domenica, 10 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Quadro di una Esposizione
Pubblicato il 15-05-2014


Rinunciare a Expo 2015 oppure realizzarla? Su questo punto non c’è partita. Ha ragione Renzi e torto Grillo. Al punto di pensare che la sua idea di mollare il tutto sia solo una trovata elettorale: mantenere forte la protesta anche al prezzo di radicalizzarla oltre ogni limite. Vedremo.

Il leader 5 Stelle denuncia poi il fatto che, oggi come oggi, l’operazione sia stata contrassegnata dalla rapina. Nella sostanza ha ragione. Nella forma alla parola rapina andrebbe sostituita la parola “denaro”. Denaro come centro di pratiche lecite, ma assai più spesso illecite. Denaro come pensiero dominante, parametro delle scelte realizzate e/o prospettate. Denaro, consumo come centro dell’immaginario collettivo. Il tutto all’interno di una manifestazione centrata sul tema della frugalità, leggi dell’uso razionale e collettivo delle risorse disponibili come via d’uscita alla loro possibile scarsità e/o cattiva distribuzione.

Un grande tema, per una esposizione universale. Ma un tema che “more italico” non è sopravvissuto un attimo alla sua enunciazione. Tanto da cadere ben presto nel più totale dimenticatoio. Anzi da rimanere come una specie di specchietto per le allodole, un po’ come quello usato dalle imprese che, in nome dell’ambiente, ti propongono beni che, con la difesa del medesimo hanno poco a che fare.

Conseguentemente, l’appuntamento del 2015 non ha suscitato intorno a sé alcuna tensione ideale e progettuale. In teoria, era stato concepito come una sfida su cui misurare la tempra del nostro paese. In pratica è diventato un’occasione su cui calibrare gli interessi e gli appetiti di alcuni vecchi e nuovi arnesi della casta.

In un certo senso la partita era stata pregiudicata sin dall’inizio. Rinunciare – fatto francamente inaudito – a utilizzare aree pubbliche per la realizzazione del progetto (e ce n’erano di disponibili), modello di privatizzazione di “rito ambrosiano”, ha significato esporsi ad ogni tipo di pressioni e di condizionamenti in cui il pubblico era una variabile dipendente. Rinunciare poi all’unità di comando significava affidare ogni scelta, che dico ogni decisione, al giuoco di mediazioni senza fine in cui la valenza del progetto, insomma il “che cosa”, era soffocata da interminabili diatribe sul “come”e, soprattutto, sul “chi”, diatribe che, beninteso, non avevano nulla di politico.

A coronare il tutto, il procurato disinteresse del modo esterno. “In loco” si affronta il tema dietro le pressioni di questo o quel comitato di quartiere o per mediare i contrasti tra questo o quell’“ufficio competente” oppure tra questo o quell’interesse in conflitto. Però nulla oltre questo. Nulla per discutere con i cittadini o anche solo tra le (cosiddette) “forze politiche” il senso e la natura dell’operazione, oppure il suo significato per il futuro di Milano e del suo hinterland. E, nell’insieme, uno spazio minore di quello riservato, che so, alle piste ciclabili o alle unioni civili (con tutto il rispetto per le medesime…).

Del livello nazionale poi, meglio non parlare. Ieri, come oggi, l’Expo è una speranza, l’occasione per avere più occupazione, più investimenti, più prestigio per il nostro Paese, il giocattolo grande e luminoso che porterà più benessere e più ottimismo per il futuro. Andare oltre, chiedere di più, volerne sapere di più era ed è considerato francamente sconveniente.

Al dunque poi, i personaggi della politica hanno perfettamente rispettato il loro ruolo. A partire da Grillo e da Renzi. Il primo ha utilizzato la vicenda come ulteriore esempio della corruzione irrimediabile del nostro sistema politico. E in particolare del partito che ne è rimasto unico pilastro. Sulle ragioni che l’hanno determinata e sulle soluzioni da adottare per rimediarvi, neanche una parola. Si risponderà più in là, in attesa della vittoria finale.

Il secondo ha fatto ricorso a tutti i trucchi della sua comunicazione politica, al rischio di mostrarne la sostanziale vacuità. C’è il “metterci la faccia” (eppure per un presidente del consiglio non è un “optional”, ma un elementare obbligo istituzionale). C’è la “task force”affidata al magistrato al di sopra di ogni sospetto, e questa non è proprio una novità, in generale, ma anche nella vicenda dell’Expo. C’è, infine, il richiamo alla speranza, rappresentata dal suo governo in generale e dal 2015 in particolare. E qui ci sia consentita una piccola precisazione: sperare, oppure o no, è affare nostro. Ma non sarà comunque il frutto di un esercizio di training autogeno diretto dal governo. Ad ognuno il suo mestiere, e la sua responsabilità

Alberto Benzoni

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