domenica, 19 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Come liberarsi
dall’egemonia del mercato
Pubblicato il 20-06-2014


Di recente è stato tradotto in italiano il testo della trascrizione di un dibattito trasmesso dalla televisione inglese nei lontani anni Ottanta; per iniziativa di Jean-Claude Michéa, filosofo francese e critico del liberismo come pratica di governo, è ora accessibile per tutti quelli che vorranno leggere il breve libro “La cultura dell’egoismo. L’anima umana sotto il capitalismo”. Il libro raccoglie, infatti, il testo del dibattito che, coordinato da Michael Ignatieff, storico e scrittore canadese, ha visto impegnati Christopher Lasch, sociologo e storico statunitense scomparso prematuramente nel 1994, e Cornelius Castoriadis, psicologo e psicanalista francese, anch’egli scomparso nel 1997. Il libro è arricchito da una “Posfazione” di Michéa che riassume il senso del dibattito; in ciò facilitato dal fatto che i partecipanti al confronto, pur dopo aver compiuto percorsi filosofici diversi, sono giunti ad essere portatori della stessa critica nei confronti della “triste evoluzione delle moderne sinistre occidentali”.

La critica sugli effetti morali, psicologici ed antropologici prodotti dalla velocità con cui il capitalismo è venuto evolvendosi dacché si è affermato, sostituendo il vecchio modo di produrre e la precedente concezione della vita sociale, è percepita come “reazionaria” da tutti coloro che condividono l’idea che una “critica progressista del mondo moderno” dovrebbe tutt’al più limitarsi, da una parte, a sostenere la necessità di una maggiore equità nella distribuzione del prodotto sociale e, dall’altra, a condividere tutte le iniziative orientate a “decostruire” i “tabù giudaico-cristiani” lasciati in eredità delle attuali generazioni da quelle che hanno preceduto l’avvento del capitalismo. Sarebbe sufficiente tenere conto dei principali testi di critica anticapitalista, ma anche di quelli dei “padri fondatori” del pensiero liberale, da cui il capitalismo discende, per rendersi conto di quale sia la profonda differenza fra la tradizione critica del primo capitalismo e il “progetto” di governo dello stesso sul quale, a partire dalla fine del secolo scorso, si fondano le politiche di ogni forma di “sinistra moderna”.

Nel migliore dei casi, tali politiche si limitano a denunciare alcuni aspetti della logica del capitalismo; in particolare, il fatto che essa implichi la struttura della società come forma di “organizzazione economica” esercitata su un’”economia reale ritenuta virtuosa per natura”, ma di fatto condizionata dai vincoli imposti dalla globalizzazione, dall’imperativo di produrre prioritariamente soltanto “valori di scambio” necessari a soddisfare un mercato che si presume dotato di proprietà autoregolatrici. Un mercato, questo, il cui funzionamento dipende da una ”insoddisfazione strutturale dei consumatori, che viene conservata dalla propaganda pubblicitaria…, o meglio dal neuro-marketing”; anche quando i prodotti o i servizi nei quali si incorporano questi valori di scambio si rivelano distruttivi della loro identità, del loro modo di relazionarsi con gli altri e per l’ambiente naturale nel quale vivono.

È divenuto così evidente che il capitalismo, considerato nella sua dinamica complessiva è giunto a configurarsi come un “fatto sociale totale…, i cui principi hanno finito per estendersi ben al di là della sola sfera del mercato e persino delle semplici modalità di consumo in senso stretto”.

Come sottolinea Lasch, quelli causati dal capitalismo nella società sono stati cambiamenti che hanno proceduto di pari passo con i mutamenti nella struttura degli individui, nel loro modo di pensare e di comportarsi; ciò è imputabile, sottolinea Michéa, al fatto che il progetto del capitalismo, e dell’ideologia che lo sottende, è sempre stato inseparabile dalla profonda volontà dei suoi sostenitori di rivoluzionare la struttura sia della società che dei singoli individui, sino a determinare una perdita dei legami comunitari e di vicinato, determinando uno degli “aspetti più devastanti e disumanizzanti” del capitalismo: il radicarsi dell’idea egoista che l’attività politica serva solo per permettere ad ognuno di difendersi dallo Stato, con l’effetto che i singoli componenti della società hanno indebolito la loro consapevolezza di fare parte di una comunità politica; ne è seguita un’eclisse del “discorso pubblico”, ovvero la perdita della capacità di formulare rivendicazioni che veicolassero interessi collettivi, sostituiti invece da interessi “specifici di gruppi specifici” che, in quanto vittime dell’evoluzione del capitalismo, hanno trovato nella teoria del “consumatore sovrano” il modo di consolarsi attraverso il consumo stereotipato di prodotti offerti senza alcun loro coinvolgimento nel determinarne la natura.

Di fronte alla situazione descritta, non resta che scoprire attraverso quali azioni politiche è possibile portare a compimento un programma liberatorio della società e dei suoi singoli componenti dall’egemonia del mercato.

I partecipanti al dialogo (Ignatieff, Castoriadis e Lasch) non suggeriscono alcuna prospettiva di azione riformatrice, mentre Michéa indulge ad auspicare una riorganizzazione della società sulla base di una filosofia fondata sullo “scambio del dono”. Molto più pragmaticamente, si può pensare ad un’azione riformatrice che, ispirata al moderno repubblicanesimo, renda possibile conciliare le istanze neocomunitarie, finalizzate al ricupero del senso di appartenenza ad una comunità, con quelle neoliberali, a salvaguardia delle libertà dei singoli.

I neocomunitari, che assumono come valore fondamentale l’autonomia dei singoli soggetti, sia dallo stato che dal mercato, non possono non condividere i due principi neorepubblicani posti a presidio della dignità umana: il primo principio, detto del valore intrinseco, afferma che ogni vita umana ha il suo particolare valore oggettivo, che è positivo realizzare nel suo massimo valore potenziale, mentre è negativo che esso vada “sprecato”; il secondo principio, detto della responsabilità personale, afferma che ogni soggetto è responsabile del successo della propria vita, per cui non deve essere consentito a nessun altro di imporgli i suoi valori personali. I due principi sono individualistici, nel senso che attribuiscono valore e responsabilità ai singoli soggetti, senza però che lo siano in altri sensi; in altri termini, non presuppongono che il successo di una vita singola possa essere raggiunto indipendentemente dal successo della comunità di appartenenza, o che un soggetto identifichi i propri valori solo se rifiuta quelli: i due principi non sarebbero proponibili come base condivisa da tutti se fossero individualistici in questo senso.

Se, all’interno di ogni comunità, fossero garantiti i principi posti a presidio della dignità dei soggetti, il neocomunitarismo congiuntamente al neoliberalismo repubblicano darebbero origine, come sottolinea Michael Walzer, a un binomio posto a tutela, tanto dell’autonomia dei singoli soggetti, quanto dell’indipendenza dell’intera comunità, sia dallo Stato che dalla logica di funzionamento del mercato. Ciò equivarrebbe ad un pieno ricupero, com’è nella speranza di Lasch, della vita vissuta dai singoli individui nella “sfera pubblica”, ponendo un freno alla cultura dell’egoismo, sorretto da un individualismo fine a sé stesso, che il capitalismo è valso a radicare nei comportamenti umani.

Gianfranco Sabattini

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