venerdì, 22 settembre 2017
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Confindustria. Relazione puntuale, ma rimedi discutibili
Pubblicato il 05-06-2014


ConfindustriaNella relazione annuale che il Presidente di Confindustria Giorgio Squinzi ha recentemente presentato all’assemblea degli iscritti, vi sono molti passaggi interessanti, numerosi di buon senso ed alcuni meno chiari.
Partiamo dai passaggi interessanti, in prevalenza riguardanti l’analisi economica. Un dato riportato da Squinzi, e che fa riflettere, è che dopo la crisi che ha sconvolto il mondo nel 2008, produzione industriale e commercio mondiale hanno ripreso a correre in molte parti del mondo, ma non in Europa. Il Prodotto Interno Lordo USA cresce al 6,3% mentre l’Eurozona flette del 2,5%. Ma anche nell’Eurozona vi sono forti differenze, con la Germania che cresce del 4% e la Grecia che segna un calo del 23,6%.

Ancora, la produzione manifatturiera mondiale è cresciuta del 36% dal 2000 al 2013, mentre quella italiana è crollata del 25%. A gelare le aspettative di una ripartenza sono poi arrivati i dati sul PIL nel primo trimestre: area Euro +0,2%, Italia -0,1%.
I consumi sono al livello del 1998, il reddito pro-capite è al livello del 1996, la disoccupazione è ormai vicina al 14% ed è al 46% fra i giovani. Questa l’interessante, o meglio deprimente, fotografia del nostro Paese.

In merito a questi dati, verrebbe solo da chiedere quanto abbiano inciso le delocalizzazioni dei siti produttivi in Paesi a più basso costo del lavoro, decise dagli imprenditori per ottenere un maggior profitto o, per dirla in modo più politically correct, sopravvivere alla incalzante concorrenza internazionale. Di fatto le delocalizzazioni hanno contribuito a ridurre produzione manifatturiera, redditi e consumi in Italia… e ciò che è peggio è che, come lo stesso Squinzi afferma, ora le produzioni si spostano dall’Italia non più solo perché attratte da un costo del lavoro più basso, ma anche perché altrove trovano competenze e know-how che qui non trovano.

Passiamo ora ai punti di buon senso. Occorre, secondo Squinzi, un forte rilancio degli investimenti, senza i quali non ha senso parlare di crescita. Ma poiché la coperta è corta, per tenere in equilibrio i bilanci pubblici, occorre avere il coraggio di fare politiche diverse rispetto al passato: ridimensionare la spesa corrente, tagliare gli incentivi improduttivi, ridurre il perimetro pubblico e rendere più efficiente la Pubblica Amministrazione. Solo così si potrà riportare la pressione fiscale su livelli accettabili. Inoltre, dice Squinzi, occorre costruire un contorno che giovi allo sviluppo imprenditoriale: se le imprese italiane pagano l’energia il 30% in più rispetto alle altre imprese europee, accumulano in partenza uno svantaggio competitivo notevole. Giusto, purché però la riduzione della bolletta alle imprese non significhi l’aumento della bolletta per le famiglie. Insomma su questo come su altri punti, occorre uscire da logiche di breve periodo e di mera redistribuzione delle risorse.

Di buon senso anche l’autocritica che il Presidente di Confindustria fa in merito agli insufficienti investimenti da parte degli imprenditori nelle loro imprese. Investimenti che ora non possono essere più rinviati e che anche se affrontati in un contesto per certi versi più difficile, date le risorse scarse, possono dare ben altri frutti rispetto al passato. Infatti, molti mercati vanno aprendosi visto che tra 15 anni la classe a medio reddito nel mondo sarà costituita da 1,5 miliardi di individui, di cui oltre mezzo miliardo nei Paesi emergenti. Infine veniamo ai punti poco chiari.

Il primo riguarda la contrattazione collettiva. Il Presidente di Confindustria è fortemente a favore di una contrattazione maggiormente decentrata e di un salario legato alla produttività. Ma, a fronte di queste rivendicazioni, è parimenti anche a favore di un maggiore intervento dei lavoratori nella governance delle imprese? Va poi tenuto conto che una delle possibili conseguenze di una più forte contrattazione decentrata sarebbe la maggior forza contrattuale da parte dei datori di lavoro e, di conseguenza, un minor reddito per i lavoratori. Rischieremmo così di rafforzare ulteriormente il trend di costante riduzione del potere d’acquisto dei lavoratori (eccezion fatta per i top manager) e, come in un circolo vizioso, assieme alla riduzione dei redditi avremmo consumi in calo e quindi diminuzione dei prodotti venduti dalle imprese e quindi delle imprese stesse.

La soluzione, a beneficio degli stessi imprenditori – sul punto torneremo ancora – non è dunque inseguire i salari e gli stipendi nonché i (minori) diritti dei lavoratori dei Paesi emergenti. Sarebbe allora più opportuno affrontare il discorso a monte e limitare eventualmente gli scambi tra aree economiche troppo disomogenee, se questi scambi comportano eccessiva distruzione di ricchezza per la nostra economia.

Infine, un ultimo punto che rimane poco chiaro è quello relativo alle riforme. Come in un sillogismo perfetto, il Presidente di Confindustria sostiene che occorre stabilità per fare le riforme, che le riforme innescano la crescita e che con la crescita viene il lavoro. Di fronte a tanta sicurezza a noi non resta che domandarci: e se la stabilità fosse a scapito della democrazia e della rappresentatività, sarebbe ancora accettabile? E se le riforme fossero sbagliate e superficiali, intaccando gli equilibri su cui ancora (pur) regge il nostro Paese, sarebbero ancora auspicabili? E infine, chi ci assicura che con la crescita arriverà davvero il lavoro? Ecco su questi punti, dovrebbe intervenire la Politica, con la P maiuscola. Perché, come afferma lo stesso Squinzi, “da quando le scelte e le azioni della politica sono apparse inadeguate ai cambiamenti è prevalso il ricorso al leaderismo”. Come dargli torto….

Alfonso Siano

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato Spagna UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo
  1. Caro Alfonso
    il tuo articolo chiarisce bene la doppia natura del problema, sorvolata da Squinzi nella sua relazione. Da una parte decenni di delocalizzazioni hanno impoverito il nostro tessuto industriale, dall’altra parte i profitti degli imprenditori che delocalizzavano finivano nei paradisi fiscali e non nell’impresa, dove sarebbero dovuti finire in un’economia sana. Il problema, in estrema sinstesi, è tutto qui.

  2. Caro Alfonso,

    Complimenti per l’ottimo pezzo.

    I problemi sono tali e tanti che è impensabile affrontarli tutti insieme. Se ne devo scegliere uno, il degrado morale e civile è la cosa che più mi terrorizza. Da una crisi, sia pur con questi numeri, ci si può tirare su, anche in 5-10 anni. Da questo abisso di corruzione e criminalità non so se e quando potremo anche solo pensare di vedere la fine.

  3. « Une nouvelle aristocratie »

    Uno degli aspetti più originali della nostra epoca, per quanto riguarda le strutture sociali, e anche uno dei più preoccupanti, è costituito dall’emergere di una nuova classe dominante. Benché sia di tipo nuovo, essa tende ad assumere alcuni tratti delle vecchie aristocrazie. (…).
    Il capovolgimento operato da questa nuova casta investe tanto i principi quanto i comportamenti. Sul piano dei principi, essa afferma il carattere fecondo della disuguaglianza. Essa non vuole semplicemente salvaguardare i propri privilegi tenendo prudentemente un atteggiamento difensivo. E’ sicura dei propri diritti e ne rivendica di nuovi. Perché essa si crede un’aristocrazia? Perché si dichiara di un’essenza diversa. Da dove nasce? Da un’implicita alleanza tra grandi dirigenti d’azienda, finanzieri, alti quadri dell’industria e dei servizi, alcuni alti funzionari dello stato e privilegiati dei media.
    Mentre invoca la modernità, col pretesto di adattamento ai tempi, questo gruppo opera, in realtà, un passo indietro adottando una visione dei rapporti sociali che si ispira ad un lontano passato, nel senso di separare completamente la propria sorte da quella degli altri. Esso è in qualche modo il nuovo “groupe de prestige” (per dirla con Max Weber) del mondo moderno. Nel nome della competizione globale o della stabilità dell’economia, pretende sacrifici dalle altre classi sociali, ma da parte sua non è disposto a compiere nessuno sforzo o rinuncia, né concepisce che di ciò si possa discutere. Il linguaggio dei rappresentanti di questa nuova classe oscilla costantemente tra l’insensibilità sociale ed il ritenersi ideologicamente con la coscienza a posto.
    Naturalmente, questa classe di privilegiati non può essere assimilata così semplicemente alle vecchie aristocrazie: essa non fonda la sua diversa essenza e i suoi particolari diritti sul sangue, il diritto divino o la tradizione. Non disconosce i privilegi di nascita e alcuni sanno coltivare la loro genealogia ma, pubblicamente, essa si richiama alla razionalità economica e all’efficienza. In breve, questa nuova aristocrazia ha la ragione dalla sua.
    Metodicamente, spiega perché i salariati debbano rinunciare a ogni eccessiva speranza. Di fronte alla competizione globale ed ai paesi dove i salari sono bassi, bisogna inevitabilmente ridurre i costi di produzione. È necessario ridurre la portata dell’assistenza statale per diminuire le spese generali del paese. Il tutto, necessariamente, dovrà pesare sui salari, la durata del lavoro e la protezione sociale della massa di lavoratori dipendenti. Certo, potrebbe venire in mente di chiedere a questi cantori del sacrificio quanto essi stessi siano pronti a concedere alle necessità della battaglia economica: riguardo ai loro profitti, agli altissimi stipendi, al loro tempo di lavoro, ai numerosi benefit, alle pensioni spettacolari o alle fastose liquidazioni. Ma la razionalità economica ha una risposta per tutto. Non si riuscirebbe a intaccare i profitti, tassare maggiormente le rendite, contenere gli stipendi esagerati senza scoraggiare le iniziative e paralizzare le energie creative, senza perdere investimenti, senza costringere le imprese a delocalizzare e, ancora, senza provocare fughe di cervelli e di talenti. Tentazioni così malaugurate sarebbero antieconomiche e finirebbero per nuocere a tutti. Non possono essere prese in considerazione.
    Molti membri delle categorie professionali o degli ambienti da cui deriva questo nuovo gruppo privilegiato hanno una concezione più classica, meno avida e meno arrogante della loro posizione e del loro ruolo. Ciò non impedisce che questo gruppo abbia una chiara percezione di quelli che sono i suoi interessi. Se per altri la coscienza di classe si è attenuata, ciò non vale per questa sorta di casta, nella quale le abitudini della vecchia borghesia si mescolano ai riflessi nuovi di una classe conquistatrice. Essa difende sistematicamente e senza pudore i propri interessi. (…)
    Questa “nouvelle aristocrazie” sa anche fare in modo che altri si prendano cura dei suoi interessi. A differenza dei paesi in cui esistono dei gruppi editoriali autonomi che traggono ricchezza e si sviluppano proprio attraverso la loro attività, diversi media televisivi o della carta stampata in Francia appartengono a grandi gruppi industriali (…) o hanno aperto in misura più o meno ampia alla partecipazione dei capitali di gruppi economici e finanziari. Nasce spontaneo il sospetto che questi media, al di là delle scelte degli stessi giornalisti, siano nel loro complesso sensibili all’ideologia e alla mentalità di questi ambienti, divulgandone ampiamente tesi e argomentazioni presso il pubblico. In questo modo, quando l’influenza non è diretta, essa si esercita “par impregnation et identification”.
    Questa classe sociale, inoltre, è forse la sola oggi a caratterizzarsi come internazionale, e questo le attribuisce una visione specifica della globalizzazione. Non è che essa sia meglio organizzata rispetto alle altre. Dopotutto, esistono organizzazioni internazionali di lavoratori, come la Confederazione europea dei sindacati. Tuttavia questo gruppo egemonico è culturalmente cambiato rispetto alla borghesia tradizionale. La vecchia borghesia era patriottica, a volte nazionalista, in ogni caso, almeno in Francia, protezionistica. La nuova casta si vuole internazionale, perfino transnazionale. Il suo riferimento naturale non è più lo spazio economico nazionale. Essa, al contrario, sposa l’universo e l’ideologia della globalizzazione capitalista, poiché vi trova la giustificazione alla propria esistenza e alle proprie esigenze.
    Ricondurla ad una migliore concezione della sua utilità sociale e ai suoi doveri nazionali rappresenta una urgente necessità per l’equilibrio della nostra società, anche perché il suo comportamento e i suoi privilegi scandalosi cominciano a provocare collera e risentimento nel paese.

    Da “Le Monde comme je le vois” – Lionel Jospin – 2005 Ed. Gallimard

Lascia un commento