sabato, 21 ottobre 2017
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Opinioni e commenti
 

Nel web una medicina contro il populismo
Pubblicato il 08-05-2014


Web-democraziaLa teoria tradizionale della democrazia riconduce l’analisi del processo democratico ad una logica che vuole che le risposte dei rappresentanti alle aspettative dei rappresentati alimenti l’assunzione di responsabilità politica dei primi nei confronti dei secondi, in cambio del sostegno elettorale dei secondi nei confronti del primi; i due momenti del processo democratico, responsabilità dei rappresentanti e aspettative dei rappresentati, risultano così strettamente connessi.

In questa prospettiva, la democrazia appare come un “mercato politico concorrenziale”, dove domanda e offerta di politiche pubbliche raggiungono l’equilibrio in virtù del meccanismo del voto. Alcuni “imprenditori-elettorali” si disputano i voti dei “cittadini-consumatori” di beni pubblici, per ottenere “profitti politici” (l’accesso alle cariche istituzionali, coi connessi benefici di status, reddito e potere), promettendo politiche pubbliche in cambio di voti.

Produttori e consumatori di beni pubblici – uomini politici ed elettori – si configurano così come “attori razionali auto-interessati”, che si servono gli uni degli altri per raggiungere i propri obiettivi: l’elezione e l’accesso ai ruoli istituzionali, gli uni; l’attuazione di politiche in proprio favore, gli altri. Da questo scambio “opportunistico”, entrambi i gruppi ottengono, se non i massimi vantaggi, quantomeno vantaggi superiori a quelli che otterrebbero con qualsiasi altro “sistema di scambio”.

Per Ilvo Diamanti (“Democrazia ibrida”, il nuovo titolo della collana iLibra, edito da Laterza e “la Repubblica”), la democrazia rappresentativa, soprattutto nella forma che essa ha assunto con il suffragio universale, è sempre stata caratterizzata da una relazione stretta tra partiti ed elettori: i partiti rappresentavano il “filtro” attraverso il quale venivano scelti e selezionati i rappresentanti, influenzando le elezioni ed indirizzando i comportamenti degli eletti nelle istituzioni. Per contro, gli elettori esprimevano l’opinione pubblica che costituiva il milieu all’interno del quale si svolgeva il dibattito pubblico sui temi che riguardavano tutti, mentre i risultati di tale dibattito erano ripresi dai media e da tutti i canali di comunicazione disponibili per la loro diffusione nel modo più capillare possibile.

La democrazia rappresentativa dei partiti negli ultimi decenni ha subito una metamorfosi, in quanto si è trasformata in “democrazia del pubblico”, nella quale i partiti si sono ridotti a semplici controllori dei meccanismi elettorali; per consentire ai controllori di catturare e conservare il consenso nello svolgimento dell’attività politica, si è attribuito un’importanza crescente “alla personalizzazione e alla comunicazione”, mentre le appartenenze partitiche sono state indebolite e sostitute da una crescente e sempre evocata fiducia personale. In tal modo, afferma Diamanti, i partiti si sono allontanati dalla società, “leaderizzandosi”; cioè si sono trasformati in strumenti al servizio di un leader che ha sviluppato il “rapporto con i cittadini e la società servendosi dei media e delle tecniche del marketing politico-elettorale”.

Con questi strumenti, lo spazio della rappresentanza politica è stato sostituito dallo “scambio diretto fra leader e opinione pubblica”, mentre le identità politiche sono state sostituite dalla fiducia riposta nel leader e la partecipazione al dibattito pubblico è stata rimossa progressivamente dalla comunicazione televisiva. Così, i cittadini sono stati trasformati in “’pubblico’ misurato in ‘audience’, oppure, trattati come entità demoscopia da intervistare e analizzare”.

In Italia, la trasformazione della democrazia dei partiti in democrazia del pubblico è avvenuta in presenza di specificità proprie del Paese, ma ha assunto i caratteri precedentemente illustrati a seguito della “discesa in campo” di Silvio Berlusconi, divenuto, per tutti i gruppi politici sorti nel corso della Seconda Repubblica, il paradigma di riferimento nell’uso e abuso delle tecniche medianiche e pubblicitarie impiegate nella cattura, organizzazione e conservazione del consenso elettorale.

Perciò, nell’ultimo ventennio, tutti i gruppi politici hanno agito e si sono adoperati perché in Italia lo “spazio della politica” si trasformasse in un campo dove potessero confrontarsi “partiti senza società e, dunque, leader senza partiti…Così, il legame di fiducia fra leader, partiti e società si è consumato. E la crisi economica l’ha logorato ulteriormente”. Ciò non è rimasto senza conseguenze: i “partiti personali” (di Fini, Casini, Di Pietro e di molti altri) hanno iniziato un processo irreversibile di dissolvimento, a causa dello sconvolgimento provocato dall’irruzione della Rete-Internet nella sfera della comunicazione, che ha permesso a nuovi movimenti di organizzarsi e di conseguire successi rilevanti (come è avvenuto con il M5S, il Movimento per il referendum sui beni comuni, ecc.).

La Rete, infatti, costituita da un insieme non gerarchico di computer interconnessi che, situati in luoghi diversi, hanno consentito agli “utenti” di dialogare e di comunicare tra loro, ha permesso a portatori di istanze sociali periferiche di “connettersi, al di fuori del controllo ‘verticale’ dei soggetti politici e dei media tradizionali”, divenendo lo strumento per l’organizzazione di un modello diverso e alternativo di partecipazione politica. Tutto ciò è avvenuto nella prospettiva della realizzazione di una “democrazia disintermediata” e, dunque, di una forma di democrazia diretta, nella quale il rapporto tra il “capo” e il suo “popolo” è divenuto diretto, senza mediazione e fondato su base carismatica.

La crisi della democrazia del pubblico ha condotto – afferma Diamanti – al trionfo del populismo, un’ideologia che ha iniziato a predicare la “contestazione aperta ai partiti, al Parlamento, ai politici di professione e, per affinità, agli amministratori e ai governi locali”. Il populismo, dunque, è divenuto l’“opposizione alle Istituzioni, alle cariche e agli uomini della ‘rappresentanza’ politica”; per questo motivo, conclude Diamanti, esso ha approfondito lo stravolgimento della logica democratica, in quanto ha teso ad imporre al sistema sociale un assetto politico “poco liberale e tendenzialmente autoritario. Che può sfociare in un regime autoritario”.

Di fronte a questo pericolo, sorge spontanea la domanda: che fare allora? Si può anche pensare di potersi avvalere della Rete e delle tecniche informatiche per il potenziamento dei processi decisionali democratici, ma non per disincantare e “scaricare” l’opinione pubblica, bensì per coinvolgerla a pieno titolo nel dibattito pubblico; è questo un tema discusso da tempo dai politologi, i quali pensano che la tradizionale democrazia rappresentativa, sia pure nella forma di democrazia del pubblico, possa essere potenziata attraverso forme decisionali deliberative; ossia attraverso la creazione, con la Rete, di una solida base informativa, per un generalizzato coinvolgimento dell’intera opinione pubblica e delle Istituzioni nelle discussioni sui problemi politici, ma anche per sottrarre la stessa opinione pubblica al disagio provocato dalla deriva massmediatica, pubblicitaria ed oligarchica delle “democrazia della Rete”, così come è venuta a configurarsi negli ultimi tempi in Italia e in altri Paesi.

In ogni caso, per sfuggire ai pericoli del populismo attraverso il potenziamento delle procedure deliberative, occorre regolamentare l’uso della Rete, affrontando tutte le difficoltà che sinora l’hanno resa impossibile e le critiche, non disinteressate, mosse da chi sinora ha abusato e continua ad abusare della Rete a scapito soprattutto di coloro che non si lasciano coinvolgere dalla sirena ammaliatrice della promessa di una democrazia diretta senza regole.

Se l’uso della Rete fosse regolamentato, diverrebbe possibile dare corpo a un progetto di organizzazione istituzionale dei sistemi sociali che contribuirebbe a favorire la discussione su tutti i problemi sociali, affrancata però dai limiti del “leaderismo populista”, fugando così l’ingeneroso e conservativo sospetto che la proposta di introdurre procedure deliberative regolamentate serva solo a soddisfare il desiderio di cambiare i risultati politici indesiderati perseguiti attraverso istituzioni presunte “tout court” rappresentative.

Gianfranco Sabattini

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