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Opinioni e commenti
 

Credit crunch, il freno della ripresa
Pubblicato il 10-06-2014


Credit-crunchDall’OCSE arriva una buona notizia perché l’Italia è l’unico Paese del G7 a far registrare in aprile un’accelerazione della crescita. Un trend positivo annuo (superindice calcolato per l’eurozona)  del 2,4%, il doppio di quello tedesco (+ 1,05) peccato però che continuino a suonare altri campanelli di allarme come quello della crescita del debito pubblico. In alcuni Paesi europei tra il 2006 e il 2013 (Grecia, Portogallo, Spagna, Irlanda e Slovenia) il debito è cresciuto mediamente del doppio, ma per l’Italia ha fatto registrare un + 71,6% da record. Ce lo ricorda l’agenzia di rating Standard & Poor che mette questo elemento e la necessità di rientro, tra le cause del rallentamento della ripresa. Ma non è finita qui perché anche dall’ufficio studi di una grande banca italiana emerge un altro dei nodi che rendono così difficoltosa, lenta e fragile la nostra ripresa: il credit crunch, la ‘stretta del credito’.
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Il credit crunch frena la ripresa

Il n. 1/2014 di “Economia Italiana”, periodico di Unicredit, è dedicato quasi per intero all’approfondimento del futuro manifatturiero italiano. Di particolare interesse è l’introduzione al tema di Paolo Guerrieri, cui seguono, “in controluce”, le riflessioni integrative di Reiner Masera e di Giandomenico Piluso.

Guerrieri, dopo aver sottolineato che l’industria italiana è il comparto produttivo che maggiormente ha risentito della crisi, sia nella componente manifatturiera, che in quella delle costruzioni, afferma che l’Italia, Paese di trasformazione e privo di materie prime, debba trovare nella manifattura un punto di forza per dare una prospettiva di potenziamento ai timidi accenni di ripresa.

A tal fine, saranno necessarie adeguate ed efficaci politiche pubbliche che tengano conto dei mutamenti in corso, che il settore manifatturiero va sperimemtando a livello internazionale, caratterizzati da una stretta connessione tra la produzione industriale e i servizi; questa tendenza, da un lato, comporta uno spostamento dalle attività a basso valore aggiunto verso quelle a più alto valore e, dall’altro, premia le imprese più dinamiche, quando sorrette da attività innovativa e di investimento in “R&S”.

Per un Paese come l’Italia – afferma Guerrieri -, che è la seconda potenza manifatturiera in Europa e che trova nelle attività manifatturiere “quasi l’unico pilastro veramente competitivo della sua economia, una politica industriale dovrebbe costituire in una fase come questa una priorità assoluta”, in grado di tener conto dei mutamenti profondi in atto. In particolare, per il rilancio della componente manifatturiera del settore industriale, occorre un insieme di interventi da effettuarsi secondo direttrici non contingenti, ma di lungo periodo. Innazitutto, è necessario intervenire sulle modalità di impiego delle risorse, privilegiando i comparti più produttivi; in secondo luogo, occorre rimuovere le principali debolezze dei comparti produttivi manifatturieri, per favorire, attraverso la crescita dimensionale, la capacità competiva delle imprese nel mercato internazionale; in terzo luogo, occorre anche sostenere l’attività di “R&S”, strumentale rispetto all’aumento della capacità competitiva delle imprese, abbandonando l’esperienza normalmente seguita degli incentivi alla ricerca, per sostituirla con una politica strutturale, inserita in un disegno unitario, che prefiguri un vero piano nazionale della ricerca, in grado di assicurare coerenza interna agli interventi di lungo periodo; in quarto luogo, occorre che anche il sistema finanziario orienti prevalentemente i finanziamenti verso i progetti più innovativi, per dotare le imprese che ne sono le promotrici del capitale di rischio necessario per realizzare le innovazioni; infine, occorre un riassetto dell’attività pubblica, finalizzata al sostegno dell’internazionalizzazione delle imprese manifatturiere, avendo cura che l’attività di sostegno risulti conforme ai mutamenti che caratterizzano la “ristrutturazione della catena del valore manifatturiero a livello internazionale”.

Quelle indicate da Guerrieri sono sicuramente linee importanti di una futura politica industriale per il sostegno della componente manifatturiera del settore industriale; esse, però, sono destinate a dover fare i conti con alcune strozzature e colli d’oca che affliggono da tempo la struttura organizzativa dell’economia italiana e, in particolare, il sistema del credito. La grande recessione che ha avuto inizio nel 2007/2008 ha fatto emergere uno dei mali endemici del sistema bancario italiano; ovvero l’esistenza di una grande massa di crediti “incagliati” e deteriorati (fondi NPL, ovvero non-performing loans), originati dal fatto che, nei decenni precedenti il 2007, le banche si sono esposte oltre il limite di un sicuro equilibrio economico-finanziario, nei confronti di una base produttiva incentrata sulla piccola dimensione delle imprese, scarsamente dotate di capitale proprio. Questa situazione, oltre ad aver eccessivamente indebitato gran parte del sistema produttivo nazionale verso le banche, per gli alti livelli di credito concesso, ha anche elevato la probabilità che un’alta percentuale degli affidamenti si deteriorasse, a causa della scarsa forza economica delle attività produttive affidate.

Permanendo questa situazione, come osserva Masera “in controluce”, accade che, di fronte alla tenue tendenza dell’economia italiana ad uscire dal tunnel della crisi, la grande maggioranza delle PMI continui ad “essere avviluppata in un circolo vizioso”. La carenza di credito (credit crunch), della quale soffre il sistema bancario, a causa delle sofferenze, contribuisce a trasformare i vincoli di liquidità delle imprese in una prospettiva di insolvenza. Questa è resa altamente probabile dal fatto che il credit crunch sia destinato ad essere “inasprito”, per i pressanti vincoli imposti alle banche dalla normativa europea in materia di fondi propri e di riserve di capitale e, soprattutto, per la necessità di dover affrontare la verifica degli attivi (l’asset quality review) in vista dell’Unione Bancaria Europea.

Per uscire dal possibile immobilismo, secondo Masera esistono due “vie di fuga”: una costituita dalla creazione di un nuovo strumento di finanziamento delle banche da parte della Banca Centrale Europea, da collegare a quello gia operante (sistema LTRO, long term refinancing operation), incentrato sulla riduzione dei finanziamenti destinati all’acquisto di titoli di Stato; l’altra, operante a livello italiano, costituita dalla creazione di “famiglie di crediti deteriorati” (Fondi NPL, non-performingt loans), con il concorso delle banche ed il sostegno delle autorità monetarie, al fine di cederli ad operatori specializzati in cambio di quote di partecipazione e di nuova cassa.

Alle due “vie di fuga” dal credit crunch indicate da Masera, Piluso, sempre “in controluce”, ne aggiunge una terza, consistente nella creazione di una o più “bad bank” (alla lettera, “cattiva banca”), ovvero di una o più banche con la “mission” di ridurre, ricorrendo al mercato, i crediti deteriorati che incidono sui requisiti patrimoniali delle banche stesse, limitando la loro capacità di offrire credito alle imprese. Quest’ultima “via”, però, a giudizio di Piluso, è poco raccomandabile, in quanto la gestione del credito, a fronte delle possibilità di poterlo indirizzare, se dovesse deteriorarsi, verso una bad bank, comporterebbe il permanere di un modello di gestione dei rischi e di gestione degli affidamenti che continuerebbe a tenere bassa la responsabilità dei banchieri.

In conclusione, superare le difficoltà del credit crunch che ostacola il rilancio dell’industria manifatturiera, nel senso indicato da Guerrieri, non sarà cosa facile, in quanto l’Italia, anche riguardo all’organizzazione e alla capacità di finanziamento dell’attività bancaria, deve scontare gli errori del passato: il suo sistema bancario, infatti, essendosi per decenni conformato alle esigenza del “piccolo è bello”, ha smarrito o depotenziato la capacità di esercitare la propria funzione in condizioni di sicurezza; e la sua riorganizzazione, occorsa all’inizio degli anni Novanta, non è stata sufficiente a fargliela ricuperare.

Gianfranco Sabattini

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