venerdì, 24 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Bankitalia non molla
i superstipendi
Pubblicato il 11-06-2014


Franco Bechis per “Libero”

Il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco e gli altri membri del direttorio non dovranno tagliarsi sensibilmente lo stipendio come suggerito dal decreto legge sugli 80 euro di Matteo Renzi. A intimare lo stop a una riduzione che sarebbe stata sensibile (dagli attuali 495mila euro lordi annui ai 240mila euro previsti come tetto massimo dal premier) è stato il presidente della Bce, Mario Draghi con il più classico degli slogan: «Giù le mani dalla Banca di Italia».

A dire il vero Renzi si era venduto quel taglio in pubblico, nelle conferenze stampa, ma aveva usato un passo ben più felpato quando si è trattato di scrivere la norma giuridica. Il tetto omnicomprensivo di 240 mila euro lordi all’anno è Stato stabilito solo per tutti i dipendenti della pubblica amministrazione. In calce il governo ha aggiunto un comma: «La Banca d’Italia, nella sua autonomia organizzativa e finanziaria, adegua il proprio ordinamento ai principi di cui al presente articolo». Qualcosa di più di un invito, ma un po’ meno di un obbligo.

Così si è spalancata una autostrada per Draghi, cui il testo del decreto era stato inviato dal ministero dell’Economia. Il presidente della Bce ha tranquillizzato la banca centrale italiana chiarendo: «L’imposizione di un tetto di 240mila euro al trattamento economico è espressamente qualificata come principio o norma di indirizzo piuttosto che come norma di cui è imposta la rigida osservanza». Draghi poi ha aggiunto che in Italia come in qualsiasi altro paese dell’area dell’euro la banca centrale non può subire pressing o influenze «dal governo di uno Stato membro rispetto alle propria politica in materia di personale».
Visto che nessun altro Stato era intervenuto un materia, chiaro che il messaggio serviva a difendere Visco e i suoi da Renzi. Attualmente in Banca di Italia lo stipendio ufficiale del Governatore Visco ammonta a 550mila euro lordi, quello del direttore generale Salvatore Rossi ammonta a 500mila euro, quelli dei tre vicedirettori generali (Fabio Panetta, Valeria Sannucci e Luigi Federico Signorini) ammonta a 350mila euro.

Su tutti gli stipendi dei membri del direttorio è stato però applicato il taglio temporaneo del 10% deciso autonomamente dopo che analoga misura era stata presa nel 2010 da Giulio Tremonti nei confronti dei dipendenti pubblici. Per cui gli stipendi reali al momento sono: 495 mila euro per il Governatore, 450 mila euro per il direttore generale e 315mila euro per i vicedirettori generali. Portarli tutti sotto i 240mila euro come  vorrebbe il governo significherebbe dimezzarli per mantenere le proporzioni e ovviamente avrebbe ripercussioni notevoli anche su centinaia di dirigenti della banca centrale.

Lo stipendio medio dei capi dipartimento è infatti superiore ai 255 mila euro lordi annui (quindi quasi tutti sopra soglia), quello dei capiservizio è in media di poco inferiore ai 220 mila euro lordi annui (con una parte sopra soglia). Ora bisogna vedere che accadrà. Da escludere che il tetto dei 240 mila euro lordi venga applicato alla banca centrale, ma è possibile un’autonoma limatura degli stipendi dei membri del direttorio tale da non dovere toccare quelli dei dirigenti e a scendere quelli dei 7.481 dipendenti di via Nazionale (che nel 2013 sono costati mediamente 80.083 euro). Il vertice della Banca d’Italia nonostante le limature agli stipendi del direttorio nel 2013 è costato 130 mila euro più dell’anno precedente.

Direttorio, consiglio superiore, collegio sindacale e organi collegiali periferici sono infatti costati 3milioni e 9mila euro rispetto ai 2 milioni e 879 mila euro dell’anno precedente. Proprio alla vigilia della ultima assemblea della Banca di Italia si è per altro chiusa una lunga trattativa sindacale che di fatto ha sterilizzato le misure di austerity adottate dalla Banca centrale nella propria autonomia per seguire quel che i vari governi avevano imposto alla pubblica amministrazione.

Il presunto blocco degli stipendi è stato forato sensibilmente con la concessione nel 2014 della indennità di vacanza contrattuale, l’utilizzo degli scatti automatici ai fini previdenziali anche nel 2014 e la sola sterilizzazione formale dello scatto di quest’anno che sarà comunque calcolato per erogare quello del 2015 (quindi si tratta di una semplice sospensione dell’erogazione).

I sindacati interni, incassatele belle novità, sono addirittura andati al’attacco sui fringe benefits, chiedendo un loro aumento: «Riteniamo», ha scritto la Cida il 28 maggio scorso, «infatti opportuno che oltre al miglioramento della componente monetaria della retribuzione vadano tenuti in grande considerazione anche gli aspetti collegati ad esigenze personali e familiari dei dipendenti. L’insieme dei servizi garantiti alla compagine andrebbe integrato tenendo conto delle migliori pratiche seguite, già da tempo, in altre Istituzioni europee e grandi gruppi aziendali». Come Renzi potrà capire, questo è proprio un altro mondo…

Scrive Federico Fubini su “La Repubblica”: Quella della Bce di Mario Draghi non è una stroncatura del decreto del governo. È un promemoria sui confini che separano istituzioni indipendenti l’una dall’altra. E non sarebbe neppure controverso, se Palazzo Chigi per canali informali non avesse tenuto a far sapere che è stato Matteo Renzi in un incontro a chiedere a Visco il sacrificio di una parte cospicua della sua paga. Visco quel giorno non avrebbe risposto, ma il 30 maggio nelle considerazioni finali ha elencato qualcosa che la Banca d’Italia ha saputo fare e il governo non ancora: un taglio dei costi operativi del 14% in quattro anni, al netto del carovita, e una riduzione di oltre il 10% degli addetti.

La prossima mossa di questa partita a scacchi di fatto è già acquisita. La sforbiciata su Visco e la sua squadra arriverà, ma ignorerà in pieno il tetto di 240 mila euro indicato da Renzi. Sarà un modo, fra l’altro, di dimostrare che c’è un palazzo nel centro di Roma sul quale il premier non detta legge. Questa è una conversazione appena agli inizi, dai toni per niente accesi. Ma lo diventeranno di più se i protagonisti smettono di parlare di simboli, e vengono alla sostanza.

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