lunedì, 18 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Democrazia e diritti sociali
per una diversa Europa
Pubblicato il 03-06-2014


Non saranno le petizioni di principio lanciate dai vertici istituzionali, né i sermoni domenicali di qualche vegliardo editorialista e neppure l’insopportabile nenia del politically correct, a rilanciare l’integrazione europea dopo i risultati delle ultime elezioni europee. Come nella fiaba di Andersen “Il re è nudo” e l’affermazione dei movimenti antieuropeisti in Inghilterra e in Francia e la contestuale sconfitta di tutti i governi pro-euro, tranne quello della Merkel per l’ovvio motivo che questa Europa non può che stare bene ai tedeschi (mentre la vittoria di Renzi è legata a vicende specifiche italiane), mette una seria ipoteca sulla tenuta dell’Unione europea.

E’ tempo di interrogarsi sulle cause che hanno prodotto questa diffusa sfiducia dei cittadini europei verso le istituzioni comunitarie. In primo luogo le tendenze nazionalistiche sono tornate prepotentemente in campo a causa della crisi di quello che è stato definito il “triangolo d’oro” della seconda metà del ‘900: Nazione, Stato e Democrazia. Già, dopo la fine del comunismo si è determinata rapidamente la crisi dello Stato-Nazione, come ha spiegato bene a suo tempo parlando di “secolo breve” Eric Hobswam, integrato dalle procedure liberaldemocratiche e dal modello economico “Keynes-Bedveridge”, quest’ultimo, secondo il modello socialdemocratico, basato sulla massiccia redistribuzione della ricchezza attraverso la leva fiscale, le politiche di Welfare e l’intervento pubblico per correggere le iniquità del libero mercato, nel quadro dei sistemi capitalistici, a causa della perdita della sovranità in economia.

La globalizzazione e il “turbocapitalismo” finanziario sono certamente le cause di questo scenario, e lo spazio economico europeo è stato costruito esclusivamente in questa prospettiva, con politiche di rigore, di tagli allo Stato sociale, di incremento della pressione fiscale, di abbandono dell’obiettivo del pieno impiego, di una moneta unica forte che ha penalizzato, ad esempio, un Paese come il nostro, che storicamente sosteneva le esportazioni con la svalutazione competitiva. Da qui la ripresa dei nazionalismi e dei populismi, che, però, rispetto a quelli della prima metà del Novecento, hanno tratti diversi: pur richiamando il comunitarismo identitario ed etnico, hanno una rappresentanza sociale diversa, non le élite borghesi, come testimonia la vicenda elettorale del Front National di Marine Le Pen in Francia, primo partito operaio transalpino, mortificando socialisti, comunisti e trotskisti.

Per impedire l’implosione dell’Europa a causa della secessione dei singoli Stati ad “effetto-domino”, non serve la demonizzazione dei nuovi nazionalismi, ma c’è bisogno di più democrazia e più diritti sociali. E, forse, è il caso di cominciare a pensare di mettere in minoranza la Germania della “Cancelliera di ferro”, dando, attraverso procedure democratiche, poteri e sovranità all’Europa a partire dall’economia e dalla politica estera, socializzando i debiti sovrani, svalutando l’euro sul dollaro, costruendo una soglia eguale per tutti i cittadini di diritti sociali.

I socialisti in Europa hanno il dovere di assumere una forte iniziativa che non sia di stampo politicistico, tutta giocata su accordi relativi a posti e prebende, ma di chiarezza programmatica, trasferendo la tradizione nazionale delle socialdemocrazie del dopoguerra su scala europea: l’idea di uno Stato-Nazione europeo, con una democrazia federativa e un welfare comunitario.

Maurizio Ballistreri

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