sabato, 21 ottobre 2017
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Opinioni e commenti
 

Il miracolo italiano d’avanguardia di Ignis: un marchio, una storia
Pubblicato il 15-05-2014


Mr Ignis“Portare le fabbriche al Sud non sarebbe più facile che portare gli uomini al Nord? Si continuano a far trasferire gli operai per lavoro quando è più facile portare le imprese da loro”. Questo l’interrogativo (posto da un religioso) al centro di un’interessante ed attuale fiction, andata in onda su Rai Uno il 12 e il 13 maggio: “Mr. Ignis: l’operaio che fondò un impero”, per la regia di Luciano Manuzzi. In un’epoca in cui il mondo del proletariato è agitato da continui scioperi, in cui la crisi economica morde, in cui molte fabbriche chiudono, in cui regnano i casi di Termini Imerese, della Fiat e dell’Electrolux, questo prodotto cinematografico contribuisce a far riflettere sul tema in maniera fruibile. Una fiction stretta nei contrasti tra il mondo operaio e dei sindacati da una parte, che ritiene che “le fabbriche non sono solo dei padroni, ma anche degli operai che ci lavorano”; e quello dell’imprenditoria che sostiene, al contrario, che “gli operai sono sempre stati contenti di fare solo gli operai”, come a dire che la fabbrica è un’altra cosa da un mero luogo di lavoro e di produzione, è molto di più: è un bene prezioso da trasformare in risorsa, ma per far ciò occorre una mente adatta e geniale quale quella di Borghi appunto, che ha fatto, in un certo qual modo, scuola, strada e storia.

La storia dell’industriale Giovanni Borghi (interpretato da Lorenzo Flaherty), ma anche della moglie (ruolo ricoperto da Anan Valle), che suggerisce il nome di “Ignis” per il marchio. La fiction è tratta dal libro di Gianni Spartà (con prefazione di Silvio Berlusconi). Già il titolo fornisce spunti focali di argomentazione. In “Mister Ignis: l’operaio che fondò un impero” sono gettate le basi per un’analisi più approfondita con molti paralleli da poter estrapolare. Parlando di “Mr. Ignis”, innanzitutto, è come se l’imprenditore venga identificato col marchio, con la fabbrica che, pertanto, diventa come una sorta di grande famiglia, di seconda casa se non di più: tanto che c’è una fase in cui l’industriale sembra quasi essersi fatto influenzare dal “dio” denaro ed aver abbandonato i valori morali tradizionali, su cui era stata fondata l’azienda di famiglia, trasmessigli dal padre. In realtà ritroverà tutto nel finale. Questa fiction è il racconto dell’esempio di un uomo per cui il lavoro viene prima di tutto, ma bisogna saperselo andare sempre a cercare, anche all’estero (in Germania ad esempio). Più volte viene sottolineata l’importanza di ricordare sempre le proprie origini, quelle a cui il padre teneva molto, affinché i figli “fossero uniti da un lavoro ben fatto”; diceva sempre che “un uomo senza un lavoro onesto non è mai veramente un uomo”. Così egli ce l’”ha messa tutta per farlo sempre bene fino in fondo, onestamente. Fino alla morte”, l’unica cosa che lo ha fermato.

Quest’industriale è stato un uomo in grado di costruire “un impero” si dice, poi, nel titolo. Il riferimento non è solamente alla sua azienda che diventerà la più grande industria di frigoriferi in Europa, in grado di sfornarne il record di centinaia al giorno. Tanto da non avere paura di nessuno, neppure della Philips, l’altro colosso mondiale concorrente. Ed è anche attraverso questa concorrenza, a tratti persino sleale, che viene mostrata la sua abilità d’avanguardia: non solo egli lancia l’idea di veri e propri centri residenziali annessi alle fabbriche per gli operai; ma è stato soprattutto in grado di conquistarsi la fiducia dei suoi impiegati poiché “ha sempre detto loro la verità”. Di certo le proteste non mancano, ma vediamo anche i suoi operai interrompere lo sciopero e tornare a lavorare in segno di rispetto per il loro capo, che “non ha mai smesso di lavorare”. Il termine “impero”, però, sembra quasi voglia suggerire che la storia moderna e contemporanea sia quella di una guerra tra industrie (la Philips e la Ignis) enfatizzata dal fatto che, contemporaneamente al lavoro di ricerca sui macchinari per renderli più efficienti, ci siano sempre parallelamente gare di sport (calcio, ciclismo, boxe) come se per le industrie si tratti di una partita da giocare fino in fondo e da vincere.

Colpiscono di questa fiction storica e moderna i dialoghi dal linguaggio chiaro, semplice, diretto, esemplificativo ed esplicativo al massimo, che gli permette di arrivare facilmente al pubblico senza una sceneggiatura troppo sofisticata. Storica anche per il ricordo a Nino Manfredi, la TV si fa meta-televisione parlando di se stessa. Vediamo che i protagonisti assistono a una sorta di spot pubblicitario moderno, con Manfredi appunto che dice: “Ho pensato a tutto. Ho pensato a Ignis”. E poi ci sono Carosello e i mondiali di ciclismo dell’epoca. Ma soprattutto c’è la consapevolezza che l’industria si regge sul rischio di investimento, sull’innovazione che è sperimentazione, sulla ristrutturazione delle fabbriche per la loro messa in sicurezza, sulla delocalizzazione della produzione per economizzare sui costi, quando invece regna il taglio sugli investimenti.

Ed allora costruire fabbriche nuove costa troppo e si preferisce riconvertire la produzione: è quello che ha portato al “miracolo (tutto) italiano” della rivoluzione industriale (che si ricollega appunto al miracolo economico degli anni Sessanta e Settanta, quando ancora non c’era l’euro come nella fiction, in questo forse un po’ troppo attualizzata vista l’ambientazione temporale). Non a caso i frigoriferi consegnati all’imprenditore tedesco concorrente (a cui l’industriale protagonista “strappa” l’ingegnere che studierà un nuovo sistema per realizzarli) verrà definito come “un pacco dal cielo”, cioè una sorta di “manna dal cielo”, che ha fatto vincere la sfida, che si ricollega a quel “miracolo italiano”. Dunque il terzo settore mostrato in tutti i suoi aspetti, come fulcro propulsivo di produzione e sempre in evoluzione. Da questo universo sembra distante la politica: il suo punto di vista nella fiction è assente, se non con un breve cenno negativo, critico ed aspro, quasi che in tutto questo mondo produttivo essa fatichi a comunicare con la classe operaia.

Barbara Conti  

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