martedì, 17 ottobre 2017
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Opinioni e commenti
 

Call Center torna la deregulation ed è sciopero
Pubblicato il 04-06-2014


Call-centerHa rappresentato per anni il prototipo del lavoro precario quello nel Call center, sin dagli esordi, eppure l’azione mirata del governo Prodi era riuscita a dare un taglio decisivo alla metafora di questo modello, ma la delocalizzazione alla fine ha toccato anche questo settore dove chi guadagna davvero sono i committenti che appaltano i servizi al massimo ribasso, e se in Italia non conviene, si rivolgono a fornitori esteri: Serbia, Romania, Albania, Croazia, Tunisia. Basta che ci sia chi conosce un po’ di italiano e sia disposto a tacere sui salari da fame.

Contro la delocalizzazione selvaggia e la paura di ritrovarsi senza lavoro, i lavoratori dei Call center hanno lasciato le loro postazioni e sono scesi in piazza nella Capitale, in uno sciopero nazionale che, secondo gli organizzatori, ha registrato la presenza di ben 7 mila persone . In questo momento in cui la crisi grava sulle teste dei lavoratori e quando proprio ieri i dati dell’Istat hanno messo in luce la disoccupazione che raggiunge il 60% dei giovani nel Mezzogiorno, la paura di ritrovarsi 80 mila lavoratori per strada rappresenta un serio rischio.

Oggi per molte persone i call center rappresentano l’unica spiaggia del lavoro regolare, grazie alla legge finanziaria del 2007 che portò alla stabilizzazione di 26 mila dipendenti, ponendo un freno a fenomeni di sfruttamento ampiamente diffusi. In Italia ha rappresentato l’operazione di stabilizzazione più consistente mai fatta prima, infatti nel corso del 2007 sono stati stabilizzati 24.000 operatori (dati Cgil) sui 300.000 che erano allora occupati nel settore. Gran parte degli stabilizzati ha avuto il “tempo indeterminato” (l’86%), ma spesso in cambio di orari di lavoro molto flessibili e della riduzione di salario.

Sono stati questi gli effetti della “Circolare Damiano” del 2006, quella circolare ministeriale aveva avuto buon esito perché era frutto di una collaborazione a tre tra governo, imprese e sindacati che aveva portato a distinguere tra lavoratori inbound e outbound. Nel primo caso si era evidenziata la caratteristica di lavoro subordinato da regolare con contratto collettivo, nel secondo si accettava la formula ibrida subordinato-autonomo che si poteva gestire con il contratto a progetto.

La circolare ha visto così aumentare quote di lavoro indipendente a tempo indeterminato, ma negli anni successivi, invece, c’è stato uno scivolamento da contratti stabili a precari; le motivazioni sono più che chiare da una parte le aziende hanno iniziato, nonostante il contratto di lavoro subordinato, a ricorrere ai part-time di sole 20 ore a settimana (un salario inferiore ai 600 euro mensili), dall’altro con la caduta del governo nel 2008 le risorse per favorire i processi di stabilizzazione non sono stati più finanziate.

E adesso arriva anche il problema della delocalizzazione molto vantaggiosa per i committenti a cui il presidente della Commissione Lavoro, Cesare Damiano, ha tentato di porre degli argini proponendo un emendamento ad hoc nell’ultima legge di stabilità per le aziende che avessero attuato le misure di stabilizzazione dei collaboratori a progetto previste dall’articolo 1, comma 1202, della legge 296/2006, una sorta di piccolo premio per trattenere le aziende che alla fine sono riuscite anche ad aggirare la circolare.
Difficilmente il Governo riuscirà a far restare le aziende in Italia dopo che anche la globalizzazione è riuscita a portare via pezzi di Industria come la Fiat

Maria Teresa Olivieri

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