domenica, 19 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

FUGA DALL’IRAQ
Pubblicato il 19-06-2014


Iraq-petrolio-Eni-Bp-Exxon

Alcune compagnie petrolifere, tra cui la Exxon e la British Petroleum – secondo quanto riferiscono fonti giornalistiche statunitensi – hanno avviato l’evacuazione del personale dagli impianti in Iraq.

La situazione resta invece immutata negli impianti dell’Eni che si trovano nell’estremo sud del Paese. «Per il momento – ha detto oggi il presidente dell’Eni, Emma Marcegaglia – i nostri siti sono ancora in sicurezza, quindi non abbiamo ritirato il personale». L’Eni – che sta «monitorando da vicino la situazione» e rivendica la sicurezza del personale tra le sue priorità – aveva fatto sapere ieri che la regione di Bassora, dove c’è il giacimento di Zubair, «non è colpita dalle rivolte».
Fonti irachene riferiscono di aver ripreso il controllo di una grande raffineria a Baiji, a 130 chilometri da Bagdad, dopo due giorni di combattimenti, ma testimoni oculari riferiscono che le bandiere nere dei jihadisti dello ‘Stato islamico dell’Iraq e del Levante’ (Isis), sventolano ancora e che le forze regolari controllerebbero il 60% soltanto dell’enorme impianto di raffinazione e delle zone residenziali attorno ad esso. Dalla scorsa settimana la maggior parte della provincia circostante di Salahuddin è sotto il controllo dei jihadisti la cui è offensiva, scatenata la settimana scorsa nel Nord del Paese ha rapidamente conquistato gran parte del territorio iracheno mentre le forze lealiste abbandonavano il campo di battaglia senza combattere.

Intanto il presidente americano Barack Obama – secondo quanto ha riferito il senatore repubblicano Mitch McConnell – ha detto ai leader del Congresso Usa di non avere bisogno del loro nullaosta per lanciare azioni militari in Iraq. Da parte sua, la Casa Bianca si è limitata a spiegare in un comunicato che Obama ha parlato degli sforzi degli Stati Uniti per “rafforzare la capacità delle forze di sicurezza irachene per affrontare le minacce” dell’Isis. 

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L’Isis
di Luca Cefisi

Proviamo a dare una risposta ai quesiti posti online sull’Avanti! da Mauro Del Bue: cosa succede in Iraq? Domanda angosciante perché in Iraq è in gravissimo pericolo un esperimento importante di ricostruzione democratica, con ricadute globali, e specialmente sull’area mediorientale e mediterranea, che ci riguarda direttamente.

Definiamo prima, in estrema sintesi, quello che sta accadendo: una formazione islamista, l’Isis, che ha una sua propria, inedita strategia di stato islamico nell’area storica dell’Assiria, tra le attuali Siria e Iraq, muovendo da proprie basi nella Siria in preda all’anarchia ha occupato un’importante area del territorio iracheno, tra cui la città di Mosul, sconfiggendo le forze di sicurezza di Baghdad con tale facilità da rendere evidenti, più che la forza degli insorgenti, la debolezza, morale e politica  prima che militare, dell’esercito iracheno e, per ovvia estensione, di tutto il presente sistema delle istituzioni irachene emerse dopo l’invasione angloamericana del 2003, la successiva occupazione di una forza multinazionale a cui partecipò anche l’Italia, e anni di scontri tra fazioni, attentati terroristici, elezioni relativamente libere e governi deboli ma dotati di un decente mandato popolare (date le condizioni).

Primo problema, quindi: la sconfitta sul campo delle forze regolari irachene, per come si è determinata, è una sconfitta di una possibile via irachena e araba alla democrazia. Quindi ci riguarda tutti. È una sconfitta, in primo luogo, dei partiti di ispirazione religiosa che hanno guidato il processo democratico iracheno in questi anni. Si ricordi, infatti, che il baathismo aveva governato gli iracheni con una sorta di fascismo arabo, anche con un certo successo nel tenere assieme arabi musulmani sunniti e sciiti e anche arabi cristiani (proprio per questo suo nazionalismo non era invece mai riuscito a ridurre la frattura curda, cioè con la principale minoranza etnica, quasi del tutto musulmana, ma non araba per lingua e identità).

Si aggiunga che, per antica prassi, anche nel nazionalismo baathista c’erano arabi più uguali degli altri, e insomma i sunniti dell’area centrale godevano di fatto di privilegi e accesso al potere maggiore delle masse sciite, che pure avevano dimostrato un grande patriottismo, fornendo senza ribellarsi la carne da cannone nella sciagurata guerra di aggressione contro l’Iran. Ecco allora che non può stupire che gli arabi sciiti si siano presentati sulla scena politica irachena con propri partiti che attingevano, dopo il clamoroso fallimento dell’ideologia laico-nazionalista autoritaria, proprio a quell’identità che non appariva fallimentare, quella religiosa, così radicata nel popolo, tra la gente semplice, tra i poveri, e attentamente amministrata dal clero sciita, vicino al suo popolo e suo difensore: chi potrebbe stupirsi meno di noi italiani, che dopo il crollo del fascismo ci affidammo in maggioranza proprio a un partito che attingeva al cattolicesimo, a quella religione popolare, familiare, che pareva l’unica certezza tra vecchie ideologie nazionali crollate e nuove ideologie straniere e minacciose? Ecco, queste tremende giornate indicano un fallimento, speriamo recuperabile, del governo a guida sciita del premier al Maliki: i partiti sciiti, che godendo della maggioranza avevano ora, per la prima volta, la responsabilità generale di guidare la nazione, sembrano aver fallito la prova, cioè non sono riusciti a unire il Paese, a offrire una proposta condivisibile da tutti. Sono apparsi, a torto o a ragione, un governo di parte, fallimento, occorre precisare, che coinvolge anche gli esponenti sunniti che collaborano alla maggioranza di governo.

Secondo problema: la capacità dell’Isis di coalizzare attorno a sé tanti arabi sunniti, e di godere almeno della neutralità della gente normale, che non lo combatte e sembra sopportarlo. Infatti non solo questo nucleo di fondamentalisti si è rafforzato presentandosi con un progetto capace di guadagnare alleanze e complicità (anche rompendo con gli “internazionalisti” di al Qaida, che non hanno simili interessi di costruzione statuale), raccogliendo persino molti esponenti ex baathisti, in nome dell’odio per il governo e della logica che ‘il nemico del mio nemico è mio amico’, ma potrebbe riuscire a estremizzare tutta la dinamica politica irachena: infatti, l’annunciato intervento iraniano con consiglieri militari e intelligence, non importa se tollerato dagli Usa per la medesima logica del nemico del nemico che è amico, potrebbe ulteriormente indebolire il governo legittimo, perché i partiti sciiti hanno sempre dovuto fare i conti con l’accusa di eccessiva vicinanza al nemico storico persiano, e potrebbe favorire le forze sciite estremiste, quelle sì già pronte da sempre a cercare a Teheran soldi e sostegni, a scapito delle forze sciite costituzionali. Nel frattempo, le fazioni sunnite più estremiste vengono sostenute da flussi di denaro da centri di potere in Qatar e Arabia Saudita, questo un regime orribile e oscurantista che stranamente non solleva tra i paladini dell’Occidente bellicoso un millesimo del rifiuto che suscita l’Iran (non è troppo strano, l’Arabia Saudita e gli emiri del golfo hanno sempre saputo tenersi buono l’Occidente con ostentata, ufficiale moderazione politica e grandi utilità economiche).

Terzo problema, che è il primo sollevato da Del Bue: ha ragione Blair, che afferma che la guerra del 2003 non è la causa di tutto, perché l’Iraq sarebbe comunque entrato in crisi, e che se mai c’è una responsabilità di Obama e dell’Europa a non essere intervenuti anche in Siria, che è oggi il bubbone da cui il male si diffonde (implicitamente quindi criticando Obama, che si è ritirato dall’Iraq e non ha voluto mettersi nel pasticcio siriano?). No, non ha ragione: Blair difende se stesso, e lo possiamo capire, ma non ebbe ragione allora, quando per attaccare Saddam mentì al popolo britannico per trascinarlo in una guerra senza casus belli legale (è questa, del resto, la vera ragione del pensionamento di Blair, nonostante i suoi molti meriti: quella menzogna, scoperta successivamente, lo ha reso ‘unfit for the job’, e non gli verrà mai perdonata, nel suo Paese).

Nel merito, l’argomento è bizzarro: siccome tanto una qualche crisi o guerra civile sarebbe avvenuta, una guerra in più o in meno non farebbe differenze. Al contrario, è evidente che il concatenarsi reale, non ipotetico, dei fatti non può essere ignorato: e quindi che la guerra del 2003 offra un esempio negativo di intervento illegale e inefficace (pensando qui a Bobbio, che definiva la guerra ammissibile quando legale e al tempo stesso efficace nel ridurre la violenza e lo spargimento di sangue effettivamente in corso). In questo quadro, la guerra del 2003, oltre che illegale, ha avuto tante conseguenze negative, dal punto di vista morale provocando un immane spargimento di sangue di civili innocenti, assai maggiore per numeri dello stillicidio di forche che pure Saddam amministrava, e dal punto di vista politico attivando prima al Qaida irachena ed oggi questi pazzi sanguinari dell’Isis.

Una modesta, prudente risposta a questi quesiti: lasciamo perdere l’inutile discussione sul latte versato, e guardiamo all’unica, ma non secondaria, conseguenza positiva del 2003: l’attivazione di forze democratiche nella società araba, laiche e religiose, e la liberazione del Kurdistan iracheno, governato localmente dai partiti eredi della resistenza partigiana antibaathista, che sono partiti laici e di orientamento progressista e socialista. L’Iraq ce la farà a due condizioni: primo, se le forze patriottiche irachene, laiche e religiose, sapranno trovare le ragioni di un’unità patriottica, nella visione di un’Iraq forte delle sue diversità e non indebolito da esse; secondo, se gli stranieri aiuteranno questo processo di consolidamento nazionale sostenendolo ma rispettandolo, senza giocare sulla pelle degli iracheni.

Luca Cefisi

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