sabato, 21 ottobre 2017
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Opinioni e commenti
 

Un po’ di rete
fa bene alla democrazia
Pubblicato il 19-05-2014


Democrazia“Si può veramente dire che i populismi abbiano un potenziale democratico?” É la domanda con cui John McCormick, politologo inglese di fama mondiale e professore di Scienza della politica presso l’“Indiana University in the United States”, apre l’articolo “On the distinction between democracy and populism”, la cui versione originale in inglese è stata di recente pubblicata sul “Rasoio di Occam” (un Blog di Micromega), nel quale sostiene che il “populismo è il grido di dolore delle moderne democrazie rappresentative”; ragione, questa, che lo rende “inevitabile nei regimi politici che aderiscono formalmente ai principi democratici”, che di fatto però “escludono il popolo dal governo”. Anche se le democrazie elettorali e rappresentative moderne sono più democratiche di quelle antiche, perché sorrette dal suffragio universale, nello stesso tempo però sono molto meno democratiche, perché sostituiscono al potere diretto del popolo la rappresentanza; da ciò consegue che una democrazia moderna ha più demos e meno kratos della sua forma antica.

Il populiamo, perciò, afferma McCormick, attiene a movimenti politici caratterizzati da mobilitazione popolare, dove non esiste governo del popolo; esso si manifesta al di fuori e spesso contro le istituzioni ufficiali, “nello spazio proprio delle associazioni dei cittadini e delle dimostrazioni di massa”, portatrici di interessi la cui soddisfazione è formulata nei termini dei benefici che ne possono derivare, presuntivamente, per la maggioranza dei soggetti costituenti il popolo. Per questo motivo, il populismo costituirebbe l’altra faccia della medaglia politica delle democrazie rappresentative/elettorali, nel senso che serve ad integrare queste ultime attraverso forme di governo diretto. Di conseguenza, conclude McCormick, “anche se le democrazie dirette, dove il popolo si auto-governa per davvero, sono largamente preferibili … a quasi tutte le forme di populismo, alcune forme di populismo sono assolutamente necessarie”, per rendere le democrazie elettorali/rappresentative più genuinamente democratiche.

Ma il populismo, così come è inteso da McCormick, è realmente scevro dal pericolo d’essere inquinato da contaminazioni demagogiche? L’esperienza italiana attuale e quella di altri Paesi giustificano una risposta decisamente negativa, soprattutto se il consenso su particolari istanze viene raccolto attraverso l’uso non regolato delle moderne tecnologie dell’informazione (uso della Rete); soprattutto se il consenso così “catturato” è riferibile solo ad una parte dell’elettorato, con la pretesa d’essere rappresentativo della volontà della maggioranza dei cittadini. É possibile fugare il pericolo che il populismo, anziché integrare lal democrazia rappresentativa, risulti intrinsecamente inficiato da pretese prevaricatrici? Sì, è possibile, a patto che della Rete si faccia un uso regolato e sottratto alla demagogia di pochi.

É ormai un fatto assodato l’importanza che rivestono i “modelli di discussione pubblica” nei processi decisionali riguardanti l’intera collettività; di tali modelli si è discusso di recente anche in Italia, in presenza di John Gastil, uno dei massimi esperti, professore di Comunicazione alla Washington University. Tali modelli sono finalizzati a trasformare la democrazia decidente (democrazia rappresentativa), che assume prioritario il diritto della maggioranza a prendere delle decisioni all’interno delle istituzioni, in democrazia deliberativa, che, invece, considera essenziale, per i processi decisionali autenticamente democratici, integrare la democrazia decidente con un’attività deliberativa; ossia, con la creazione di una solida base informativa presso tutti i componenti una data popolazione, attraverso una generalizzata discussione sui problemi sociali all’attenzione della pubblica opinione e del legislatore.

La democrazia deliberativa sta riscuotendo un crescente interesse in tutto il mondo ed è considerata da alcuni come un evidente sintomo del disagio provocato dalle “derive demagogiche ed oligarchiche” della democrazia decidente. Non esiste, tuttavia, un corpus teorico ed operativo unitario relativo alle modalità di funzionamento della democrazia deliberativa. Molti autori confidano nelle opportunità offerte, sul piano dell’estensione del dialogo, dalla dinamica delle nuove tecnologie dell’informazione (uso della Rete), ma i problemi più dibattuti concernono, innanzitutto, la proposta del politologo americano James S. Fishkin, professore alla Stanford University, di fondare i “sondaggi deliberativi” sulla messa a punto di tecniche di campionamento dell’intera popolazione, con cui derivare ciò che effettivamente pensano i cittadini su specifici problemi, attraverso l’animazione di confronti su specifici argomenti tra i “campioni” dislocati in sedi diverse. Per quanto la proposta sia giudicata interessante, essa, però, per come dovrebbe essere attuata, rivela delle difficoltà statistico-metodologiche, ma anche di natura economica, concernenti la costruzione dei “campioni”.

Nella proposta di Fishkin, infatti, la natura del “campione finale” non è casuale, come invece dovrebbe essere, in quanto risente delle decisioni di chi sovrintende il sondaggio. In secondo luogo, esistono problemi concernenti il rapporto che dovrebbe intercorrere tra democrazia deliberativa e democrazia decidente; contro la proposta di coloro che sostengono che la democrazia deliberativa debba svolgere un’azione di pressione nei confronti della democrazia decidente, si contrappone quella di coloro che escludono questa possibilità, in quanto considerano la democrazia deliberativa unicamente caratterizzata dal “confronto argomentato” finalizzato a trovare un “approdo” pur che sia per valutazioni opposte. Vi è anche chi, come Richard Posner, professore di diritto alla Chicago University, nutre nei confronti della democrazia deliberativa l’”ingeneroso sospetto” che chi la propone come procedura di pressione coltivi, attraverso la “fede nel popolo”, solo il desiderio di cambiare i risultati politici indesiderati, perseguiti attraverso le istituzioni rappresentative.

Infine, vi sono i problemi dei costi che la collettività dovrebbe sostenere per consentire lo svolgimento del processo deliberativo. Rispetto a questo processo, uno degli ostacoli più significativi è rinvenuto nelle difficoltà che insorgono allorché i partecipanti al processo, volendo rimuovere i limiti della procedura di campionamento della popolazione, aumentano la loro numerosità; in questo caso, si osserva, sarebbe pressoché improponibile un processo decisionale che fosse orientato a tenere conto delle ragioni di tutti.

In conclusione, nonostante le critiche e le molte perplessità sollevate, la democrazia deliberativa trova un supporto al suo reale funzionamento in alcune procedure sviluppate all’interno della teoria economica delle scelte sociali e rinviene nell’uso regolamentato della Rete lo strumento per la sua realizzazione. In ogni caso, la democrazia deliberativa, malgrado le critiche che gli vengono mosse e le difficoltà che si oppongono alla sua reale attuazione, costituisce un progetto istituzionale fondato sull’utopia dell’accordo, che può contribuire a nobilitare tutte le forme di populismo e a potenziare democraticamente il sistema decisionale pubblico, grazie ad un’ampia riflessione su tutti i problemi oggetto di discussione, con un arricchimento sociale conseguente al confronto delle opinioni di ognuno con le opinioni diverse degli altri.

Gianfranco Sabattini

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