sabato, 16 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Per papa Bergoglio il calcio come fattore sociale?
Pubblicato il 02-05-2014


Incontrando le squadre di Fiorentina e Napoli, che domani si contenderanno la Coppa Italia all’Olimpico, papa Bergoglio ha parlato con competenza anche di calcio. Ne ha tracciato un quadro preoccupato, augurandosi che l’aspetto economico non travalichi quello sportivo e che lo sport del calcio torni ad essere un fenomeno sociale. Oggi è davvero il contrario, soprattutto in Italia, dove non solo l’aspetto economico è sovrastante col peso delle televisioni sempre più soverchiante, ma dove il calcio viene individuato anche come mero fenomeno di ordine pubblico.

Non è così negli altri paesi. In Inghilterra, dove il rapporto nei bilanci tra proventi che vengono dagli stadi e quelli che provengono dalle televisioni non è così squilibrato come Italia a vantaggio di quest’ultimo. Non è così in Germania dove, pur essendo il peso televisivo ugualmente cospicuo, lo stadio è momento di festa per famiglie intere.

In Italia gli stadi sono vuoti perché le situazioni specifiche sono tutte penalizzanti. Esistono fattori negativi sia per quanto riguarda la comodità degli impianti, sia per quanto riguarda i prezzi dei biglietti, sia per quanto riguarda la presenza contemporanea delle televisioni, sia per quanto riguarda la presenza di biglietti e abbonamenti nominativi e di tessere del tifoso. Solo in Italia esistono cinque fattori tutti penalizzanti.

In Inghilterra ne esiste solo uno e cioè il costo dei biglietti. In Germania solo uno e cioè la presenza contemporanea delle televisioni. In Italia ne esistono cinque. E questo è il risultato di una concezione del calcio a prevalente fattore economico che favorisce una invadenza delle televisioni e viene gestito come fenomeno di ordine pubblico, soverchiato com’è da una serie di misure genericamente repressive.

Di cosa parla dunque Bergoglio, che dice cose vere e tutti gli danno ragione, che poi non serve a nulla se non si interviene? Recentemente l’Osservatorio del ministero degli Interni ha previsto una leggera correzione delle misure previste delle normative, ma nulla di rivoluzionario. Diciamo subito che i biglietti nominativi e le tessere del tifoso non servono assolutamente a nulla. Anzi hanno determinato l’effetto opposto rispetto all’obiettivo prefissato. I tifosi violenti, anche solo verbalmente, continuano a frequentare gli stadi e quelli perbene se ne stanno casa.

È ovvio. Se io considero tutti gli sportivi dei potenziali delinquenti chi lo è non si offende, ma chi non lo è sì. Se in curva si fa quel che si vuole e nessuno ci mette il becco a cosa servono questi strumenti? Per controllare gli altri settori che non sono mai a rischio? Per fare dunque i deboli coi forti e i forti coi deboli? Comodo e ridicolo.

In Spagna un giocatore raggiunto dal lancio di una banana la raccoglie e se la mangia e il franco tiratore viene subito individuato e punito. In Italia invece, a fronte di una cosa del genere, si sarebbe squalificata un’intera curva. In Inghilterra uno spettatore è entrato in campo ed è stato arrestato. In Italia avrebbero eretto barriere più alte. Il motivo? Negli altri paesi è stata sviluppata una repressione mirata e non generalizzata. Individuano e puniscono i violenti e  tutelano gli sportivi veri. In Italia è il contrario. Altro che sport a dimensione sociale. L’Italia è un ossimoro. Che pena…

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Commenti all'articolo
  1. In materia di giustizia, in qualsiasi settore d’intervento, prevale, in Italia, la concezione che la colpa è collettiva. E’ sempre colpa del sistema. Secondo questa logica chi organizza deve sapere e prevedere tutto, se il tifoso scemo entra in campo nudo, la colpa è anche dei vicini di posto che non l’hanno fermato.
    E’ la stessa logica che, in altro casi, serve a colpire non solo la persona che ha commesso il reato, ma anche chi “non poteva non sapere”.
    E’ un comportamento aberrante e stupido. Ma è ormai entrato nel modo di pensare di molti italiani.

  2. Ne hanno dette e scritte tante di Berlusconi ma, nella furia cieca contro l’arcinemico, nessuno ha colto meriti e colpe. Non mi soffermo sui meriti, che sono tanti. Fra le colpe c’è quella di aver sfigurato il calcio in Italia. Nel senso che del calcio ha esaltato solo la componente di spettacolo e ignorato la componente sportiva. Per un imprenditore di televisioni lo spettacolo non può essere che televisivo con tutti i corollari di divismo, fanatismo, isteria collettiva con ampi spazi e licenze per gli isterici, per i tossicodipendenti della violenza sempre pronti a cogliere l’occasione per praticare il loro sport preferito: quello di menar le mani. Nessuna considerazione, invece, per il calcio giocato dai ragazzi di tutte le età: meglio la palestra con gli attrezzi per gonfiare i muscoli e stabilire, ancora una volta, il primato dell’apparenza di un fisicità ostentata. Al gioco, alla gara del vivaio degli atleti è stato sostituito il calcio-mercato, invece di essere affiancato.
    La medicina è aprire gli stadi allo sport giocato, non solo al calcio. Aprire gli stadi 24 ore al giorno, tutti i giorni della settimana. Lo stadio deve diventare la grande scuola dello sport, così come il teatro dell’Opera è la suola dei cantanti, dei musicisti, dei ballerini, degli scenografi. Allo stadio dovranno essere accolti i negozi di articoli e abbigliamento sportivo, i ristoranti salutisti. E tutti dovrebbero fare anche la vendita online. Infine, allo stadio, per la gioia di Silvio Berlusconi, perché non un bel canale televisivo tematico?

  3. Questo articolo fa riflettere su due cose contemporaneamente, due cose che persistono nel nostro paese: La mancata giustizia e la decadenza dello sport. La prima, ovvero sulla generalizzazione della giustizia e quindi sull’ingiustizis stessa. Se uno è colpevole non si può condannare anche gli altri.La seconda si riflette sul fatto della tessera del tifoso, poichè il suo utilizzo si è rivelato vano e gli stadi sono ancora esempio di violenza e inciviltà. In più c’è il fatto che la sicurezza posta negli stadi stessi si riveli inadeguata e futile troppe volte.

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