lunedì, 11 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Previdenza, il minimale contributivo 2014
Pubblicato il 19-05-2014


Il prelievo dei contributi avviene direttamente dalla busta paga: il datore di lavoro trattiene una somma dalla retribuzione per poi versarla all’Istituto assicuratore. Il sistema di previdenza dei lavoratori dipendenti, iscritti nel regime generale dell’Inps, è infatti finanziato attraverso un prelievo contributivo rapportato, per la maggior parte delle categorie, alla reale consistenza salariale e, per le altre, a retribuzioni convenzionali. L’onere assicurativo è per definizione “obbligatorio”, in quanto dovuto per legge, indipendentemente da eventuali accordi tra le parti. I contributi vengono calcolati in percentuale sullo stipendio: una parte è a carico dell’azienda e una parte grava direttamente sul lavoratore. La retribuzione è formata da tutto ciò che il lavoratore percepisce, in denaro o in natura, al lordo di qualsiasi ritenuta. Tuttavia alcune voci sono escluse dal compenso erogato e non sono soggette a contribuzione, per esempio: gli assegni familiari, le somme spese per le borse di studio, gli asili nido e le colonie a favore dei familiari dei dipendenti, il trasporto collettivo del personale anche se affidato a terzi. I contributi devono essere corrisposti ogni mese dalle aziende tramite il modello di versamento unificato “F24” e sono dichiarati all’Inps con la denuncia mensile dei contributi “DM10”. Le aziende devono trasmettere mensilmente all’Ente per via telematica, con la denuncia “Emens – Uniemens”, i dati retributivi riferiti ad ogni lavoratore dipendente e le informazioni necessarie al calcolo degli oneri assicurativi, all’aggiornamento delle posizioni previdenziali individuali e al pagamento delle prestazioni. I contributi per la pensione sono calcolati sugli emolumenti lordi del lavoratore dipendente.

Nella generalità dei casi la percentuale globale è pari al 33%. La retribuzione da assumere come base per il calcolo dei contributi del dipendente non deve essere inferiore alla retribuzione minima stabilita da leggi, regolamenti, contratti collettivi nazionali o da accordi collettivi o contratti individuali. Di conseguenza, non possono essere versati all’Inps contributi al di sotto di determinati limiti annui stabiliti dalla legge, i cosiddetti minimali. Essi cambiano di anno in anno in base agli indici Istat di variazione del costo della vita. Per il 2014 il minimale vigente è pari a € 200,35  settimanali, cioè € 10.418,00 annui. Se il datore di lavoro corrisponde comunque un importo inferiore, il soggetto interessato si vedrà diminuita l’anzianità contributiva in misura proporzionale all’importo versato. Il massimale invece è il limite di retribuzione oltre il quale gli oneri assicurativi non sono più dovuti. Esiste unicamente per i lavoratori a cui si applica il sistema contributivo cioè coloro: che si sono iscritti per la prima volta all’Inps a partire dal 1° gennaio 1996; ovvero che, pur essendo iscritti all’Ente prima del 1996, scelgono di andare in quiescenza con il sistema contributivo. Il massimale cambia di anno in anno in base agli indici Istat di variazione del costo della vita.

Per il 2014 il limite massimo oltre il quale non si devono corrispondere i contributi per la pensione è pari a € 100.123,00 annui. Per i lavoratori più anziani, il massimale influisce solo sui periodi contributivi successivi alla data in cui è stata esercitata l’opzione per il sistema contributivo. L’aspetto che più sta a cuore ai lavoratori attiene ovviamente all’osservanza e al rispetto rigoroso del minimale contributivo più che a quello relativo al massimale. Al riguardo è appena il caso di precisare (ai lettori interessati) che per ricevere, nel 2014, un anno intero di contribuzione utile per la pensione occorre – come detto – percepire uno stipendio minimo globalmente pari ad almeno 10.418,00 euro. Per molto tempo, in vero, la legge non ha fissato alcun valore retributivo per l’accredito degli oneri assicurativi necessari per la quiescenza. Ma a partire dal 1984, per evitare la costituzione di posizioni previdenziali di comodo, è stato deciso un livello minimo, indicizzato annualmente, al di sotto del quale non si ottiene la copertura integrale dei periodi assicurativi. In altri termini, il numero dei contributi da accreditare a favore dei dipendenti, ai fini pensionistici, è pari a quello delle settimane retribuite durante l’anno di riferimento, a condizione però che risulti corrisposta, per ciascuna settimana, una somma non inferiore al quaranta per cento dell’importo del trattamento minimo mensile di pensione.

Ciò significa, quindi, che per il 2014 il dipendente ha diritto all’accredito contributivo pieno dell’intero anno (52 contributi settimanali) solo se la sua retribuzione complessiva risulterà almeno pari a 10.418,00 euro, ossia 52 volte 200,35 euro, che rappresenta il quaranta per cento di 500,88 euro, importo del minimo di pensione in pagamento quest’anno. Nell’ipotesi contraria si vedrà registrare un numero di settimane proporzionalmente ridotto. Prendiamo ad esempio il caso di una lavoratrice che si impiega per un paio d’ore al giorno presso una piccola impresa magari di un conoscente. Per la sua limitata attività percepisce uno stipendio pari a 601,05 euro al mese, compenso regolarmenteassoggettato a contributi. Alla fine dell’anno sul suo conto previdenziale saranno accreditati soltanto 39 contributi settimanali: gli emolumenti totali annui incassati (tredicesima inclusa) di 7.813,65 euro diviso 200,35, minimale di retribuzione settimanale utile per la copertura assicurativa per l’anno 2014. In pratica, ai fini della quiescenza, l’interessata per l’anno considerato, avrà maturato nove mesi anziché dodici; come se avesse prestato la propria opera solamente a partire da aprile fino a dicembre. Il massimale attualmente vigente è invece di euro 182.509,00, mentre il tetto pensionabile massimo è attestato a 47.351 euro. E’ appena il caso di ricordare poi che, l’aliquota Ivs dovuta all’Inps rimane ancora complessivamente fissata al 33%, di cui 23,81% a carico dell’azienda e 9,19% a carico del lavoratore. La predetta quota sale al 10,19% soltanto per la parte di retribuzione mensile eccedente i 3.835,91 euro (1/12 di 46.031 euro).

ANNO 2014

Trattamento minimo di pensione:                            euro     500,88

Limite settimanale per l’accredito dei contributi:               (40%)

Limite annuale per l’intera copertura assicurativa: euro 10.418,00.

Lavoro: le pmi licenziano meno, ma 50% assume in nero

Si arresta l’emorragia di posti di lavoro nelle pmi. Hanno licenziato nel corso degli ultimi anni e ora pensano di tornare a cercare mano d’opera. Ma la metà delle nuove assunzioni previste è irregolare, completamente in nero o tramite false partite Iva. E’ quanto emerge da un’indagine dell’Adnkronos: scende al 25% la quota di imprese che ha dovuto licenziare nell’ultimo anno, quando sei mesi fa la stessa rilevazione era vicina al 35%; tra quelle che dichiarano di voler tornare ad assumere, però, oltre il 45% non pensa di utilizzare più un contratto regolare. La fotografia scattata su un campione di oltre mille piccole imprese, diffuse su tutto il territorio nazionale, rappresenta un mercato del lavoro che non è censito, che resta fuori dai dati ufficiali sull’occupazione. Ma è il primo a reagire alla previsione di una tiepida ripresa del volume degli affari. La nuova occupazione, che per ora è solo potenziale, non è solo precaria. Spesso è illegale, crea posti di lavoro fantasma, con rapporti senza alcuna garanzia. Durano quanto serve, finiscono senza preavviso. E’ la flessibilità estrema, che non conosce regole.

Sette imprese su dieci, tra quelle che ammettono il ricorso al nero, giustifica la propria scelta con l’eccessivo costo del lavoro. E’ la fetta, ampia, di imprese che si dice disponibile a rientrare nella legalità con condizioni più favorevoli. Per tre su dieci, la scelta di campo è invece considerata irreversibile. Il ricorso al nero, in sostanza, può essere anche un passaggio transitorio verso una nuova occupazione. Il 30% delle imprese che dichiarano di aver bisogno di più forza lavoro conta, prima o poi, di regolarizzare le posizioni. Il 40%, invece, lo ritiene improbabile ma non lo esclude; quasi un terzo del totale non pensa di poter tornare più ad una occupazione regolare. Altro dato allarmante è la percezione del rischio legato ai controlli sul lavoro nero. Le imprese che fanno ricorso alla mano d’opera senza contratto, soprattutto le più piccole fino a 20 addetti, si muove nella consapevolezza di una sostanziale impunità: l’80% delle microimprese che dichiara di voler fare ricorso al nero ritiene di poterlo fare senza correre il rischio di sanzioni. Questo, nonostante i controlli del ministero del lavoro. Il problema è l’inevitabile parziale diffusione delle verifiche. Nel 2013 sono state ispezionate complessivamente 235.122 aziende, un numero pari al 15% delle imprese con dipendenti registrate all’Inps. Rispetto al 2012, si è avuta una leggera diminuzione (-3,6%) del numero delle aziende ispezionate. I risultati emersi dal monitoraggio del Ministero evidenziano comunque la portata del fenomeno.

Le imprese irregolari sono state 152.314, cioè il 64,8% del totale delle imprese ispezionate, a fronte di un valore del 63% rilevato nel 2012, a sua volta in crescita rispetto all’anno precedente, “a conferma di una più attenta capacità di selezione preventiva delle imprese “a rischio” di irregolarità”, sostiene il dicastero di Via Veneto. L’ammontare dei contributi e dei premi evasi, oggetto di recupero da parte del personale ispettivo nel corso dell’anno 2013, è stato pari ad circa 1,4 miliardi di euro, con una flessione pari al 13% rispetto al 2012. Evasione, quindi lavoro nero, ma anche contratti impropri. Tanto che il ministero del Lavoro ha deciso di rafforzare, nell’ambito delle iniziative di contrasto al lavoro irregolare, i controlli sull’utilizzo distorto delle tipologie contrattuali flessibili, per identificare quei casi nei quali il ricorso a specifiche tipologie contrattuali, in particolare i contratti di collaborazione a progetto e le partite Iva, maschera rapporti di lavoro subordinato.

Acri: fondazioni sviluppino forme innovative welfare evitando sprechi

“Un nuovo welfare” che possa “da un lato contribuire ad evitare sprechi, duplicazioni e assenza di responsabilizzazione” e dall’altro “favorire la crescita del sistema economico e sociale, generando opportunità di lavoro”. Così Giuseppe Guzzetti, presidente dell’Acri, ha spiegato le linee programmatiche comuni approvate di recente a Roma dall’assemblea annuale dell’Acri per rendere sempre più efficace l’intervento delle Fondazioni di origine bancaria sul fronte del welfare, un settore a cui ogni anno gli enti destinano intorno al 30% (300 milioni di euro nel solo 2012) delle loro erogazioni filantropiche. “Nella convinzione che la risposta alla crisi del nostro welfare non potrà che essere collettiva – viene rilevato in una nota dell’Acri – l’idea è quella di sviluppare forme innovative nel campo dell’assistenza sociale che, facendo leva sul principio di sussidiarietà, promuovano la formazione di un welfare di comunità, ovvero un welfare basato su una pluralità di soggetti, ma anche di soluzioni, in cui sostenibilità, equità, accesso e responsabilità si articolino in formati nuovi e trovino un baricentro essenziale nel territorio e nella comunità, comunque definita”.

“L’obiettivo è sviluppare le capacità e l’autonomia delle persone, delle comunità e della società nel suo insieme, affinché nell’ambito di un più ricco e articolato panorama di risposte a cui, in aggiunta allo Stato e agli enti locali, partecipino tutti i soggetti, dal non profit ai cittadini, dalle fondazioni di erogazione al welfare aziendale, si possa soddisfare i bisogni sociali in maniera al contempo universalistica e selettiva”, ha aggiunto Guzzetti. Il documento appena approvato dall’assemblea Acri è stato predisposto da un gruppo di lavoro, guidato dal vicepresidente dell’Acri e presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Ascoli Piceno, Vincenzo Marini Marini. Tre le priorità a cui ispirare gli interventi nell’area socio-assistenziale: individuare modelli capaci di perseguire obiettivi sia di efficacia che di efficienza; implementare interventi che sviluppino o potenzino le risorse umane e professionali, nonché le reti presenti sui territori; promuovere sistemi di ‘governo comunitario’ e di erogazione dei servizi in grado di integrare in modo virtuoso, in una logica di sussidiarietà, le risorse pubbliche e quelle private disponibili. I contenuti potranno essere affinati a seguito della sperimentazione. L’Acri propone inoltre per le Fondazioni un compito peculiare, nell’ambito del Terzo settore e nel rispetto del ruolo delle istituzioni locali preposte, caratterizzato da una ricerca proattiva dell’innovazione, dalla costante attenzione a verificare l’efficacia e l’efficienza degli interventi, dalla promozione del coordinamento tra i diversi soggetti per favorire la costruzione di ‘reti sociali’. Riguardo all’innovazione, le Fondazioni possono favorire sperimentazioni pilota di modelli di intervento, per valutarne l’efficacia nella soluzione dei problemi; sostenere l’ingegnerizzazione di soluzioni organizzative promettenti da portare a regime e la diffusione di modelli efficaci, specialmente per ridurre la frammentazione dell’offerta e favorire il buon funzionamento di reti multi-attore; concorrere a diffondere una cultura del monitoraggio e della valutazione comparativa dell’efficacia, dei costi e dei benefici delle politiche e degli interventi di welfare.

Carlo Pareto

 

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