tonnellate di carte d’archivio per provarlo: basta il ricorso alla logica e a qualche buona lettura. È impensabile che un dittatore ‘di lungo corso’ possa prescindere da una qualche forma di consenso, comunque indotto o fabbricato.

Gramsci questo l’aveva capito benissimo. E Foucault ci ha insegnato che il potere politico, democratico o dittatoriale, è polimorfo: non può esaurirsi nella mera repressione violenta; esibisce anche una capacità seduttiva. Perché il Duce scese a compromessi con la Chiesa cattolica, rivale dello Stato totalitario? I Patti lateranensi – un capolavoro politico-diplomatico – miravano a ottenere la benevolenza delle masse cattoliche.

Certo, la nazionalizzazione fascista delle masse fallì (gli italiani combatterono malissimo, e non certo per vigliaccheria, nelle guerre fasciste). Ma ciò non cambia di un etto i termini della questione: anchei dittatori hanno bisogno di essere popolari. Le Memorie del Terzo Reich di Albert Speer, l’architetto di Hitler e suo amico, nonché efficientissimo Ministro degli armamenti, testimone di cui gli Alleati si fidarono quasi ciecamente, dipingono un Hitler terrorizzato dallo spettro dell’impopolarità. Hitler, un criminale di prim’ordine, alternò con grande astuzia il bastone e la carota: in tempo di pace, attuò politiche di stampo socialista (a esclusivo beneficio dei tedeschi “ariani”, s’intende) e durante la guerra volle che la produzione di beni voluttuari per la popolazione civile continuasse. Solo a guerra ormai persa chiese ‘lagrime e sangue’ al popolo tedesco: dichiarò la Totale Krieg, la mobilitazione totale, solo nel ’43, dopo il disastro di Stalingrado. E infatti la produzione bellica tedesca raggiunse l’apice solo l’anno seguente. Churchill (e così più tardi Roosevelt) fece il contrario: dopo un anno dall’entrata in guerra, le fabbriche britanniche sfornavano armi a pieno ritmo.

La questione del consenso al fascismo è politica: i Gendarmi della memoria, come li definisce Pansa, si sono sempre opposti con le unghie e con i denti a qualunque interpretazione che mettesse in discussione la vulgata antifascista e resistenziale promossa dal PCI: il Duce era al soldo di una cricca di capitalisti e reazionari; non v’era nulla di sinistra nella sua visione e prassi politica; i fascisti autentici si contavano sulle dita di una mano; il nazi-fascismo è il Male Assoluto, mentre il comunismo sovietico è il Paradiso terrestre (per dirla con Berlinguer nell’URSS si respirava ‘un clima morale superiore’ rispetto alle decadenti e corrotte società borghesi); l’imperialismo è connaturato agli Stati capitalistici, anche quelli democratici (evidentemente Stalin si spartì la Polonia con Hitler per amore della classe operaia polacca…)

Tale vulgata – un coacervo di falsi storici –  è il perno su cui il PCI ha fatto leva per affermare un’asfissiante egemonia culturale. I vuoti di memoria facilitarono una caterva di conversioni dopo il ‘43: e così il PCI accolse nelle proprie fila gli intellettuali compromessi col fascismo, i quali, nel dopoguerra, saranno i filo-comunisti più agguerriti – si legga l’illuminante “I redenti” di Mirella Serri.

La vulgata antifascista e resistenziale un senso politico l’ha avuto finché il PCI era radicato nella società italiana. Oggi è anacronistica: l’ethos democratico degli italiani è un fatto acquisito. Chi ha come orizzonte ideale l’anti-totalitarismo, non deve temere temere un’opera di revisione storica. Dopo settant’anni di democrazia liberale siamo maturi per guardare in faccia la realtà: moltissimi italiani – quanti, esattamente, non lo sapremo mai – furono fascisti. In varie gradazioni: chi per poco, chi per molto; chi per un motivo, chi per un altro; chi aveva gli strumenti per capire e chi no.

Ammettere questa realtà storica non significa sminuire lo spessore politico-morale dell’antifascismo clandestino – esperienza di una minoranza illuminata –, confluito successivamente nella più ampia Resistenza armata del ’43-‘45. E men che mai implica riabilitare il fascismo. Il fatto che Mussolini abbia fatto alcune ‘cose giuste’ – l’apprendistato socialista gli fu utilissimo – non vuol dire che esista un totalitarismo buono. Del resto, è vero anche l’inverso: gli errori dei leader democratici non inficiano l’innegabile valore ideale della democrazia.

I fascisti – o simpatizzanti/fiancheggiatori del regime – erano peraltro distribuiti omogeneamente nella società italiana. Non si capisce, quindi, la distinzione tra intellettuali e gente comune, come se l’ammirazione che quest’ulima provava per il Duce fosse infinitamente più grave. Guai a contraddire il mito populista-marxista del ‘buon operaio’ che, dotato di una indelebile coscienza di classe, anela alla rivoluzione proletaria anche quando indossa la camicia nera e fa il saluto fascista.

Casomai, cari storici marxisti, è il contrario: sono gli intellettuali quelli che avrebbero dovuto capire la follia fascista. E invece voltarono la testa dall’altra parte, quando non furono addirittura collusi col regime. Dodici su mille e duecento, l’1 per mille, i docenti universitari che rifiutarono di giurare fedeltà al Duce nel ‘31. Certo, fra questi c’era chi, incoraggiato da Togliatti, giurò per poter continuare la fronda antifascista. Ma il pensiero non può non correre ai dodici coraggiosi, che, per un sussulto di dignità, persero tutto.

Ancor più grave il silenzio degli uomini di cultura nel ’38, di fronte alle infami leggi razziali anti-ebraiche volute da Mussolini e firmate dal Re d’Italia. Se fior fiore di intellettuali italiani, i futuri ‘redenti’, inneggiarono al Duce – al pari di influenti personaggi stranieri (Churchill e Pound, per esempio) – non si capisce perché la gente comune avrebbe dovuto covare sentimenti ribellistici e antifascisti. La storia linguistica dell’Italia unita di De Mauro spiega bene cos’erano gli italiani in quel tempo: in buona parte contadini semi-analfabeti che parlavano a malapena l’italiano. Quale educazione democratica avevano ricevuto? Cosa aveva fatto per loro lo Stato liberale pre-fascista, se non imporre tasse sul macinato e la coscrizione obbligatoria, sottraendo braccia al lavoro nei campi? Non c’è da meravigliarsi se i contadini acclamarono il Duce che prometteva pane (le battaglie per il grano…) e terre in Africa (il colonialismo straccione…). Così come è solo naturale che, con i primi rovesci militari, con i bombardamenti alleati e il cibo razionato, la popolarità di Mussolini svanisse di colpo.

Qui non stiamo denigrando il carattere nazionale: gli italiani sono esseri umani al pari degli altri europei – e qualunque altro popolo avrebbe agito in modo simile in quelle travagliate condizioni politiche e socio-economiche. Anche i francesi hanno la loro bestia nera: il collaborazionismo del Governo Vichy. Si è poi scoperta l’acqua calda, ovvero che gli abitanti delle isolette di Guernsey e Jersey, le Channel Islands a poche miglia dalla Normandia, e quindi occupate dai tedeschi nel ’40, si comportarono esattamente come i francesi: tra quei figli dell’indipendente e orgoglioso popolo britannico vi furono sia resistenti che collaborazionisti. Al di fuori della propaganda, non ci sono popoli di eroi o di vigliacchi. L’Europa era abitata da gente ‘normale’, che voleva sopravvivere, e che cambiava opinione politica sulla base di un parametro umanissimo: oggi riesco a mettere la minestra e il pane in tavola?

Non abbiamo bisogno di inventarci una storia patria eroica. Manipolare i fatti è sempre un errore. È il modo migliore per far riaffiorare apologie (più o meno travestite) del fascismo. Se continuiamo a bacchettare gli storici ‘revisionisti’ in nome di dogmi ideologici, a qualcuno verrà il dubbio che Mussolini fosse un dittatore all’acqua di rose. Non c’è più nessuna reputazione da difendere: i redenti sono quasi tutti passati a miglior vita. Liberiamoci allora una buona volta dai fantasmi del nostro passato.

L’unica cosa che ha ancora senso chiedersi è perché gli italiani si fecero abbindolare dal culto mussoliniano. Solo se capiamo questo, eviteremo che il tragico errore si ripeta. Da noi, o altrove. Ben vengano, dunque, gli studi come quello di Duggan.

Edoardo Crisafulli

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