martedì, 26 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Conti pubblici, Bruxelles richiama Roma
Pubblicato il 04-06-2014


UE-Italia-debito-smBruxelles richiama Roma, Roma richiama Bruxelles. A poche ore dalla diffusione del documento “COM (2014) 413/2” con cui il Consiglio europeo esprime raccomandazioni non proprio benevole nei confronti dello stato dei conti del Bel Paese, il ministro Padoan parla di “bivio” sulla crescita sottolineando di aspettarsi un «accordo su qualche misura concreta pro-crescita durante il semestre di presidenza Ue». La “pagella” europea pesa sul governo italiano. Pur avendo concesso la riparazione in autunno, infatti, il Consiglio, sulla base del report della Commissione, sottolinea i tanti, ancora troppi, acciacchi della nostra economia, mettendone in luce più che le difficoltà, le colpe: corruzione, inefficienza, mancanza di trasparenza, mancato investimento sull’istruzione. E, sul governo, si stende l’ombra di una manovra correttiva, a settembre: del resto, proprio mentre si discute se estendere ad altre fasce l’erogazione dei famosi 80 euro in busta paga, sembra non ancora chiarito il problema di come andare a colmare il buco lasciato da quelli già erogati.

Lo stesso Padoan, del resto, ammette che la crescita italiana è ancora “molto debole” e soprattutto che è necessario “ridurre il debito”: sempre lui, il debito. Il debito che qualcuno vorrebbe “non pagare” e che in pochi sanno essere frutto non, come spesso si dice “sui social”, delle manovre delle “banche”, ma di una progressiva accumulazione che ha un’origine tutta nostrana. Il debito che qualcuno vorrebbe continuare a far crescere e che continua, ogni mese, a drenare immense risorse che potrebbero andare altrove. Avanti! ha intervistato il professor Guglielmo Chiodi Professore Ordinario di Economia Politica all’Università di Roma “La Sapienza”.

Professor Chiodi, il debito continua ad essere un freno alla crescita, lo stesso Padoan parla di necessità di ridurlo. Come si esce da questa spirale?

Ci sono due riflessioni da fare. A mio avviso, il nodo del problema non è tanto nell’ammontare assoluto del debito che fa paura perché questo deve essere sempre dimensionato, deve essere messo in relazione al PIL. Il debito potrebbe essere anche maggiore se solo lo supportassimo con un PIL più alto. Il problema del debito non può essere scollato, dunque, dalla sostenibilità del debito stesso.

Un circolo vizioso, come se ne esce allora?

Far fronte al debito è possibile se si una un PIL più forte. Eppure, anche questa è una condizione necessaria, ma non sufficiente di per sé. I casi di Inghilterra e Giappone sono illuminanti in questo senso: il Giappone, ad esempio, ha un debito di gran lunga superiore al nostro, anche in rapporto al PIL. È evidente, dunque, che c’è bisogno di un PIL che cresca supportato da misure che realmente vadano nella direzione di una crescita complessiva che riguardi anche altri aspetti molto complicati come, ad esempio, la distribuzione del reddito.

A quali misure pensa?

Penso a misure di segno opposto a quelle intraprese negli ultimi tempi, a interventi di vero stimolo all’economia. Non si può certo mortificare l’attività produttiva.

Le raccomandazioni del Consiglio parlano della necessità di “trasferire ulteriormente il carico fiscale dai fattori produttivi ai consumi”. Cosa significa?

Poiché occorre attivare la crescita si deve necessariamente alleggerire il carico fiscale su quelle parti che hanno la responsabilità immediata della crescita, sulle attività produttive. Al tempo stesso, però, esiste un reale problema di fiscalità, di entrate che devono sopperire alle esigenze del bilancio. Per questo si invita a far pesare di più la fiscalità sul patrimonio, come ad esempio le imposte sulla casa e sul consumo.

Il consumo va dalle bevande alle macchine di lusso. A cosa si pensa?

I dettagli, in questi casi, sono purtroppo sempre un ginepraio. Non possiamo fare solo l’esempio della benzina o della Maserati e della Ferrari. I consumi sono complessi e differenziati: c’è un consumo di tutti i giorni e c’è una consumo di abbigliamento che ha una periodicità diversa. Poi c’è il consumo di rinnovo dei beni ad uso durevole che ha un largo iato di tempo. Sulla variabile temporale si sommano le categorie completamente diverse che hanno capacita di spesa completamente diverse. Il problema più grosso per chi fa il politico e attua misure economiche è quello di stare attenti, se non si vuole frenare crescita, a non pesare molto con le tasse sui consumi di quei soggetti o di quei gruppi sociali che hanno basso reddito, ma un’alta propensione al consumo. Parliamo di categorie sociali che dedicano una grande parte del reddito al consumo e che se vengono mortificate con le tasse, determinano una mortificazione anche della crescita.

Nel report della Commissione, si evidenziano anche problemi strutturali non derivanti dalla congiuntura economica, ma da mali storici come la corruzione l’inefficienza…

Non so se le osservazioni facciano riferimento a questioni istituzionali e sociali. Certamente quelle a cui fa riferimento sono delle vere e proprie piaghe che, però, non possono esser eradicate nel breve periodo. Si possono mettere in atto misure di natura fiscale, anche interventi di stimolo all’economia così come politiche che mettano mano alla riforma della PA. Gli effetti di queste politiche, però, si possono avere solo nel lungo periodo, in anni: per intenderci, dovremmo prendere come unità di misura il lustro.

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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