sabato, 18 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Dall’Egitto alla Libia
il miraggio democratico
Pubblicato il 30-06-2014


In quanto a capacità di previsione, solo due/tre anni fa vedevamo nelle primavere arabe, insomma nelle folle in piazza – in Egitto, Tunisia, Siria, Libia, nella penisola arabica e nelle monarchie del Golfo – la premessa irresistibile dell’avvento della democrazia. A sostegno del processo, il nuovo asse Turchia-Egitto (con il concorso dell’Arabia Saudita); protagonisti del medesimo, i grandi partiti dell’opposizione islamista ai regimi militari abbattuti e perciò naturali eredi del loro crollo che le nuove responsabilità di governo avrebbero oggettivamente trasformati in formazioni moderate, sul modello delle nostre democrazie cristiane

Questo lo scenario su cui scommise l’amministrazione Obama. Questo lo scenario che trovò anche la nostra adesione: non foss’altro perché, a contestarlo, c’erano gli amici di Gheddafi e di Mubarak, i leghisti e, infine, i veri e propri razzisti per i quali gli arabi e/o islamici erano come una bestia feroce da tenere in gabbia ad ogni costo.

E però, le cose sono andate in una direzione opposta. Le piazze, cancellate; meno democrazia, anzi più repressione; i fratelli musulmani, anche perché incapaci di governare e di dialogare con gli altri (sola eccezione, la Tunisia), ricacciati violentemente nella clandestinità; l’Egitto e, in un certo senso, anche la Turchia, richiusi su sé stessi con sempre più forti pulsioni xenofobe e repressive; l’Arabia Saudita dedita, più di prima, al gioco di promuovere l’estremismo sunnita fuori dalle due frontiere, per non ritrovarselo in casa.

Nelle previsioni al dettaglio non andiamo meglio. Avevamo lasciato al Qaeda a capo di gruppi terroristici “fai da te” in aree periferiche del mondo. Ci ritroviamo un esercito dotato delle armi più sofisticate e di vaste alleanze, in grado di conquistare vaste zone della Siria e dell’Iraq,

guidato da gente di cui non sappiamo nulla e che considera la stessa al Qaeda un branco di rinnegati.

In quanto al provvedere, siamo appena al ‘carissimo amico’, perché l’Europa sembra chiamarsi fuori e perché le proposte Usa non dispongono del necessario consenso né in patria né nell’area mediorientale.

Non che i repubblicani abbiano una linea diversa da quella del Presidente, ma perché non ne hanno nessuna, oscillando tra un isolazionismo malmostoso e intermittenti sfoghi di bellicismo. La loro politica (è il bipolarismo bellezza!) è quella di dire no ad Obama a prescindere. E, in questo quadro, il processo di pace in Palestina e l’apertura all’Iran sono, purtroppo, su un binario morto.

Per quanto riguarda l’influenza nell’area, due esempi tra i tanti: dieci anni fa, occupando l’Iraq, Bush intendeva proporre la leadership Usa all’intero Medioriente. Oggi, i generali egiziani e le tre fazioni irachene sbattono pubblicamente le porte in faccia all’Amministrazione Usa di fronte a richieste di moderare la repressione in Egitto e di formare un governo di unità nazionale a Baghdad.

Cos’è successo? È successo che è in atto, a livello mondiale, una gigantesca redistribuzione del potere. È successo che, in virtù di questo processo, gli attori mediorientali dispongano di una libertà di manovra (leggi di indipendenza da Washington) infinitamente maggiore: se gli Usa minacciano di tagliare i fondi, c’è per i generali egiziani pronta la manna saudita; se in Afghanistan armi direttamente fornite dall’America abbattevano gli elicotteri sovietici, in Iraq armi anticarro “made in Russia” distruggono i carri armati Usa in dotazione al governo; in quanto a Netanyahu, i nuovi rapporti con Mosca e Pechino gli cosentono di fare spallucce nei confronti delle pressioni americane.

È successo, infine, che il moltiplicarsi di conflitti nazionali, etnici, politici e religiosi in tutta l’area rende del tutto obsoleti le vecchie priorità e i vecchi schemi bipolari con cui abbiamo, nel corso di decenni, affrontato i problemi dell’area.

È successo, per quanto ci riguarda, che abbiamo guardato e guardiamo, ma non sappiamo ancora vedere. Per concentrarci soltanto su di un aspetto, abbiamo considerato per anni la democrazia il peggiore dei pericoli, per poi farne ultimamente la nostra bandiera. Si voti – in Libia, Egitto, Iraq – e che vinca il migliore.

Ma le cose non stanno così. Perché, a differenza dall’Occidente, la democrazia non è figlia della libertà e dello stato di diritto, ma un suo improbabile surrogato. E, ancora, perché (quasi) nessuno dei protagonisti dei vari conflitti accetta la cultura (e quindi le regole) del pluralismo e della mediazione.

E, allora,”i grandi problemi, non si risolvono, si gestiscono al meglio”; “difendere, con il pluralismo, tutte le minoranze” e, infine, “il primo diritto dell’uomo è quello di non essere ammazzato”.

Perle di saggezza; della saggezza cattolica ed europea. Una saggezza che potrebbe essere patrimonio dell’intero Occidente, sempre che l’Europa si degni di esistere politicamente.

Alberto Benzoni

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