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Opinioni e commenti
 

Shale gas, non solo vantaggi e rischi, ma anche domande senza risposta
Pubblicato il 20-05-2014


Shale gasSi parla ancora di Shale Gas. Sì, perchè il dibattito sull’argomento sembra tutt’altro che destinato ad affievolirsi. Se da un lato, alcuni tra i più illustri tecnici del settore reputano il gas di scisto un flop o peggio, dall’altro vi sono moltissimi sostenitori di questa nuova fonte di energia, primi fra tutti gli Stati Uniti. Infatti, l’America, torna ad essere una potenza competitiva ed autosufficiente, proprio grazie a questo enorme quantitativo di gas prodotto frantumando le rocce dove si trova imprigionato. Ed ora anche in Europa c’è interesse per questa strada.

Lo stesso ex presidente dell’Eni, Paolo Scaroni, in un’ intervista andata in onda su Report lunedì 12 maggio, ritiene che “si possa ripetere il miracolo dello shale gas americano, lavorando attivamente in Paesi come la Polonia, il Sudafrica e la Cina. Mentre nell’Europa occidentale, dove l’attività del fracking (fratturazione delle rocce) risulterebbe molto invasiva su territori densamente popolati, l’unico Paese che sta pensando di prendere la strada dello shale gas è l’Inghilterra”.

Questo shale gas dunque, a detta di alcuni, sembra quasi un sogno: costi di produzione bassi e la garanzia di quell’autosufficienza energetica che in Europa, si desidera da molto tempo. O forse no?

Secondo J. Davis Hughes, geologo e attuale presidente della Global Sustainability Research e Deborah Rogers, analista finanziaria di Wall Street, il mito dello shale gas sarebbe solo un’enorme bolla ‘energetica’.

Analizzando nel dettaglio l’attività di fracking di circa 65 mila pozzi per gas e petrolio situati in 31 giacimenti, i due esperti hanno constatato che quell’autosufficienza energetica che, a detta del presidente americano Barack Obama garantirebbe un secolo di prosperità economica agli Stati Uniti, durerebbe in realtà appena una decina di anni. Questo anche perchè le riserve di shale gas sarebbero state ampiamente sovrastimate dagli operatori e dagli speculatori da un minimo del 100% fino al 400%. Dunque numeri totalmente travisati, tenuto conto del fatto che i giacimenti altamente produttivi da sfruttare con il fracking sono quasi un miraggio e che il declino medio di un pozzo di shale gas va dal 77% all’ 89% nel corso dei primi tre anni dalla trivellazione. Cioè se all’inizio ottieni cento, dopo tre anni ottieni venticinque. Visto che ciò che si estrae da ciascun pozzo diminuisce rapidamente, tutto quello che si fa è aumentare spasmodicamente il tasso di trivellazione. Ogni anno vengono trivellati circa 7 mila nuovi pozzi di shale gas con un costo di 42 miliardi di dollari, semplicemente per cercare di mantenere una produzione costante. Spesso sono pozzi secondari, più difficili da trivellare o da cui estrarre idrocarburi, per cui si stima che con il passare del tempo ne verranno costruiti sempre di più, che produrranno sempre meno, ma i cui costi saranno sempre maggiori.

A tutto ciò si aggiungono, in modo dirompente, i rischi ambientali che la tecnica del fracking potrebbe comportare. L’industria del settore non ha mai dichiarato ufficialmente che ci sia una correlazione tra danni ambientali e fratturazione idraulica delle rocce e probabilmente, mai lo farà. Il sismologo della Columbia University, John Armbruster, spiega invece che nel 2010, quando fu trivellato un pozzo tra la Pennsylvania e l’Ohio, le scosse successive alla trivellazione aumentarono di intensità e che l’epicentro di queste scosse fu rinvenuto proprio nel raggio di un chilometro dal pozzo. “A questo punto risulta chiaro che tutto quel pompaggio e l’iniezione dei cosiddetti fracking fluid nel terreno, stava producendo dei terremoti”.

E non solo scosse sismiche, ma anche la contaminazione e lo spreco delle enormi quantità di acqua connesso alle operazioni di trivellazione (verticale) e di fracking (orizzontale). Allo stato attuale infatti solamente il 20% di acqua (generalmente si pompano acque reflue ad alta pressione insieme a microsfere di ceramica per fessurare le rocce e mantenere pervie le fratture – ndr) può essere recuperata e riutilizzata per altre operazioni. Inoltre, il fluido utilizzato non contiene solamente, acqua ma anche una serie di agenti chimici inquinanti e tossici che possono fuoriuscire dai pozzi. Da qui il rischio di contaminazione di falde acquifere qualora il fluido usato per il fracking venisse a contatto con l’acqua potabile delle falde: “Il fracking è assolutamente incompatibile con la raccolta d’acqua per un acquedotto. Ogni volta che si costruisce un pozzo – dice Al Appleton, ex commissario delle acque di New York, ai microfoni di Report – si iniettano 34 milioni di litri di fluidi, la metà di quest’acqua piena di sostanze chimiche resta nel sottosuolo e arriva a contaminare le acque freatiche e queste per di più quando tornano in superficie si trascinano dietro anche una serie di materiali radioattivi che giacevano in profondità da centinaia di milioni di anni, come l’uranio, il radio, il polonio”.

Un altro aspetto non trascurabile è anche quello della qualità dell’aria. La Cornell University di New York ha mostrato come gli shale gas estratti diano un contributo notevole a quello che è conosciuto come ‘effetto gas serra’, dal momento che essi sono costituiti prevalentemente da metano che ha una capacità tra le venti e le trenta volte maggiore della anidride carbonica (CO2) di legarsi ad altre molecole.

Tuttavia, se la combustione del metano avvenisse in modo completo, sostenere che lo shale gas inquini meno del carbone e del petrolio non sarebbe del tutto sbagliato. Ma, chiaramente, non è così e la Cornell University ha calcolato che, in qualsiasi giacimento, c’è una percentuale che varia tra il 4% e l’8% (quindi non l’1%, come sostiene su Eniscuola.net, il biologo Andrea Bellati) di questo gas estratto che finisce direttamente nell’atmosfera come metano, a causa di perdite varie delle condotte.

Quindi perchè non puntare sulle energie rinnovabili? Federico Brocchieri, membro del team internazionale di Climate Champions del British Council e dell’International Youth Climate Movement, spiega che “sono chiari gli interessi delle lobby nel non investire nelle rinnovabili perché, in primo luogo, queste grandi aziende hanno la loro produzione pianificata per diversi anni, quindi cambiare questa programmazione significherebbe perdere ingenti somme di denaro. In secondo luogo, c’è il problema della minore affidabilità delle rinnovabili che, tendenzialmente, non hanno una produzione costante nel tempo. La soluzione sarebbe lo stoccaggio di quest’energia con strumenti tecnologici adeguati che, purtroppo, ora mancano”.

Ma se non si investe nelle rinnovabili queste mancheranno sempre, considerando che l’industria ogni anno impegna 557 miliardi di dollari per energie fossili e solo 88 miliardi per quelle rinnovabili.

E mentre le grandi banche di Wall Street guadagnano somme immense, chi subirà le conseguenze negative di tutto ciò saremo noi. Si stima infatti, che ci vorranno 14 miliardi di dollari da qui al 2050, in costi sanitari, per l’aumento di malattie conseguenti al surriscaldamento globale.

“Scegliere lo shale gas – continua Brocchieri – significa applicare lo stesso schema mentale che ci ha portato nella condizione ambientale in cui siamo oggi. Significa rinviare il problema invece di prendere una soluzione definitiva”.

Puntiamo sulle rinnovabili, dunque, ricordando sempre le parole del capo indiano “Seattle” che nel 1854 dichiarava all’allora presidente degli Stati Uniti Franklin Pierce: “Noi non ereditiamo il mondo dai nostri padri bensì lo prendiamo in prestito dai nostri figli!”

Gioia Cherubini

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Commenti all'articolo
  1. Shale un ponte per chi ha la quantità,ma non la via.
    Lo shale gas si estrae in zone deserte dove ci sono pozzi enormi che inquinano e negli Usa sono 500.000 pozzi.In Europa è impossibile ed in Italia non c’è shale gas e chi lo afferma è un impostore.Esiste il power to gas per cui passiamo da MW elettrici rinnovabili a syngas a costo inferiore allo shale gas ed allora mi chiedo cosa ci serve lo shale gas.Recchi che ci ha scritto un libro oggi è in Telecom per manifesta non conoscenza dei costi che sono alti e non meno di 85-100 euro a MWh quando l’acqua mi da elettricita’ a 20 euro a MWh e la giro in syngas attorno a 45 euro il MWh.Chi parla di shale gas non me conosce i costi ed i 3 guru che straparlavano di shale oggi sono pensionati,Recchi,Scaroni,Conti.Speriamo che gli eredi siano piu’ furbi.Difatti Obama parla di bridge mentre Recchi in un libro che non compra nemmeno l’usciere Eni,parla di rivoluzione shale= internet revolution.Quelli di internet sono neri di rabbia!

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