martedì, 24 ottobre 2017
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Opinioni e commenti
 

Il sindacato arretra
come la democrazia
Pubblicato il 05-05-2014


Il Primo Maggio 2014 è stato celebrato all’insegna della grave crisi del lavoro nel nostro Paese: la disoccupazione è diffusa e ormai strutturale, soprattutto per i giovani e nel Mezzogiorno, mentre il lavoro esistente è segnato da precarizzazione e insicurezza. Le cause vanno ricercate certamente nella globalizzazione economica che ha imposto il fenomeno delle delocalizzazioni e del dumping sociale, mentre è venuta meno il tradizionale lavoro fordista e gran parte dell’Europa, tra cui l’Italia, è sotto il peso di politiche monetariste e fiscali rigoriste, che hanno provocato una recessione dai costi sociali insopportabili.

Ma la Festa del lavoro di quest’anno ha evidenziato anche la crisi della rappresentanza sindacale, in un certo senso simmetrica a quella del lavoro.

Un flashback rende bene l’idea: il 6 luglio 1970: il governo presieduto dal democristiano Mariano Rumor si dimette dopo la proclamazione di uno sciopero generale per le riforme da parte di Cgil, Cisl, Uil; il 28 marzo 2014: il premier Matteo Renzi dichiara a proposito della riforma del lavoro che introduce nuova flessibilità: “basta veti dei sindacati”, nel mentre annuncia la soppressione del Cnel, il “parlamentino” delle organizzazioni dei lavoratori e delle imprese previsto dalla Costituzione e il taglio dei permessi sindacali nel pubblico impiego, puntando l’indice contro le grandi risorse economiche gestite dai sindacati; d’altronde, già Mario Monti nel 2012 aveva realizzato una “controriforma” sulle pensioni senza consultare i sindacati, che, in verità neppure avevano promosso azioni conflittuali. Tra una data e l’altra si consuma quella che uno dei più autorevoli sociologi del lavoro, Aris Accornero, ha definito la “parabola del sindacato” in Italia. Dagli “anni ruggenti” dell’Autunno caldo, con le grandi conquiste sociali (tra cui lo Statuto dei lavoratori, l’adeguamento trimestrale dei salari, la contrattazione sull’organizzazione del lavoro in azienda, l’intervento su tutti i grandi temi economici e sociali nazionali e sul territorio), che fecero parlare di “pansindacalismo” e di sindacato “soggetto politico”, con governi e imprenditori spesso subalterni delle confederazioni sindacali, alle prime esperienze di concertazione negli anni ’80 del Novecento, sino al successivo decennio, con il ruolo fondamentale, a partire dall’accordo del 23 luglio 1993, nelle politiche dei redditi per il risanamento della finanza pubblica, tutelando retribuzioni e Stato sociale.

Un ciclo lungo di potere e conflittualità sindacale, solo scalfito nell’autunno del 1980 dalla sconfitta nella “Vertenza-Fiat” e dalla drammatica divisione tra Cisl e Uil da una parte e Cgil dall’altra, dopo che il Pci guidato da Enrico Berlinguer aveva posto il veto, il 14 febbraio 1984, sulla riforma della scala mobile proposta dal governo presieduto dal leader socialista Bettino Craxi, per battere, così come avvenne, l’inflazione e rilanciare lo sviluppo economico e sociale del Paese.

A partire dal 2001 la parabola comincia a discendere, con una fase di divisioni tra le confederazioni, che passa per gli accordi separati di Cisl e Uil con il governo di centrodestra di Berlusconi, il 5 luglio 2001, con Confindustria sulla struttura contrattuale il 22 gennaio 2009 e alla Fiat tra il 2010 e il 2012: un sindacato stretto tra la disponibilità, comunque, di queste organizzazioni sindacali a sottoscrivere accordi con governi, associazioni datoriali e aziende, e, di converso, il rifiuto pregiudiziale della Cgil a qualunque intesa.

Le tre centrali sindacali sembrano ormai espunte dai tavoli del confronto con i governi, con il potere d’acquisto ritornato a quello del 1973, il welfare ridotto e l’occupazione in drammatica diminuzione. Nella crisi della rappresentanza politica si inserisce anche quella delle organizzazioni collettive, parte costitutiva della “società di mezzo” tra individuo e Stato; le rappresentanze d’impresa, del lavoro, degli enti locali sottoposte ad un processo di delegittimazione, a fronte della quale si sviluppano, da parte di piccole organizzazioni di base, le spinte all’autorappresentanza quale contraltare al dominio della finanza globale e del monetarismo europeo germanocentrico.

Un mal sottile che il segretario della Fiom, Maurizio Landini, identifica nell’esigenza che “o il sindacato cambia o è destinato a morire”, affermando: “Se è vero che sempre più cittadini non vanno a votare, è anche vero che la maggior parte dei lavoratori non è iscritto ad alcun sindacato” e che è anche assenza del “carisma” weberiano: non è più il tempo di leader indiscussi e prestigiosi come Lama, Trentin, Carniti e Benvenuto.

E così, la democrazia, già vulnerata dal primato della finanza sulla politica, subisce un nuovo arretramento a causa della crisi delle organizzazioni dei lavoratori.

 Maurizio Ballistreri

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