sabato, 21 ottobre 2017
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Opinioni e commenti
 

L’euro, la crisi sociale
e il populismo
Pubblicato il 12-05-2014


Quando manca ormai meno di un mese all’appuntamento elettorale europeo, sembra avanzare l’onda lunga degli euroscettici. Dall’Inghilterra alla Francia, passando per la Grecia e l’Italia, le formazioni anti-Bruxelles continuano a guadagnare le simpatie degli elettori, sfruttando un linguaggio e una retorica che “parla alla pancia” del popolo del Vecchio Continente.

Stando agli ultimi sondaggi, infatti, gli euroscettici dei vari Paesi europei non sono mai stati così vicini ai partiti la cui tradizione è di derivazione novecentesca, socialisti, popolari, liberali, in alcuni casi addirittura superandoli. Come succede, ad esempio, al tanto discusso Front National francese, così come all’UKIP inglese.

Il problema è che queste formazioni continuano a crescere nei consensi, perché appena si cerca di costruire un dibattito realistico sulla permanenza o meno nella moneta unica, si viene additati di populismo, di fascismo, di anti-modernismo o, se si è di sinistra, antagonisti e radicali, senza confutare le obiezioni mosse nei confronti di una costruzione europea fondata sul monetarismo e il rigorismo economico.

L’euro con il fiscal compact e i parametri di Maastricht sono diventati le nuove divinità intoccabili, sui cui altari le vite umane di milioni di europei sono state sacrificate, come facevano gli Atzechi!

Ma proviamo a ricordare che le contestazioni all’euro non vengono solo dall’ultra destra nazionalista o dalle sinistre radicali, ma anche da compassati professori di economia keynesiani e non solo.

“Questo è un disastro per l’essere umano, ed ha 4 lettere: l’euro.” Joseph Stiglitz, Premio Nobel per l’Economia (2001), Professore di Economia alla Columbia University. A sua volta il Premio Nobel per l’Economia 2008 Paul Krugman, docente alla Princeton University, ha scritto: “quello che è successo è che entrando nell’euro, la Spagna e l’Italia hanno ridotto loro stessi a Paesi del Terzo Mondo, che prendono in prestito la moneta di qualcun’altro, con tutte le perdite di flessibilità che tale operazione comporta. In particolare, siccome i Paesi dell’area euro non possono stampare moneta neanche in casi di emergenza, sono soggetti a interruzioni di finanziamenti, a differenza dei Paesi che invece hanno mantenuto la propria moneta. Il risultato è quello che abbiamo tutti sotto gli occhi”. E sulle stesse posizioni anche Amartya Sen, Premio Nobel per l’Economia 1998, e, su posizioni teoriche diametralmente opposte, financo il Premio Nobel per l’Economia 1976 Milton Friedman, poco prima della sua scomparsa avvenuta nel 2006, economista-simbolo del mercato libero.

Tutto ciò è stato determinato dal sistema realizzato in Europa secondo il credo dell’economia globalizzata e finanziarizzata: la perdita di sovranità economica e monetaria degli Stati attraverso una valuta sovranazionale, interamente controllata da una banca centrale sovrana e sovrastatuale.

Da ultimo, la chiusura del Tempio dove sacrificare le vittime innocenti del monetarismo selvaggio in Europa, l’approvazione del Pareggio di Bilancio, secondo le indicazioni (diktat….) della Merkel. E così, l’Europa viene percepita come un incubo dalle persone che vivono sul suo territorio e non, così come si sperava sin dall’Atto Unico del 1986, come una grande opportunità.

I rimedi? Superare il dogma del rapporto pil/deficit al 3%, non conteggiando gli investimenti in conto capitale dei singoli Stati e allentando il Patto di stabilità; abolire il fiscale compact; svalutare l’euro sul dollaro sino alla prospettiva della parità; fare della Bce un prestatore di ultima istanza e non delle banche; rilanciare i diritti del lavoro in una effettiva “dimensione sociale”. Al socialismo europeo il compito di modificare un’Europa divenuta girone infernale per gli europei.

Maurizio Ballistreri

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