sabato, 21 ottobre 2017
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Opinioni e commenti
 

Socialdemocrazia e Europa, una via d’uscita
Pubblicato il 05-05-2014


Socialdemocrazia-l-altra-voce-dell-europaDa antico militante “del pensiero e dell’azione” (come si diceva una volta), Giuseppe Averardi ha sempre portato alto e forte il nome della socialdemocrazia. Una delle ultime testimonianze del suo impegno politico e culturale è, dunque, non a caso, il suo recente volume (“Socialdemocrazia l’altra voce dell’Europa. Una uscita di scurezza per l’Italia. Intervista-prefazione con Franco Ferrarotti Datanews 2014 Roma).

Si tratta di un serie di analisi assai penetranti sulle esperienze vissute nell’arco di più di un secolo in Paesi come la Germania, la Svezia, la Gran Bretagna, l’Austria, di antica e incontrastata civiltà socialdemocratica; mentre, in conclusione, si affronta l’“anomalia italiana”; nel caso specifico le ragioni che hanno impedito e impediscono tuttora l’affermarsi di questa stessa civiltà nel nostro Paese.

La nostra impressione è che la scelta dei “casi”non sia affatto (ci si passi il bisticcio) casuale. Dentro il modello tedesco, inglese e scandinavo; fuori quello francese e quelli, diciamo così, mediterranei. Dentro le formazioni radicate nella classe e nelle sue reti economiche sociali e culturali; fuori quelle dallo spettro di riferimento più ampio e indeterminato. Dentro le formazioni a più forte vocazione sperimentale e pragmatica; fuori quelle segnate dall’ideologia. Dentro le formazioni dalla consolidata egemonia all’interno della sinistra; fuori quelle che hanno dovuto misurarsi, nel corso di decenni, in uno scontro senza esclusione di colpi con i partiti comunisti.

Attenzione, questa scelta non ha nulla a che fare con pregiudiziali ideologico-politiche e men che meno con qualsivoglia giudizio di valore. Il nostro amico non intende affatto dirci, o suggerirci, che il tale partito è migliore di tal’altro o che la “vera socialdemocrazia” alberghi al Nord piuttosto che al Sud della Alpi. Ci vuole piuttosto dire, o suggerire, un altro approccio; per noi, di grandissima importanza. Ci vuole ricordare una cosa che era chiarissima ai Turati, ai Jaurès e ai Bebel, ma di cui le generazioni successive hanno progressivamente perso la nozione: e cioè che l’essenzao, se preferite, il luogo della verifica della socialdemocrazia non ha a che fare con un personale politico (per essere socialisti non basta dichiararsi tali, con annessi certificati d’iscrizione) e nemmeno con dei proclami ideologici o di valore, ma con una particolare “civiltà”. Detto in altro modo, la socialdemocrazia è reale non perché ci sono al governo partiti di questo nome o perché questi partiti partoriscono periodicamente documenti in cui si autoproclamano più intelligenti o, magari, eticamente superiori, ma perché il suo popolo ha contribuito a creare, nel corso del tempo, una società caratterizzata dal ruolo dello Stato nella produzione e nella distribuzione del reddito, da ampie e partecipate rete di solidarietà interne e internazionali e dal protagonismo del mondo del lavoro e, infine, da un progressivo e apparentemente inarrestabile processo di inclusione a livello nazionale e mondiale.

Ora, definire la socialdemocrazia come civiltà vale a spiegare le ragioni della sua crisi – e proprio nelle sue terre tradizionali – come della sua sostanziale scomparsa nel nostro Paese. Guardiamoci dall’esaltare, nel bene o nel male, il ruolo avuto in questa crisi dai Blair e dagli Schroeder o, in una narrativa nostrana, dalla Cgil o da Cofferati.

Il socialismo democratico ha ampiamente vinto, nel 1989 e prima del 1989, la sua battaglia contro il comunismo; perciò i fantasmi o le pulsioni residue provenienti da quel mondo non hanno nulla a che fare con le sue difficoltà di oggi. Mentre è stato attaccato, e a fondo, nelle sue idee e nelle sue realizzazioni, dal capitalismo internazionale.

Come ci ricorda il nostro testo, le grandi socialdemocrazie avevano costruito, nel corso di decenni (con il concorso del cattolicesimo sociale e della grande cultura liberale) il modello del welfare europeo; e ne avevano garantito la permanenza, nel quadro dei vari stati nazionali, coinvolgendo le forze imprenditoriali in una sorta di “patto democratico”. Oggi il modello, giorno dopo giorno, è sotto attacco; anche perché il patto politico su cui si sosteneva è stato strappato dalla globalizzazione e dalle forze che, coerentemente, la cavalcano. Uno strappo cui le forze del lavoro hanno reagito con ritardo e in ordine sparso; al punto di non aver trovato, neanche a livello di elaborazione concettuale, le forme, i contenuti e le sedi per ricucirlo.

Come già ricordato, nel titolo del libro la socialdemocrazia è definita come “l’altra voce dell’Europa”e come “uscita di sicurezza” per il nostro Paese. Non è, in nessuno dei due casi, una constatazione. Piuttosto un auspicio. La conclusione di un percorso che deve partire dalla ricostruzione di punti di riferimento e di identità collettive. Ricostruzione cui il testo di Averardi offre nuovi e importanti contributi.

Alberto Benzoni

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