domenica, 17 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Le chance dell’Italia in Europa
Pubblicato il 29-05-2014


Secondo i nostri soliti supponenti e insopportabili opinionisti, nelle recenti elezioni non si sarebbe parlato a sufficienza di Europa. Forse per colpa dei partiti o magari per colpa del “popolo bue”, incapace di andare al di là dei propri egoismi corporativi (e qui abbiamo una lista di censori che va da Monti sino a Grillo).

In realtà se ne è parlato. E molto. E in un contesto in cui il sullodato “popolo bue” ha mostrato, e su questioni di fondo, maggior buonsenso, che dico maggiore intelligenza politica rispetto ai vari leader.

Per prima cosa non ha creduto per un attimo alla, del tutto artificiale e manipolata, presentazione della campagna elettorale come scontro tra o partiti e i loro portabandiera. Intuendo perfettamente, in particolare, che la contrapposizione Schulz/Junker era a uso e consumo della platea: nessuna scelta, non dico alternativa, ma anche sostanzialmente diversa sul futuro dell’Unione, ma anche nessuna indicazione in qualche modo condizionante per la scelta del futuro Presidente della Commissione. Insomma, avevamo tutti capito, anche se nessuno si era degnato di spiegarcelo, che, all’indomani delle elezioni, si sarebbe ricostituita la tradizionale grande coalizione tra socialisti e popolari e che la conseguente distribuzione degli incarichi, vero oggetto di questa operazione politica, sarebbe stato oggetto di un negoziato “dietro le quinte” avente come suoi principali protagonisti, non i partiti ma gli Stati o almeno i più importanti tra di loro. Negoziato che avrebbe fatto saltare entrambe le candidature. Quella di Schulz, perché non confermata dall’esito del voto (i socialisti sono intorno al 25%, in calo anche rispetto al risultato non brillante del 2009; quella di Junker perché i popolari sono sì arrivati primi, ma con una perdita di circa 60 seggi rispetto allo stesso 2009 e perché, elemento decisivo, sul suo nome c’è il veto di Cameron (troppo europeista) e della stessa Merkel.

Per altro verso, cosa assai più importante, gli italiani hanno colto perfettamente la natura delle opzioni sul tappeto. Così da scartarne le due più radicali, rispettivamente perché impraticabili e sbagliate.

Parliamo dell’Europa, insieme più integrata e più sociale, patrocinata dalla lista Tsipras. E, per altro verso, della fuoruscita dell’Italia dall’euro sostenuta dalla Lega e, in via subordinata, dal M5S e da Fratelli d’Italia.

La proposta del leader greco era insieme concettualmente corretta e politicamente soddisfacente, ma mancavano le forze per portarla avanti. Troppo debole la sinistra radicale (cresciuta nell’Europa mediterranea, ma non in Italia, statica nel centro-nord, inesistente ad est e nell’area balcanica); troppo invischiati nel consociativismo miope i socialisti; e soprattutto troppo a lungo congelata la spinta verso gli Stati uniti d’Europa.

In quanto alla proposta di ritorno alla lira, anche i più critici di Bruxelles non sarebbero stati in grado di dimostrare che questa avrebbe potuto sopravvivere agli assalti della globalizzazione e della speculazione internazionale.

Rimaneva allora in piedi soltanto l’ipotesi dei “pugni sul tavolo” sulla quale, non a caso, si sarebbe subito attestato Matteo Renzi.

Ora, fermo restando che il tavolo di cui sopra era quello del negoziato tra Stati e non del rapporto tra i partiti, il problema (tuttora) aperto riguardava la materia del contendere. In parole povere: battere i pugni per ottenere che cosa?

In linea di principio, le opzioni possibili erano e sono tre: un allentamento dei vincoli di Maastricht (come di quelli successivi), alla luce delle condizioni particolari di disagio del nostro e di altri Paesi; una riformulazione di tali vincoli alla luce della necessità di avviare la ripresa economica e, infine, la definizione di tale strategia e dei relativi strumenti. E possiamo aggiungere che l’Italia può oggi assumere una qualche iniziativa e non per la genialità universalmente riconosciuta del suo attuale leader (o, se preferite, non solo per quella…) ma piuttosto perché la Francia e la Gran Bretagna si trovano all’indomani delle elezioni in una fase di totale impotenza politico-progettuale.

Ciò posto è più che probabile che tutte le prospettive indicate trovino, per ragioni diverse, forti resistenze e, quindi, comunque, una realizzazione non facile né breve. Converrebbe, allora, puntare sul programma massimo e dunque ad un disegno di crescita fatto proprio da tutta l’Unione. A sostegno di tale ipotesi, due considerazioni: il fatto di poter contare, su questa linea, su forti appoggi esterni (a partire da quello dell’amministrazione Obama e di qualificati esponenti della finanza internazionale) e, ancora, la possibilità che dall’apertura progressiva del fronte importante, quello europeo, possano discendere, nelle more del processo, concessioni su questioni che interessino più specificamente il nostro Paese.

Alberto Benzoni

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