sabato, 21 ottobre 2017
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Opinioni e commenti
 

Teatro, Riccardo III: l’insostenibile leggerezza del male
Pubblicato il 20-05-2014


Riccardo IIITra le recenti proposte che animano il teatro di prosa italiano, uno degli esiti maggiormente interessanti risulta essere la tendenza a “svecchiare” i classici per renderli maggiormente appetibili ai gusti delle nuove generazioni. Se poi a condurre le operazioni sono i cristallini mestieranti delle nostre scene, la riproposizione delle suggestioni e delle tematiche colte nella loro straordinaria universalità sono assicurate da un elevato livello qualitativo. E’ quanto ho potuto osservare nelle ultime riproposizioni shakespeariane del Re Lear di Michele Placido e nell’ancora più convincente Riccardo III di Alessandro Gassmann. Shakespeare giunge alla stesura del Riccardo III dopo averci fatto oltrepassare (con le tre parti dell’Enrico VI) una società inglese dilaniata dai conflitti determinati dalla Guerra delle Rose, con tutti i suoi sdrucciolevoli terreni fatti di intrighi, sospetti, tradimenti.

La conquista del potere esige una lotta senza esclusione di colpi ed il suo mantenimento sfianca le resistenze fisiche e mentali, tra notti che nascondono pugnali e calici che diluiscono mortali veleni. Dietro un’apparente patina di “ordinario regime” si celebrano le degenerazioni di alleanze ipocrite e precarie, in un susseguirsi di ribaltamenti di schieramenti dove i fiancheggiatori di ieri diventano i duellanti di oggi. Riccardo III si muove su questa eredità storica e rappresenta un momento cruciale della storia inglese: la fine della Guerra delle Rose e l’ascesa della dinastia Tudor con Enrico VII. In mezzo le vicende per l’appunto di Riccardo III, la sua ascesa al trono e la sua destituzione.

La lettura che Gassman fa di questo dramma storico si propone per la sua forza moderna e immediata, frutto di una traduzione curata da Trevisan che ha ricercato queste qualità attraverso una mirata azione di snellimento del testo originario. In questa traduzione-adattamento è sicuramente vero che il purismo della letteratura Shakespeariana viene snaturato, ma non fino al punto di alterare la trama e meno che mai l’atmosfera di una tragedia che è, e rimane, torbidamente introspettiva (non solo nel personaggio di Riccardo III, ma anche in quello di Tyrrell, sempre combattuto tra l’azione e la coscienza). Grazie a questo importantissimo punto di partenza, Gassmann ha la possibilità di costruire una regia dalle forti suggestioni cinematografiche, che propone il susseguirsi delle scene con ritmo serrato e fluidità ammaliante.

L’impianto scenico agevola questo dinamismo riproducendo un ambiente tardo gotico dove numerose proiezioni olografiche vanno a sezionare i vari luoghi scenici  e a rievocare i tormenti interiori del protagonista (l’apparizione dei fantasmi dei suoi assassinati è molto suggestiva). Riccardo III si muove dentro questa scatola scenica con movenze gigantesche, fuori scala rispetto agli altri attori e alla scena: è costretto a chinarsi per potersi specchiare, per passare da una porta, o per guardare qualcuno negli occhi.

Usa la sua malformazione fisica per giustificare le sue azioni malvagie e quasi riesce nel suo intento di manipolare la nostra empatia attraverso la sottile seduzione del male; con le sue istrioniche interpretazioni si trasforma in un grande affabulatore e vende menzogne come verità assolute, traveste il più bieco altruismo con la paradossale maschera dell’altruismo, volge a suo vantaggio le situazioni più sfavorevoli. I costumi ed il trucco (oltre che la coloritura dei personaggi) spingono per una rievocazione del dramma leggermente decontestualizzato, con l’introduzione di elementi grotteschi appartenenti a quel dark fumettistico estremamente familiare alle nuove generazioni cresciute assieme alla filmografia di Tim Burton.

Questa stilizzazione risulta maggiormente evidente nei personaggi maschili, mentre quella delle dame e delle regine ricalca i dettagli dell’epoca. Ottima l’interpretazione di Alessandro Gassman (anche se alcune sue intonazioni paiono giocate troppo su di un’ironia funzionale solo a strappare facili risate più che a mettere in risalto il cinismo del personaggio), così come di elevata qualità è l’intera compagnia, protagonisti di uno spettacolo di grande carattere e piglio contemporaneo, che sa restituire il tema della brama e dell’usurpazione del potere, del suo uso a fini personali.

Carlo Da Prato

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